Jonathan Coe – Expo 58

Immagine presa da ibs.it
Immagine presa da ibs.it

Buon lunedì a tutti!

Oggi torno a parlare di Jonathan Coe, più precisamente del suo ultimo libro: “Expo 58”.

In Italia è stato pubblicato da Feltrinelli nel settembre del 2013.

L’anno scorso, di questi tempi, lavoravo per una libreria e non scorderò mai la felicità nel ricevere da un rappresentate della Feltrinelli gli opuscoli di anteprima per i librai.

Sono opuscoli dove c’è una piccola trama, una copertina definita “provvisoria” (che spesso è quella definitiva), le dimensioni del libro, il numero di pagine, una breve biografia dell’autore. Vengono anche riportati i “numeri” dello scrittore, ovvero le copie vendute, gli anni passati da un libro e l’altro: informazioni che aiutano il libraio a decidere quante copie ordinarne. Inoltre si possono ordinare una serie di accessori, come la sagoma di cartone a grandezza naturale dell’autore, l’espositore dedicato, i segnalibri pubblicitari.. Il libraio non si limita solo a sistemare i libri! 🙂

Comunque,  quegli opuscoli significavano una sola cosa: presto sarebbe uscito un nuovo libro di Coe.

Già mi immaginavo gli intrecci per i quali è famoso, personaggi fantastici, avventure coinvolgenti.

Ho passato l’estate a fantasticare su tutto ciò!

Il protagonista del libro è Thomas Foley, impiegato del Central Office of Information di Londra, che viene spedito a Bruxelles in occasione dell’Expo del 1958, per supervisionare un pub del padiglione inglese. Sarà, a sua insaputa, catapultato in missioni di spionaggio, e le sue avventure andranno di pari passo con quelle dell’Expo, e dei personaggi che ruotano attorno al pub.

La delusione è stata forte:

La spy story si prestava molto per creare un bell’intreccio tra i vari personaggi. Non mi aspettavo una spy story ma un pretesto per fare i suoi soliti “destini incrociati”. I personaggi vengono presentati senza un reale collegamento con la storia: si capisce subito che sono lì in attesa di fare la loro parte nella storia. Un po’ come se piovessero attori su un palco. Si intrecciano poco, in maniera forzata, e smascherano quasi subito le caratteristiche peculiari di ognuno, dando al lettore la sensazione si avere degli “stereotipi” (tipo “il cattivo”, la “finta svampita”).

Questa sensazione è confermata nel momento in cui Thomas conosce due spie segrete: le classiche macchiette. Ricordano i gemelli di “Alice nel paese delle meraviglie” (che sta diventando un pozzo senza fondo dal quale attingere per spiegarvi i miei pensieri): buffi, assurdi nei loro ruoli. Addirittura si completano le frasi a vicenda: davvero surreali!

Magari c’è un motivo dietro a questa caratterizzazione, io non ne ho visti.

Lo stesso passaggio da romanzo a storia di spionaggio avviene in maniera molto surreale: Thomas viene rapito, bendato, e poi narcotizzato, per risvegliarsi in una casa in mezzo al verde, senza nessuno che lo sorvegli, incrociando solo una cameriera. Un’atmosfera che ricorda quelle palle di vetro da scuotere.

Prima l’autore si prende la briga di dare al suo rapimento un senso di urgenza, pericolo, segretezza e poi lo lascia senza manco un custode? Il lettore è confuso.

L’altro protagonista, ovvero Anneke, hostess dell’Expo, gioca un ruolo chiave nella storia. Ma di lei non traspare quasi niente. Eppure, come prevedibile, instaurerà un rapporto sempre più intimo con Thomas. Anche lei sembra piovuta dal cielo sul palco, solo con una parte più lunga, un copione ancora più banale e prevedibile. Toccherà a lei portare avanti la storia fino ai giorni nostri, con uno stratagemma da risultare irritante da quanto è prevedibile: un po’ come l’unico sopravvissuto dopo una catastrofe aliena. Quanto è fastidioso un finale del genere??

Per tirare le fila dei suoi intrecci mal riusciti usa indizi disseminati nella storia: indizi che sono pochi, creati male e nascosti male. Se vedo un flash dalla finestra, in una giornata di sole, penso a un lampo di un temporale o a qualcos’altro, tipo un fotografo? Ecco, appunto.

Tra questi indizi ci sono anche oggetti, che vengono introdotti abbastanza bene, ma che fanno comunque percepire un coinvolgimento nella storia. Il lettore è propenso a credere a quello che legge, ma nutre una forma di scetticismo: alcuni capitoli si ha voglia di leggerli non per il piacere di andare avanti con la storia ma di scoprire se questo scetticismo sia giustificato o meno, rendendo il tutto ancora più distaccato e poco coinvolgente.

Tra la fine della storia (ambientata nel 1958) e l’arrivo ai giorni nostri c’è un salto di 55 anni che avviene in poche pagine attraverso una cronologia sterile e asettica, che riporta fatti e luoghi.

Noiosa da seguire. Mi è sembrato un modo veloce e poco impegnativo di saltare un bel po’ di anni da raccontare. Come se il lettore dovesse accontentarsi di risolvere un unico mistero lasciato in sospeso, facilmente intuibile per i motivi che ho riportato poco fa.

E se la storia di Thomas trova fine dopo 58 anni, in questo modo asettico, il momento clou della spy story si consuma in una manciata di secondi, il tempo di sgranocchiare un pacchetto di patatine, grazie agli stessi attori piovuti sul palco, ansiosi di dire la loro parte prima che se la possano dimenticare, per poi tornare dietro le quinte e cambiarsi.

Una parte degna di nota è lo scambio di lettere tra la moglie e Thomas: divertente, utile e ben fatta, così come le metafore sparse in tutto il libro: i pochi segni riconoscibili della bravura di Coe, che con questo libro mi ha davvero deluso.

Non mi è passata comunque la speranza che possa tornare presto un nuovo romanzo, con tutte le caratteristiche che l’hanno reso famoso e amato in tutto il mondo.

Vi lascio con un articolo dedicato, preso da linkiesta.it

Giovanna

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18/09/2013

Expo 58, la ricerca del tempo perduto di Jonathan Coe

Un romanzo intriso di nostalgia e ironia. Coe mette in mostra il tempo che se ne va, inesorabile

 
Il nuovo libro – Incontro con l’autore

Era il migliore dei tempi, era il peggiore dei tempi. Era il 1958. Un anno per molti versi straordinario, degno di un incipit di Charles Dickens: la Comunità Economica Europea è appena nata; sovietici e americani mandano in orbita i primi satelliti (il nome Sputnik vi dice niente?); Bertrand Russell lancia la sua campagna per il disarmo nucleare; la Svezia rischia di vincere i Mondiali di calcio (ma perde, 2 a 5, contro il Brasile di Pelé); nell’Italia del boom viene pubblicato, da Feltrinelli, Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

E proprio presso la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli,Linkiesta ha incontrato, insieme a una batteria di agguerrite giornaliste e blogger, un grande scrittore inglese che al 1958 ha dedicato un romanzo: Jonathan Coe. Nato nel 1961 in un sobborgo di Birmingham, Coe possiede quell’autoironia tutta britannica che gli ha permesso di scrivere bestseller pungenti come “La banda dei brocchi” o “I terribili segreti di Maxwell Sim”.

Coe è autore anche di saggi, e ama moltissimo la musica, ma è soprattutto un romanziere. E sulla letteratura ha le idee chiare. «Penso che ogni romanzo abbia una funzione morale o sociale. Una delle funzioni del buon romanzo è aiutare il lettore a pensare più liberamente, a immaginare più liberamente. Qualsiasi sia l’argomento del libro, leggerlo deve essere una specie di atto politico».

Questo tuttavia non significa che la narrativa di Coe sia monodimensionale. «Quando ero un giovane scrittore, un giornalista, avevo una visione molto semplicistica della relazione tra romanzo e società, e nei miei scritti ero poco paziente con i romanzi che non si occupavano dell’oggi, dei problemi del presente. Ora però capisco che ci sono molti modi diversi di scrivere del presente. Esistono temi connessi non solo alla natura umana ma all’economia e alla politica, che sono ricorrenti nella storia».

L’ultima fatica letteraria di Coe, edita in Italia da Feltrinelli, si intitola “Expo 58”. Il perché è presto detto: nel 1958 il Belgio ospitò, non lontano da Bruxelles, un’esposizione universale. Ora: che uno scrittore brillante come Coe abbia visto nel Belgio di fine anni ’50 uno scenario ideale per una spy comedy, non deve stupire. In fondo si tratta di un regno surreale per natura, notoriamente bersagliato dalle barzellette dei francesi (e dalle invasioni dei vicini in generale).

Quando poi si scopre che obiettivo dell’Expo 58 era nientemeno che generare “una genuina unione dell’umanità”, e che il nome del padiglione belga era “Belgique Joyeuse” (il “Belgio gaio”, nel libro), allora si capisce che ironizzare sull’argomento è come sparare ai pesci in un barile. Certo, la vis comica di Coe non è mai volgare. Conserva sempre una piacevole leggerezza che ben si sposa con la duplice natura del libro. «Il romanzo è ambientato nel 1958 ma contiene anche dei rimandi all’oggi. Tuttavia ho cercato di mantenere un tono delicato e lieve, non volevo spingere troppo con i paragoni».

Protagonista del romanzo è Thomas Foley. Un trentenne di bell’aspetto, sposato e con figlioletta, che si guadagna il pane scrivendo opuscoli informativi per conto del governo britannico. Un borghese piccolo piccolo, insomma, che Coe non esita a definire «ingenuo e stupido». I suoi superiori lo spediscono all’Expo 58 per supervisionare la gestione del Britannia, il finto pub in “autentico stile inglese” che correda il padiglione britannico. Ma tra una birra tiepida e un cartoccio unto di fish and chips, Thomas dovrà vedersela con spie idiote, funzionari incapaci e soprattutto affascinanti hostess belghe che nulla sanno del suo matrimonio in terra d’Albione.

Vero protagonista del romanzo, però, è l’Expo 58. A cominciare dall’Atomium, l’imponente costruzione a forma di cristallo di ferro realizzata proprio per l’esposizione, e a cui i belgi sono ancora oggi così legati da effigiarla pure nelle monete da due euro. È stato l’Atomium, peraltro, ad aver ispirato in Coe “Expo 58”.

L’Atomium, nel parco Heysel a Bruxelles

«È solo negli ultimi anni che mi sono iniziato a interessare di architettura. Si tratta di una disciplina che non ho mai studiato. Riconosco che mi è difficile scrivere un libro ispirato da un edificio piuttosto che dalla gente o da eventi sociali, ma di fronte all’Atomium ho avuto una risposta molto emotiva, il che è stato insolito per me. La prima cosa a cui ho pensato vedendolo è il tempo, che è il grande tema in tutti i miei libri. Si tratta, a mio parere, di un edificio realizzato per esprimere speranza nel futuro, ma che ora è parte del passato. Una duplice prospettiva, insomma: una costruzione che guarda avanti e allo stesso tempo riporta indietro, al 1958. È questo ad avermi commosso».

E come una macchina del tempo, “Expo 58” riesce a trasportare il lettore in un’epoca che oggi sembra essere lontana anni-luce. L’Europa in pieno sviluppo, che sogna di unificarsi dopo secoli di guerre. La fiducia nell’energia atomica. Il mito della prosperità senza fine («Gran parte del nostro popolo non è mai stata così bene» è la celebre frase del primo ministro inglese Harold Macmillan nel 1957).

E anche se la Guerra Fredda è sempre più gelida, all’Expo 58 i belgi tentano di esorcizzarla mettendo il padiglione statunitense e quello sovietico l’uno di fronte all’altro. «L’Expo 58 fu in parte una fiera commerciale, ma fu anche un evento molto idealistico – riconosce Coe – Difficile, oggi, fare un Expo che non sia molto più cinico di quello del ‘58, perché viviamo in un periodo meno innocente».

Leggendo “Expo 58” si ha la sensazione di tenere tra le mani un libro intriso di nostalgia. Di rimpianto per un’epoca in cui tutto era più semplice, genuino, spontaneo. Un’epoca in cui per fare felice una ragazza bastava portarla a ballare in birreria, e con gli amici ci si parlava di persona, e non attraverso Facebook. Il perbenismo abbondava (il rapporto di coppia tra il protagonista Thomas e la moglie casalinga ne è un esempio), ma non bastava ad avvelenare un’atmosfera di moderato edonismo. La gente non era ancora ossessionata dal salutismo (nel libro tutti bevono e fumano con grande entusiasmo, il cancro ai polmoni è meno temuto dei calli ai piedi), il consumismo delle masse si riduceva al sogno di possedere un’utilitaria o un televisore.

Non è così. Coe si diverte a divertire il lettore con gli stereotipi degli anni Cinquanta, ma il messaggio sembra chiaro. Il 1958, come il 1989 o il 2013, è un anno con le sue luci e le sue ombre. Se oggi i più anziani provano nostalgia per gli anni Cinquanta, non è perché quegli anni erano migliori, ma perché loro erano migliori: più giovani, più sani, più forti; i sogni dell’adolescenza non ancora fatti a pezzi dalla realtà, e l’intima convinzione di poter ancora cambiare il proprio destino senza eccessivi sforzi; l’albero delle possibilità che spiega tutti i suoi rami. Il passato inganna perché la memoria inganna. Proprio come l’Expo 58, dove si costruiscono edifici, e interi villaggi, finti. Da smontare quando non servono più.

«Inizio a diventare vecchio, e mi ci sono voluti molti anni per capire quant’è difficile la ricerca della propria identità, e quanto indietro nel tempo si debba andare. Noi non siamo mutati dalle sole circostanze, ma anche determinati dalla genetica, dalla natura della nostra infanzia, dai rapporti giovanili con i nostri genitori – spiega Coe – Ho iniziato a esplorare questi temi con il romanzo “La pioggia prima che cada”, e in questo libro, “Expo 58”, non ho fissato dei confini precisi. Non è come un dipinto delimitato da una cornice, i margini della storia sono abbastanza annebbiati. Nel romanzo si scopre qualcosa di più sulla madre di Thomas, alla fine si sa qualcosa anche sul futuro del suo matrimonio. Si tratta di piccoli spazi che sto lasciando a me stesso qualora volessi tornare a scrivere di questa storia, per esplorare con maggior dettaglio. O magari no, lo deciderò in futuro».

“Expo 58” ha un che di piacevolmente nebuloso anche per il suo essere una spy comedy. E in effetti gli anni Cinquanta furono segnati dalla fascinazione per una spia, James Bond, che sarebbe poi diventato l’emblema della britannicità. «Ho visto molti film di spionaggio, che hanno avuto più influenza dei romanzi di spie sulla stesura di “Expo 58”. Non ho voluto essere troppo realistico, il libro doveva riflettere il carattere illusorio degli edifici e dei padiglioni dell’Expo 58. Ho capito che si trattava di un’opportunità per essere giocoso, indulgere in qualche fantasia. Mi sono ispirato ai miei film di spionaggio preferiti, e in particolare quelli di Hitchcock».

Con una differenza: nei film di Hitchcock il cattivo era un criminale. In questo libro è il tempo. E purtroppo non lo si può arrestare.

 

http://www.linkiesta.it/expo-58

Piero Chiara – La spartizione

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Ciao!

Ieri pomeriggio mentre cercavo il libretto di istruzioni del ferro da stiro (che sembrava posseduto) ho notato nella libreria un libro letto da poco, di cui devo assolutamente parlarvi!

E’ un romanzo di Piero Chiara (1913-1986), che si intitola “La spartizione”. Lo stesso autore ci tiene subito a precisare che non è la spartizione di una torta appena sfornata, o di un ricco bottino, aggiungendo un sottotitolo: “la comica avventura di un uomo diviso fra tre donne”.

La versione che ho io è un’edizione del 1973, comprata per pochi euro in una libreria famosa proprio per i libri usati. Fu pubblicato per la prima volta nel 1964 da Mondadori.

Il protagonista, ovvero l’uomo conteso dalle tre donne, si chiama Emerenziano Paronzini. E’ un uomo di mezza età, funzionario statale, che dopo il trasferimento a Luino decide di prendere moglie, per garantirsi una vita tranquilla, serena, consona a un uomo del suo rango.

La sua curiosità va a posarsi su tre sorelle, che possiamo comunemente chiamare “zitellone”. Pur essendo abbastanza ricche di famiglia non hanno marito, probabilmente per via del loro aspetto. Il Paronzini (come veniva chiamato in paese) vede nei loro sguardi tutte le caratteristiche che la sua moglie ideale deve avere, e decide di approfondire la conoscenza.

Come lui stesso ammette, la moglie ideale deve “essere persona, natura compiuta anche se distorta, da manomettere e da sommuovere senza pietà, crudelmente, come egli pensava si dovesse operare con le donne per trarne i sapori più forti”.

Insomma, una concezione quasi preistorica del concetto di donna e moglie. 😀

Scopre quindi che hanno perso il padre, vivono tutte e tre insieme nella casa di famiglia e si occupano di varie attività legate alla chiesa e alla comunità.

Ma soprattutto scopre che, nonostante la loro bruttezza, ognuna ha qualcosa di bello da offrire: una caratteristica estetica (mani, gambe, capelli) che lo convince del tutto a iniziare una corte serrata al gruppo, per decidere in seguito chi sposare.

Si introduce in casa loro con il pretesto di aiutarle con dei documenti, ed è molto divertente vedere come un piccolo elemento di disturbo possa generare il caos in un equilibrio che non è mai stato intaccato, e che ha resistito compatto e saldo fino ad allora.

Dopo attente riflessioni sceglie la sorella più grande, ma, non contento, proverà a conquistare anche le altre due..

Il titolo, a partire da questo punto della storia, fa anche riferimento alle tre sorelle, che si spartiscono i mille ruoli che una moglie ricopre.

Le situazioni assurde in cui il protagonista si ritrova sono volutamente ironiche, dando al lettore la sensazione che non ci sia niente di strano, di poco normale in tutto ciò.

In realtà tutto il romanzo è una provocazione alle concezioni del periodo, all’idea di “peccato”, a quell’apparenza che andava sempre mantenuta, di cui il Paronzini è ricercatore e trasgressore allo stesso tempo.

Anche i canoni come la bellezza e la bruttezza, di natura soggettiva ma universalmente classificati, vengono capovolti: scopriamo così che da tre mele marce, tagliando pezzo per pezzo, se ne può ricavare una buona, ma in uguale misura ce ne sarà una completamente composta da parti avariate, e lo sforzo per ottenerla è stato pari a quello per ottenere la mela buona.

La bruttezza diventa quindi frutto (per rimanere in tema) di una accurata ricerca, non di un destino dispettoso: concetto che è rimarcato anche dall’ossessione del padre delle tre ragazze per le verdure deturpate, storte, coltivate in modo da avere un aspetto più lontano possibile da quello che ci si può aspettare.

Il Paronzini mangia la mela ottenuta con le parti buone, ma solo all’ultimo scopriamo che era interessato all’altra mela, quella marcia, dando la sensazione di essersi preso gioco del lettore, di accettare e condividere i canoni, le regole, le imposizioni del periodo storico e sociale. In realtà ha distorto e manomesso pure quelli, a suo vantaggio.

Il finale è risolutivo: la sensazione viene confermata, il Paronzini diventa “un eroe” sociale, colui che ha dimostrato che  “con costanza, silenzio e buona tempra si possono ottenere risultati sorprendenti”.

Nonostante il cinismo che potrebbe trasparire, penso sia un personaggio molto positivo, indipendente, proiettato sui suoi obiettivi, e disposto a raggiungerli a qualunque costo. Di lui mi è rimasto soprattutto questo.

Il romanzo si legge facilmente, giusto le prime pagine risultano un pò lente, per via delle riflessioni che il Paronzini fa. Una volta fatta la conoscenza con le tre sorelle però, la storia scivola veloce come una biglia su un piano inclinato.

Peccato che sia un romanzo poco conosciuto: lo trovo molto attuale, capace di competere con i libri del momento. A tempi, comunque, ottenne un grande successo!

E’ stato tratto anche un film: “Venga a prendere il caffè da noi” (1970), diretto da Alberto Lattuada. Mio padre ha detto che è molto divertente: devo procurarmelo al più presto!

Immagine presa da http://www.incipitmania.com/wp-content/venga-a-prendere-il-caffe-da-noi.JPG
Immagine presa da http://www.incipitmania.com/wp-content/venga-a-prendere-il-caffe-da-noi.JPG

Vi lascio con una recensione presa da ilmiogiornale.org, che racconta anche le differenze tra il romanzo e la versione cinematografica.

Giovanna

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Piero Chiara maestro di ironia. Perché leggere “La spartizione”

Per chi ama Andrea Vitali, leggere Piero Chiara è quasi un atto dovuto. Quest’ultimo è, infatti, uno dei suoi “maestri” e a lui è intitolato il premio letterario che a Vitali è stato assegnato nel 1996.

In comune hanno l’ambientazione paesana e lacustre delle loro storie, ma soprattutto quello spirito di osservazione necessario per sollevare – con leggerezza – il velo dell’apparenza e smascherare – senza intenti moralistici – difetti, meschinerie, menzogne e ridicolaggini di cui pullula l’umanità. Ne deriva che i microcosmi da loro ritratti, seppure geograficamente ben definiti (Nord Italia, lago, paese), hanno una “vocazione universale”. Come non ritrovarvi, infatti, le stesse dinamiche di un qualunque paesino del Sud Italia? Quella propensione al pettegolezzo tanto più marcata quanto più riservata è la persona che ne è l’oggetto; quel moralismo di facciata che nasconde vizi e vizietti; quell’intrecciarsi tra ritmi della natura e ritmi degli uomini; quel bizzarro mescolarsi di sacro e profano, di fede e superstizione; quella tendenziale diffidenza con cui chi vivacchia guarda a chi se la passa bene e che va a braccetto con il desiderio di apparentarvisi…

Quale sia l’approccio di Chiara rispetto alle storie narrate ben lo spiega Carlo Bo nell’introduzione all’edizione Mondadori de La spartizione (1964):  «[…] non insegna, non spiega, tutto deve essere limitato a vedere meglio e quindi a capire. […] per Chiara, capire significa mettersi nelle stesse condizioni dei suoi personaggi, accettare i fatti […] lasciando […] alla vita il compito di svolgere la sua lezione di fatale semplicità e di naturalezza.» «Non si sbaglierà, dunque, a mettere l’accento finale sull’intensità dello sguardo, sulla singolarità e infine sul rispetto autentico e libero della vita che salta fuori dalle sue pagine più belle.»

È chiaro, dunque, che quelle de La spartizione sono pagine che, tra una risata e l’altra, offrono parecchi spunti di riflessione. E lo fanno persino su temi abbastanza improbabili quali, ad esempio, “la dignità del brutto”. Significativo in proposito un passaggio ripreso anche nella trasposizione cinematografica Venga a prendere il caffè da noi, diretta nel 1970 daAlberto Lattuada (che, peraltro, vi interpreta anche una piccola parte, quella del dr Raggi): «Tanto il bello quanto il brutto […] sono frutto di un uguale sforzo creativo e sono qualità raggiunte. E non è che sia facile ottenere una cosa veramente brutta: è difficile come ottenerne una bella. La valutazione dei risultati è una pura questione di gusto.»

La trama stessa, del resto, ruota intorno alla bruttezza: tre sorelle tutt’altro che avvenenti (Fortunata, Tarsilla e Camilla Tettamanzi) si contendono le attenzioni di un uomo (Emerenziano Paronzini) che della bruttezza si scoprirà essere amante, al pari del defunto padre delle tre “grazie”A questa tresca principale si annodano altre vicende amorose e altri episodi che, pur oltrepassandone le rassicuranti mura, hanno sempre in casa Tettamanzi il loro epicentro.

A raccontar queste esilaranti vicende è un narratore disincantato e irriverente, che, però, non lascia il lettore a secco di poesia. Attenti, tuttavia, a non farsi prendere dal romanticismo perché l’incanto dura poco. Emblematico questo passaggio che vede per protagonista il perdigiorno e dongiovanni Paolino: «”Dio ha voluto così” concluse. E guardando il cielo dove le stelle sembravano eccitate dal vento che rumoreggiava tra i faggi, pensò a Dio, tanto per pensare a qualche cosa di astratto, come gli pareva giusto in quell’immensità.
“Ci sarà proprio Dio?” si domandò. “Se c’è” si rispose “tiene mano al Paronzini.»

Accennavamo prima al film che da questo romanzo è stato tratto: nonostante Piero Chiara abbia collaborato alla sceneggiatura (e vi abbia anche recitato nei panni del rag. Pozzi, amico intimo del Paolino), la versione cinematografica non è del tutto fedele all’originale letterario.
Innanzitutto, La spartizione è ambientata in epoca fascista, mentre Venga a prendere il caffèda noi è ambientato in epoca successiva. Uno scostamento che priva la pellicola di alcune perle di sarcasmo con cui Chiara delizia il lettore e che prendono di mira proprio il fascismo. Mancano, inoltre, alcune delle scene più comiche, anche se il film risulta comunque godibile: il segreto per apprezzarlo a pieno è non aspettarsi una riproduzione pedissequa del romanzo.

Se, infatti, la storia e i personaggi perdono qualcosa rispetto alla versione letteraria (Tarsilla qui non è poi così brutta e le sue gambe non così belle; Emerenziano qui è tutt’altro che insignificante), per altro verso nel film acquistano nuove e interessanti caratteristiche. Più di tutti l’Emerenziano che – grazie ad uno straordinario Ugo Tognazzi, esilarante quanto nei panni del Conte Mascetti in Amici miei di Monicelli –  acquista più charme, più nerbo … e più fastidiose abitudini. Degna di nota, però, è anche l’interpretazione che di Camilla Tettamanzi fa Milena Vukotic: sottomessa, ingenua e anche più isterica del personaggio letterario.

Il consiglio è quindi di cominciare con la lettura del libro (avendo la pazienza di attendere che il ritmo acceleri in un crescendo di ridicoli colpi di scena) e poi, dimenticandolo per un attimo, passare alla visione del film

 

Piero Chiara maestro di ironia. Perché leggere “La spartizione”

E-book reader

Ciao a tutti! Rieccomi dopo una breve pausa, che mi è servita per trasferire il mio blog sul dominio dedicato: cosa ne pensate? Bello, vero? Ora devo solo capire e imparare come cambiare grafica, e magari farmi fare un’immagine dedicata..

Comunque, cosa ne pensate degli e-book reader?

Da quando sono nati ho sempre pensato che mai e poi mai me ne sarei comprata uno: li evitavo, manco fossero radioattivi! Questa è una di quelle cose che o si ama o si odia, un po’ come la guerra tra pandoro e panettone a Natale!

Poi mio fratello ha regalato un Kindle a mio padre, anche lui acerrimo sostenitore del libro cartaceo. Devo dire la verità: avevo cercato di far cambiare idea a mio fratello, ricordando le parole di mio padre.

Ma lui mi rispose che le nostre erano solo supposizioni, e che a priori diventa difficile giudicare l’apprezzamento (o meno) di un oggetto mai provato. Inoltre è risaputo che mio padre legga molto, viaggi molto, e spesso sceglie libri di dimensioni notevoli, che sono anche difficili da maneggiare e da leggere a letto.

Tra lo stupore e la perplessità mio padre ricevette questo regalo: due giorni dopo stava già ordinando una custodia, con lo stesso amore con il quale le donne scelgono una borsetta.

Da allora non l’ho mai più visto senza: ha fatto giorni interi a decantare i pregi, la comodità, l’innovazione che questo oggetto, prima di allora tanto temuto, ha portato nella sua vita. Ha pure insistito per farmelo provare. Devo ammettere che quelle poche pagine lette sembravano proprio di carta! D’altronde, come spiega Wikipedia,  “la carta elettronica, conosciuta anche come e-ink o e-paper, è una tecnologia di display progettata per imitare l’aspetto dell’inchiostro su un normale foglio”.

Ma non mi sentivo ancora pronta per abbandonare i miei libri cartacei, che amo e coccolo con cura. Sono tutti divisi e disposti secondo vari criteri: dal gradimento al periodo di lettura, passando per quelli che vorrò leggere e quelli che ho abbandonato e che non leggerò mai. Tutti con impresso il mio nome e la data di acquisto. Perché proprio la data, direte voi? Non lo so, è un’abitudine che mi porto dietro da quando ho memoria. 🙂

E vogliamo parlare poi del piacere immenso che regala il vagabondaggio in libreria? L’atteggiamento da predatore, in mezzo a un branco di possibili prede? L’euforia di stringere tra le mani una promessa di felicità, evasione, emozioni?

Amo fare shopping, come tutte le donne del resto, ma poche cose mi danno soddisfazione come il ricevere una busta della libreria. Pregustare il momento in cui tirerò fuori il libro, e mi fionderò sulla prima parola, a completa disposizione dei personaggi, della storia narrata.. Sbirciare qua e là tra le pagine, immaginando, da quel poco che si osserva, possibili evoluzioni. Lanciare occhiate furtive a destra e sinistra prima di immergere il naso nelle pagine, e respirare a pieni polmoni effluvi degni di un verso di Foscolo.

Immagine presa da http://fuckyeahragetoons.tumblr.com/page/40
Immagine presa da http://fuckyeahragetoons.tumblr.com/page/40

Quindi, mi dicevo, mai e poi mai mi sarei comprata uno di quegli affari elettronici, che liquidano, con un colpo di click tutto questo in favore di uno sterile download.

Finché, a un certo punto, non ho cambiato casa, e da una stanza tutta per me sono passata a un appartamento poco più grande da condividere con il mio compagno, e in contemporanea ho iniziato a lavorare per una libreria, che offriva sconti vantaggiosi per i propri dipendenti. E’ andata a finire peggio di quando facevo la commessa in un negozio di vestiti: libri ovunque! Dalla libreria, non contenta, sono passata a lavorare per una grossa casa editrice, dove i libri me li tiravano letteralmente addosso.

Fu così che un giorno, dopo essere inciampata su una versione a fumetti della Costituzione, decisi di dare un occhio ai prezzi degli e-book reader.

Per pigrizia ho guardato prima su Amazon, padre dei Kindle (lo stesso che aveva stregato il mio babbo).

Non volevo qualcosa di scadente, ma nemmeno qualcosa che facesse più di quanto servisse a me. Ho visto molti e-book reader svolgere funzioni di un tablet (tipo il Kindle Fire), e altri con prezzi così bassi da farmi dubitare sulla qualità di lettura.

Dopo essermi letta numerose recensioni, sono stata incuriosita dal Kindle Paperwithe, che ha anche il vantaggio di poter essere retroilluminato, per leggere al buio. Un’ottima cosa, per chi ama leggere fino a tardi e ha un compagno brontolone! 🙂

Inoltre viene dichiarato, dallo stesso Amazon, il miglior dispositivo per leggere, per via dello schermo antiriflesso, per il peso leggerissimo e per la durata della batteria.

Il prezzo mi sembrava ragionevole: più o meno quanto spendevo in libri in due mesi. Così, spinta dal mio compagno (che ama tutto ciò che ha un microprocessore all’interno), mi sono decisa a comprarlo.

Kindle Paperwhite

Già che c’ero ho pensato di comprarmi anche la custodia: il Kindle Paperwithe ha uno schermo touch capacitivo, e avevo previsto per lui lunghi viaggi all’interno della mia borsa, di fronte alla quale anche quella di Mary Poppins impallidisce.

Ero orientata verso una custodia originale, per la serie “se devo fare le cose, meglio farle bene”.

Ma le recensioni non erano delle migliori: può una custodia pesare quanto l’oggetto che deve contenere, facendo raddoppiare di peso il tutto? Può una custodia costare quanto un terzo dell’oggetto che deve contenere?

Un’altra questione che sembrava di vitale importanza, stando alle recensioni che mi sono letta, era la presenza del sensore magnetico sulla custodia: all’apertura della stessa, il dispositivo si sarebbe azionato. Alla chiusura, si sarebbe messo subito in stand-by, permettendo un maggiore risparmio della batteria.

Quindi sono andata alla ricerca di una custodia non originale ma perfettamente compatibile, di peso ragionevole, di prezzo dimezzato, con un magnete che sia abbastanza forte da impedire l’apertura accidentale nella borsa ma non troppo forte da compromettere la praticità d’uso, e magari gradevole da vedere.

La ricerca delle sette sfere di Goku in Dragon Ball mi appariva improvvisamente un’inezia a confronto. Alla fine ho scelto una custodia color “carta da zucchero” (che io avrei definito banalmente “turchese”) e per 12 euro me la sono aggiudicata.

Questa è arrivata qualche giorno dopo il Kindle, per il fatto che non veniva venduta direttamente da Amazon ma da un venditore privato.

La custodia è molto bella: calza alla perfezione, è leggera, il magnete è ottimo e ha pure inciso la scritta “Kindle” all’interno, facendo sfigurare quelle originali.

Con il Kindle è stato amore a prima vista: in dieci minuti mi ero comprata, a una cifra molto più bassa del cartaceo, diversi volumi. Un e-book reader indubbiamente permette di comprare libri a cuor leggero, per via del prezzo e dell’ingombro (che è virtuale).

Permette di avere e portare con sé diversi titoli, e di leggere più libri contemporaneamente. Quando racconto che mi capita di leggere più di un titolo alla volta vengo guardata male. Non tutti i libri si prestano a essere letti la sera, quando uno è stanco e ha meno attenzione, così come non sempre in treno si riesce ad avere il giusto silenzio. Oppure capita di avere tra le mani un saggio, o uno di quei libri da “consultazione” e di volerne sfogliare un po’ alla volta.

Mi permette anche di evidenziare frasi, condividerle sui social o inoltrarmele via mail. Non permette di aggiungere annotazioni, ma mi sono armata di foglietti adesivi e quaderni.

Certo, l’esperienza di acquisto è cambiata totalmente. Non sono una persona che ama le attese: se voglio una cosa la devo avere, possibilmente subito. Quindi quando vedo un libro che mi piacerebbe leggere devo segnarmi titolo e autore, lasciarlo a malincuore in libreria e fiondarmi a casa per comprarlo tramite Amazon, che in un secondo me lo fa trovare su Kindle. E’ così frustrante entrare in libreria e uscire a mani vuote!

C’è da dire però che questo permette anche acquisti alle tre di notte, immersi nella vasca da bagno. Una cosa non da poco, appunto, per una persona che quando vuole una cosa la deve avere, possibilmente subito, anche se sono le tre di notte e si sta facendo un bagno.

Degne di nota sono anche le offerte del giorno: Amazon seleziona, ogni giorni, tre titoli a prezzi ridicoli (che vanno dai 99 centesimi ai 2 euro)! Ogni mattina mi viene recapitata una mail contenente i titoli in offerta, ed è bellissimo svegliarsi con la curiosità di scoprire cosa potrei leggere di nuovo, quali autori potrei conoscere.

So bene però che non mi ricapiterà più di aprire “Giamburrasca” e ritrovarmi l’etichetta del mio primo tutù, a ricordarmi che nell’attesa tra un balletto e l’altro stavo leggendo proprio quel libro. O di ridere di fronte a una caricatura della prof. di latino, fatta da un compagno di banco che, come me, non ci capiva niente di traduzioni.

E di fronte a un libro che non mi è piaciuto non posso nemmeno più riciclarlo come zeppa per il tavolino traballante: con un semplice click lo posso eliminare con la stessa facilità con la quale l’ho comprato.

Non posso nemmeno buttarlo giù dal balcone, come feci un pomeriggio di liceo, esasperata da un mattone indigesto!

Non avrò più libri con il segno della gamba del tavolino e libri reduci da voli con atterraggi nelle zone più incolte del giardino.

Mi auguro che questo e-book reader mi possa regalare dei nuovi ricordi: non so se una zanzara attirata dalla luce del dispositivo, e brutalmente schiacciata con la copertina carta da zucchero possa aiutarmi, ma già il fatto che sia qui a raccontarvelo mi fa sperare.

Chi di voi ha un e-book reader? Cosa vi ha spinto a farvelo comprare? Siete soddisfatti?

Vi lascio con un articolo che approfondisce i criteri da valutare nella scelta di un e-book reader, e alcune foto del mio Kindle.

Giovanna

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p.s.: comunque io odio il panettone!

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Ebook reader: dieci regole d’oro per scegliere quello “giusto”

Grandi o piccoli, con o senza touch-screen, più o meno capienti: ecco dieci aspetti da tenere in considerazione prima di procedere all’acquisto

Il lettori di ebook sono ormai entrati in fissa dimora fra i generi di largo consumo dell’hi-tech. Del resto basta dare un’occhiata alla straordinaria pletora di eReader presenti in commercio per capire perché si può parlare di piena maturità del mercato. Vista l’abbondanza, semmai, risulta sempre più difficile orientarsi nellascelta del dispositivo giusto. Qui di seguito dieci buone regole da tenere presenti prima di procedere all’acquisto:

1. Tablet o ebook reader?

Giusto per chiarire: gli ebook si possono leggere anche con un tablet, come l’iPad. Ma se volete un’esperienza che sia quanto più possibile vicina a quella dei libri in carne ed ossa – o meglio, in carta e inchiostro – è preferibile un ebook reader “puro”, come i vari Kindle, Nook e Sony Reader. Dispositivi nati per la lettura, mica per altro. Le differenze, a livello tecnologico, sono tante. Una su tutte: il display di un tablet è a cristalli liquidi, quello di un tablet si basa generalmente su tecnologia e-ink, l’inchiostro elettronico che rende gli eReader più riposanti per la vista. Oltre che ben visibili alla luce del sole, proprio come i libri veri.

2. C’è inchiostro e inchiostro

Gli schermi degli e-book, anche quelli a inchiostro elettronico (e-ink), non sono tutti uguali. I display di ultima generazione utilizzano una tecnologia – denominata Pearl – che migliora il contrasto del 50% rispetto ai modelli più datati. A proposito: c’è anche chi permette di regolarlo il contrasto, opzione interessante soprattutto quando si tratta di leggere certi pdf un po’ sbiaditi.

3. Con o senza touchscreen?

La touch revolution ha investito anche il mondo degli ebook reader, alla faccia di chi pensa che sfogliare un libro elettronico sia un’esperienza poco “tattile”. Così sono sempre di più i dispositivi che optano per un’interfaccia controllabile in punta di dita. Valgono i consigli di sempre: prima di comprare un eReader con touchscreen metteteci le mani sopra, cercando di capire se il feeling è quello giusto.

4. Piccolo è bello? Non è detto

La fisica ci ha insegnato che dimensioni e peso sono parametri oggettivi. Quando si parla di gadget hi-tech, però, tutto è opinabile. Scegliete perciò il dispositivo sulla base del vostro confort personale. Ricordandovi però che più il reader è piccolo più farete fatica a visualizzare i libri a tutto schermo. Pensateci due volte, quindi, prima di acquistare un lettore più piccolo dei “canonici” 6 pollici.

5. Attenzione ai formati

Nell’attesa che i vendor si mettano d’accordo su un formato unico e insindacabile dovremo considerare il problema delle estensioni. C’è chi legge gli ePub (probabilmente il formato più diffuso) e chi non lo fa (vedi Amazon per esempio), chi accetta i DRM di Adobe e chi no. In ogni caso sappiate che in ultima ratio c’è sempre la possibilità di convertire i file attraverso alcuni programmini dedicati, come ad esempio Calibre .

6. Memoria? Serve fino a un certo punto

Quello della memoria dovrebbe essere l’ultimo dei problemi, in teoria: perché in fondo basta un giga di spazio per archiviare più di 2500 ebook in formato ePub. Se però utilizzate il vostro reader per leggere pdf di grandi dimensioni allora date un’occhiata alla capacità del dispositivo, o quantomeno assicuratevi che ci sia uno slot per l’inserimento di una memory card.

7. La ricerca della connettività

Come tutti i dispositivi portatili, anche gli eReader possono essere connessi al PC; per trasferire gli ebook, ad esempio, ma non solo. Esistono però altri metodi per comunicare con l’esterno senza passare dal computer: il Wi-Fi, ad esempio, o persino il 3G. Nel mentre date un’occhiata anche alle opzioni per la condivisione, che possono rivelarsi utili non solo per passare i libri ai vostri amici ma anche per traslocare la vostra biblioteca semmai doveste trovarvi un giorno a cambiare dispositivo.

8. In libreria, direttamente dall’eReader

Senza i contenuti, gli eReader sono solo bellissimi scatolotti vuoti. Così, se siete quelli che si definiscono “divoratori di libri” potrebbe farvi comodo un negozio di libri elettronici associato al vostro dispositivo. Unica controindicazione: sarete più tentati a mettere mano al portafogli per fare acquisti.

9. Dizionari e applicazioni non guastano

D’accordo che un buon eReader deve fare innanzitutto il suo mestiere, ma l’aggiunta di qualche applicazione non guasta. Ci sono i dizionari, ad esempio, utili per chi vuole una mano nella traduzione di libri in lingua originale, ma anche gli editor di testo (per aggiungere note) e i lettori audio, per ascoltare mp3 e – soprattutto – audiolibri.

10. Prezzo

Come in tutti gli acquisti c’è da valutare ovviamente anche il fattore prezzo. Che nel caso dei lettori di libri digitali soggiace a due logiche ben distinte: c’è chi – è il caso di Amazon con il suo Kindle – punta a tenere i prezzi piuttosto bassi per puntare tutto o quasi sulla vendita dei libri digitali, e c’è chi invece preferisce nobilitare il pezzo di ferro e lasciare agli utenti la libertà di gestirsi come meglio crede la propria biblioteca digitale.

 

http://mytech.panorama.it/Ebook-reader-dieci-regole-d-oro-per-scegliere-quello-giusto

Daniel Glattauer – Le ho mai raccontato del vento del nord – La settima onda

Immagini prese da ibs.it
Immagini prese da ibs.it

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Ciao! Inizio la settimana riprendendo la vena polemica di sabato, ovvero parlandovi di un altro libro che non mi è piaciuto.

O meglio , i libri sono due, se considero anche il seguito. I titoli sono: “Le ho mai parlato del vento del nord” e “La settima onda”, entrambi di Daniel Glattauer (1960), scrittore austriaco. In Italia sono stati pubblicati nel 2010 da Feltrinelli.

La storia narra di una conoscenza casuale, nata da una mail inviata per sbaglio, tra Emmi e Leo. Emmi ha un marito e dei figli, Leo invece colleziona una delusione d’amore dopo l’altra.

Il libro inizia proprio con una mail, quella di disdetta da un abbonamento a una rivista, da parte di Emmi. Emmi però sbaglia a digitare l’indirizzo (per colpa di una lettera fuori posto). Dopo poche pagine si intuisce che tutto il libro conterrà solo e-mail. Infatti a seguito delle sue numerose mail di sollecito, scopre che aveva scritto a Leo, invece che alla redazione della rivista. Inizia così una fitta corrispondenza tra i due, i quali più volte, in maniera molto prevedibile, saranno tentati di conoscersi dal vivo.

Ecco l’incipit:

15 gennaio

Oggetto: Disdetta
Vorrei disdire il mio abbonamento. Mi dite, per favore, se questa è la procedura giusta? Distinti saluti, E. Rothner.

18 giorni dopo
Oggetto: Disdetta
Voglio disdire il mio abbonamento. Basta questa e-mail? In attesa di un cortese riscontro.
Distinti saluti, E. Rothner.

 

 

Il finale non lo rivelo per non rovinare la sorpresa a chi volesse leggerlo: dico solo che non è così scontato come si potrebbe pensare, ma molto più inverosimile di tutto il libro stesso.

Non è difficile conoscere persone in Internet: basti pensare a tutti i social networks che esistono, e che permettono in un istante di connettersi con chiunque. E’ molto meno probabile sbagliare un indirizzo e-mail e ritrovarsi comunque un indirizzo valido: quante probabilità ci sono che, dimenticando o aggiungendo una singola lettera a un intero indirizzo e-mail, ci si imbatta in un indirizzo valido? Perché nel libro la protagonista non usa un indirizzo invece di un altro, ma sbaglia a scriverlo.

E, anche ammesso che il nuovo indirizzo e-mail, generato dalla dimenticanza di una lettera, porti a un reale destinatario, quante probabilità ci sono che questo sia del sesso opposto, più o meno della mia generazione, che abita nella mia stessa città? Al di là di ogni ragionevole dubbio, per usare termini legali.

Per quanto una storia possa essere bella e coinvolgente, a mio parere deve posarsi su dei pilastri di credibilità.

La struttura del romanzo, ovvero il concatenarsi delle e-mail comunque coinvolge il lettore, che ha sempre più voglia di chiedersi cosa succederà. Complici anche le frasi a effetto, le metafore. Però per me questo libro rimane niente di più di un buon esercizio di “stile”.

A fine libro ero entusiasta, mi era piaciuto tanto, proprio per la capacità di catturare il lettore.

A freddo però mi sono chiesta che cosa nelle parole dei protagonisti abbia permesso di costruire un sentimento vero tra i due: i dialoghi sono banali e ridotti all’osso, ognuno dice di sé poco e niente. L’immagine che ognuno dà di sé e circoscritta alle successive azioni che seguiranno: troppo poco per giustificare un sentimento come quello descritto dall’autore. E secondo me anche il periodo temporale è troppo limitato per permettere una tale evoluzione.

L’idea è buona, anche se non originale. Basti pensare al film “C’è post@ per te”. Qui c’è maggiore credibilità, nel senso che lui sapeva a chi stava scrivendo. Il finale è decisamente più scontato, ma a conti fatti mi è piaciuto molto di più questo film rispetto alla storia narrata in questi due libri.

Doveva sfruttare meglio l’idea, creare maggior intreccio: mi ha dato la sensazione di un libro improvvisato, poco curato, che si basa sulla struttura originale delle e-mail e nient’altro.

Immagine presa da: http://lagallinabianca.it/ce-posta-per-te-col-senno-di-poi-un-film-sul-futuro-che-e-diventato-oggi
Immagine presa da:
http://lagallinabianca.it/ce-posta-per-te-col-senno-di-poi-un-film-sul-futuro-che-e-diventato-oggi

Il seguito poi, è a mio parere, un modo di sfruttare il successo ottenuto dal primo. Non c’è niente di nuovo: la storia tra i due è di nuovo tirata in ballo, decisamente per le lunghe, e l’unica questione chiave del libro è: “ci vediamo o non ci vediamo?”. Appare patetica, infantile, e noiosa.

Perché se il ritmo brillante, dettato dallo scambio di e-mail nel primo libro funziona da miccia per la curiosità del lettore, nel secondo libro appare scialbo, ormai prevedibile e sempre meno coinvolgente, generando nel lettore il desiderio di novità che però dalla storia non arriva, così come dai personaggi, che sono un riflesso ancora meno curato di quello che erano nel primo episodio. Deludendo ancora di più.

Successivamente ho letto un altro libro di Daniel Glattauer (“Per sempre tuo”) e devo dire che questo, giocando ad armi pari (ovvero non adagiandosi sugli allori di un’idea diversa) sembra meglio costruito, più curato. Non posso quindi dire che non sia un bravo scrittore, ma questi due libri mi hanno delusa tantissimo.

E voi cosa ne pensate? So che in molti non saranno d’accordo, eheh! 🙂

Vi lascio con la recensione del secondo libro (“La settima onda”) a cura de “L’indice dei libri del mese”.

Giovanna

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Storia d’amore dei nostri giorni quella di Leo Leike ed Emmi Rothner, per nulla banale ma molto comune di questi tempi, grazie a chat, Facebook e tanti social network, stanze virtuali che rapidamente uniscono e altrettanto velocemente separano. Botte e risposte tramite un fitto scambio di e-mail creano l’avvicendamento di un rapporto quasi impossibile: Emmi è infelicemente sposata con il pianista Bernhard e Leo si butta a capofitto in una relazione che ha sempre sognato con Pamela. La posta elettronica è rifugio privilegiato in cui germoglia e cresce un rapporto che si sviluppa grazie alla distanza virtuale ma che tentenna nel momento in cui si fa strada la sua realizzazione. Glattauer riesce a penetrare le dinamiche di relazione fra un uomo e una donna e a restituircele nella più contemporanea delle declinazioni, quella del corteggiamento via e-mail in un crescendo che racconta la metafora del titolo: “Perché ti scrivo? Perché ne ho voglia. E perché non voglio attendere in silenzio la settima onda. Sì, qui si narra la storia della settima onda, l’inflessibile. Le prime sei sono prevedibili e armoniose (…) Occhio però alla settima onda! È imprevedibile. Passa a lungo inosservata, partecipa all’assalto monotono, si adegua a quante l’hanno preceduta. Talvolta, però, fugge via. Sempre e solo lei, sempre e solo la settima onda. Perché è spensierata, ingenua, ribelle, spazza via tutto, gli dà un’altra forma. Migliore o peggiore? Possono dirlo solo quanti, afferrati da lei, hanno avuto il coraggio di raccoglierne la sfida, di lasciarsi incantare dalla sua malia”. L’epilogo del romanzo prelude alla possibilità di vivere finalmente nella realtà quell’amore. La settima onda potrebbe essere una duplice metafora: nuove frontiere comunicative, sfida di modelli ormai affermatisi socialmente, purché rimanga premessa di evoluzione e non temporaneo parcheggio di sfoghi solipsistici e avulsi dalla realtà. Espressione della forza dei sentimenti che arriva forte come un’onda improvvisa che trascina via e porta lontano. Germana Zori

L’Indice dei Libri del Mese

 

 

 

 

Carlos Ruiz Zafon – L’ombra del vento

Immagine presa da ibs.it
Immagine presa da ibs.it

Ciao a tutti! Buona estate a tutti! Finalmente è arrivata, anche se qui a Milano oggi non fa proprio caldissimo. Peccato, speravo in un weekend in piscina. 😦 Mi consolerò con un bel libro, eheh!

Oggi voglio parlarvi di un libro che mi ha deluso tantissimo. Mi aspettavo grandi cose, ma non tanto per il successo che ha avuto, ma per i pareri entusiastici che avevo raccolto tra parenti e amici.

Il libro è “L’ombra del vento” dello scrittore spagnolo Carlos Ruiz Zafon (1964). Pubblicato nel 2001, in Italia è arrivato nel 2004 (Mondadori). Lo si può definire il suo romanzo d’esordio, avendo scritto, prima di allora, solo per bambini e ragazzi.

Il protagonista, all’inizio del libro, è un bambino di 11 anni, Daniel, figlio di un libraio. Ha perso la mamma, e vive nell’angoscia di non ricordarsi più il suo volto. Un giorno il padre lo porta nel cimitero dei libri dimenticati, un posto che si presenta subito oltre i confini della realtà. Daniel sceglie un libro, promettendo di prendersene cura. Questo libro lo appassiona così tanto che decide di cercare altri libri dello stesso autore, scoprendo così che c’è qualcuno che vuole farli sparire. Le avventure di Daniel si intrecceranno con quelle di questo personaggio misterioso, con caratteristiche fisiche grottesche e surreali.

Fa da sfondo una Barcellona che è reduce dagli avvenimenti storici del periodo (siamo nel 1945), senza però, a mio parere, spiccare e assumere una posizione di rilievo. Nel senso che se ambientava la stessa storia a Cesano Boscone, secondo me poco cambiava.

L’idea di base, ovvero l’unire le ricerche di Daniel attorno a questo libro ai fatti stessi narrati nel libro, che si ripropongono senza una spiegazione apparente, non è male: è una di quelle idee che permette un intreccio solido, sviluppabile senza previsioni.

Ma dopo i primi capitoli, in cui l’autore cerca di accompagnare per mano il lettore nella storia, presentandogli chiaramente i personaggi, il luogo e l’epoca, il lettore viene abbandonato. Ci si sente un po’ come Alice nel paese delle meraviglie quando fa affidamento a ambigui cartelli (“di là”, “di qua”), chiedendo aiuto a un gatto che compare e scompare. L’autore sembra proprio lo stregatto: compare e scompare quando vuole lui, senza avvisare e senza aiutare il lettore a infilarsi nella storia.

Immagine presa da pinterest.com/pripripride
Immagine presa da pinterest.com/pripripride

Infatti vengono introdotti personaggi e storie che alla fine non sono di supporto alla storia principale, e tantomeno non danno elementi utili alla risoluzione finale. Ad esempio la figura di Clara, ragazzina più grande di Daniel, per la quale sembra provare attrazione. Dico “sembra” perché non ci viene fatto capire. A un certo punto i due personaggi si conoscono, non hanno grandi contatti, ma per il fatto che lui la sorprende tra le braccia di un altro, il lettore è portato a pensare che lui ci sia rimasto male. E quindi che provasse qualcosa per lei. Di quello che Daniel prova durante la sua conoscenza, non viene detto niente. In questo episodio sembra una pedina mossa senza il minimo slancio emotivo, verso una meta che rimarrà ignota, anche a libro finito. Il contributo che questo personaggio, questa presunta delusione di Daniel, dà alla storia, io non l’ho capito.

La storia prosegue con la lettura del libro scelto dal Cimitero dei libri dimenticati, e ci si accorge quasi subito che Daniel presto si ritroverà a vivere proprio le avventure narrate in quel libro, facendo sospettare quasi da subito un finale certo.

Sono numerosi i richiami al fantasy: lo confesso, non sono un’amante del genere. Non li ho apprezzati molto.

Ma al di là del gusto personale, anche qui ci si chiede perché questo luogo venga arricchito di elementi che lo rendono fantastico. Più volte mi è stato detto che in un libro vanno messi solo elementi essenziali, cose che servono alla storia (o subito, o nel corso dei fatti). O elementi che possano indurre il lettore a una chiave di lettura (un’allegoria, ad esempio). Ma in questo caso il richiamo al fantasy è solamente il frutto di una voglia di inventare, descrivere, e abbandonarsi al piacere della scrittura, più che di creare “personaggi”, elementi di supporto.

A mio parere doveva tratteggiare meglio il protagonista, Daniel. Sappiamo poco di lui. All’inizio il lettore scopre chi è, quanti anni ha, dove vive. Dati riconducibili a una carta d’identità. Il lettore scopre che ha perso la mamma, ma, al di là di un’ossessione per il suo volto, non si percepiscono emozioni in merito. Subito dopo arriva Clara, che, come detto poco fa, probabilmente vuole comunicare al lettore qualcosa.

Quindi, a questo punto, il protagonista diventa un burattino inanimato, trascinato da dei fili ben visibili, da una storia che si autorivela pagina dopo pagina, con degli imprevisti che Daniel supera spesso e volentieri grazie al caso e con un finale di tre pagine, che chiarisce i pochi dubbi rimasti al lettore grazie a una lettera ricevuta da un personaggio che compare e interagisce sempre in maniera del tutto fortuita.

Anche in questo caso mi viene da pensare a quello che mi è stato detto dal mio professore del corso di editor: mai scrivere finali che risolvono le cose con l’arrivo degli alieni, un mio modo di dire per descrivere un evento casuale, fortuito, imprevedibile, che toglie al lettore la possibilità di sentirsi gabbato dallo scrittore, di poter dire “Caspita, potevo arrivarci da solo”, disseminando tutti gli elementi utili nel corso della storia.

Mi è stato spiegato anche che se uno scrittore ricorre a un finale del genere, è perché lui stesso non ha elementi buoni per risolvere la storia, ovvero ha sviluppato gli intrecci, le storie dei vari personaggi dimenticandosi qualcosa.

Un po’ come iniziare una treccia e ritrovarsi alla fine con due lembi. Allora con le forbici si sale di qualche centimetro, tagliando, sperando di recuperare anche il terzo intreccio. Invece di pettinare di nuovo i capelli, dividere meglio le ciocche e intrecciarle con più cura, di pari passo. Un intervento drastico non spiega perché la treccia è venuta male.  Anzi, provando a sciogliere una treccia del genere mi ritroverei con dei capelli irregolari. A riprova che manca qualcosa.

In un post precedente ho detto che secondo me uno scrittore fa centro quando, nel corso degli anni, un lettore ricorda qualcosa del suo libro come se l’avesse letto ieri. Che può voler dire anche solo un personaggio, o un atteggiamento di esso, un pensiero.. Oppure un luogo, una sensazione..

Con questo libro non mi è rimasto impresso niente, nemmeno quelle poche frasi che ormai sono diventate aforismi, e che vedo in numerosi link sui social network.

Non posso dire che scriva male, ma non basta una sintassi impeccabile e dei periodi costruiti bene per diventare scrittori.

Dopo questo libro ne ha scritti altri, ma io ho voluto fermarmi a questo. E voi invece, avete letto altro? Cosa ne pensate di questo?

Vi saluto con una sua intervista, presa da ilgiornale.it nella quale parla del successo di questo libro, e di come gli ha ispirato una serie di libri collegati, dando vita a una saga intitolata proprio al cimitero dei libri dimenticati. Anche qui rimarca i suoi inserti fantasy, portandomi a chiedere se nei libri successivi siano sviluppati e contestualizzati meglio. Una curiosità che per il momento non ho intenzione di soddisfare.

Giovanna

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Intervista a Carlos Ruiz Zafòn:gli scrittori non hanno etichette

L’autore catalano tradotto in 40 lingue rifiuta il concetto di “genere”. Perché “ciò che conta è la mente del lettore”. E rivela: “Attraverso percorsi ambigui cerco la realtà”

Colleziona draghi, il 47enne catalano Carlos Ruiz Zafón. Oggi ne porta sulla maglietta uno d’argento, un po’ kitsch, appuntato sul petto come una medaglia al valore.

Esclama con orgoglio: «Sono io, il drago» e con un piccolo ruggito sfodera artigli virtuali. Il mercato editoriale lo considera davvero un drago: è tradotto in 40 lingue e ogni suo romanzo va a segno in classifica, dall’esordio con L’ombra del vento, ormai dieci anni fa, fino all’ultimo, cui è dedicato il tour italiano, Il prigioniero del cielo, uscito da pochi giorni in Italia (Mondadori, pagg. 350, euro 21, traduzione di Bruno Arpaia). È il terzo della quadrilogia prevista del Cimitero dei Libri Dimenticati, una saga per cui si sono verificati fenomeni alla Harry Potter: pagine di commenti su Facebook, attesa spasmodica dei fan, osanna e delusioni adolescenziali.

I lettori sono in delirio: li ha fatti aspettare tre anni per questo nuovo episodio e ne ha promessi almeno altri tre di attesa per l’ultimo. Ma sarà l’ultimo?
«Lo sarà, ve lo assicuro. Anche perché quella era l’idea originale. Nei miei romanzi gli archi temporali si possono tirare un po’ in lungo, ma non troppo. Non sfornerò di certo sette volumi».

Sarà. Ma i librai Sempere e i loro fantasmi, lo scrittore David Martin e gli altri personaggi di quella Barcellona sospesa amata da milioni di fan non le hanno preso la mano?
«Il rischio di farsi trascinare c’è. Ma il bello dei quattro libri che ho progettato è che sono quattro porte diverse per entrare in storie diverse, anche se collegate. E aspettatevi un Gran Finale».

Parte del fascino di questa saga sta anche nel considerare il libro come un oggetto fisico che racchiude misteri. Quanto di questa poesia si perderà con gli ebook?
«Il supporto con cui distribuiamo l’arte non è importante. Io ascolto sia Bill Evans che Haydn, ma non li identifico con un pezzo di plastica o un file mp3. Chissà che direbbe chi ha girato Lawrence d’Arabia per il grande schermo del fatto che oggi i ragazzini lo vedano sull’iPhone. Nel caso dei libri, per me hanno già trovato da secoli la miglior tecnologia distributiva: la carta».

Sarà vero per il mondo reale. Ma nelle sue storie?
«Il mio è un romanzo che parla di lingua, narrazione di storie, librai, ambientato negli anni Sessanta e Settanta, in un mondo di sogno, una Spagna e un’Europa che non sono nemmeno quelle reali. Sarebbe come mettere un televisore al plasma in un castello medievale. E certo una serie sul “Cimitero Digitale dei Dati” sarebbe meno romantica. Ma in fondo, perché no?».

Lei vive a Los Angeles da oltre 15 anni. Negli Stati Uniti l’editoria è stata già trasformata dal digitale.
«Stati Uniti ed Europa sono sempre più divergenti, soprattutto per la percezione della bellezza, di cinema, tv, libri. Negli anni Novanta c’erano più affinità. Ma poi l’America ha “aziendalizzato” la cultura in sancta sanctorum che detengono interessi e sensibilità troppo diverse da quelle europee. Non so spiegarle perché, ma questo mi fa pensare che l’unico vero mercato possibile per l’editoria e la letteratura in futuro sia l’Europa Occidentale. Quando torno qui, percepisco una unità culturale».

Spulciando i commenti dei suoi lettori sui social network, si scopre che la curiosità è una sola: quanto c’è di vero e quanto di soprannaturale nei suoi romanzi?
«È la solita, eterna domanda: che cosa è reale e che cosa non lo è. Prima, i generi non esistevano e maestri come Shakespeare e Dickens mescolavano tutti gli elementi per catturare il lettore. Poi, chissà perché, sono nate le etichette: crime stories, giallo, fantasy, realismo. E persino le sottobranche: iperrealismo, realismo sociale… Ma un vero scrittore usa tutto. Perché tutte le storie, anche le più reali, sono piene di fumo e di specchi e c’è sempre qualcuno dentro che sta su quel palcoscenico che è la mente del lettore».

Ci sveli almeno se la serie finirà con il prevalere dell’aldilà o dell’al di qua.
«Prenda Il gioco dell’angelo: per il lettore era la possibilità fantastica, gotica, di fare un viaggio nella pazzia di un giovane, un invito a completare la storia seguendo un demone, un gioco tra scrittore e lettore. Nell’Ombra del vento il viso della madre sembrava un particolare, poi diventa il cuore della storia. Il prigioniero del cielo offre alcune chiavi per interpretare i libri precedenti. Se però lei segue con attenzione le connessioni tra i romanzi scoprirà che, dopo aver portato il lettore verso l’ambiguità, tendono tutte verso la realtà».

Edgar Keret – All’improvviso bussano alla porta

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Immagine presa da lafeltrinelli.it

Ciao a tutti!

Cosa ne pensate dei libri di racconti? Li comprate? Vi piacciono?

E’ risaputo che sia un genere che vende poco: agli scrittori esordienti si consiglia di non presentarsi mai con una raccolta di romanzi.

Indubbiamente è un tipo di lettura diverso, ma non per questo meno meritevole.

Ogni tanto qualche libro di racconto lo compro: credo sia una prova delle abilità dello scrittore. Infatti scrivere un racconto per certi versi è più difficile di scrivere un romanzo intero. Bisogna concentrare il tutto senza però togliere niente alla storia. E senza cadere nella ripetitività: ogni racconto deve avere una propria personalità.

Quando ho sentito parlare di Etgar Keret, scrittore israeliano (1967) sono stata ben felice di apprendere che ha scritto solo libri di racconti, oltre a sceneggiature. Il libro che ho scelto per oggi è “All’improvviso bussano alla porta” (2012), pubblicato in Italia da Feltrinelli.

Già dalla copertina si può intuire che saranno racconti che stravolgono le regole, che presenteranno situazioni e personaggi ben oltre il limite del paradosso.

Quando ho iniziato il libro, dopo proprio le prime pagine, ho avuto la stessa sensazione che si ha quando incontri qualcuno che sai di conoscere ma non ricordi chi sia.

Mi sembrava familiare, ma senza sapere perché. Dopo qualche racconto ho capito chi mi ricordasse..

..ovvero un autore che ho “conosciuto” alle scuole medie, proprio grazie a una sua raccolta di racconti: ne rimasi affascinata, proprio perché era qualcosa di sconosciuto e poco chiaro. A 19 anni ho rispolverato il libro, per stabilire che questo autore misterioso (che rivelo a fine post, magari qualcuno vuole indovinare) stava diventando uno dei miei scrittori preferiti. E’ senza dubbio un pioniere del suo genere, e scommetto che lo stesso Keret lo adori (e abbia preso ispirazione). 😀

Sia il mio autore misterioso che Keret sfruttano il racconto non tanto per raccontare una storia, ma per passare un messaggio. Un po’ come le favole che hanno sempre la morale. Qui c’è uno (o più) significati nascosti da trovare, e non sempre è facile. Alcuni non li ho capiti, altri ho dovuto rileggerli.

Devo dire che Keret rispetto al mio autore misterioso (sebbene si possa definire contemporaneo) ha dalla sua un linguaggio più “moderno” e non si preoccupa minimamente di poter turbare o scandalizzare il lettore. E’ quindi un tipo di lettura impegnativa, sebbene alcuni racconti durino due pagine appena. Per questo ho intenzione di leggermi tutti i suoi libri, ma ben intervallati.

Credo anche che questo tipo di racconti (che a pochissimi autori escono bene), cioè racconti pieni di segreti da scovare (e da capire), situazioni surreali, oniriche, allegoriche, per essere ben riusciti devono avere un “linguaggio” in linea: un modo di proporre la storia, di introdurla, di narrarla che abbia lo stesso effetto di una ciliegina sulla torta del Cappellaio Matto.

Non si può scrivere un racconto di questo genere usando i classici metodi di narrazione: un esempio, per me, di questa categoria è “Branchie” (Ammaniti) che racconta una storia folle ma scritta normale (dedicherò un post apposito). Così come non si può scrivere in modo assurdo una storia normale, come fa ad esempio Tabucchi con “Sostiene Pereira”, sebbene mi sia piaciuto  (anche per lui farò un post).

Keret ha ben capito che tutto deve essere fuori dagli schemi e dalle righe (e per questo sono convinta che abbia imparato da uno bravo – il mio autore misterioso). In questo modo il lettore si trova doppiamente spiazzato, ma se riesce a vedere oltre, allora state pur certi che alcune frasi, alcuni momenti, alcuni personaggi di Keret non vi lasceranno più (esattamente come ha fatto su di me il mio autore misterioso).

Che poi, a mio parere, è la “mission” di uno scrittore, volendo sfruttare i termini dell’economia, che sono tanto in voga. Non tanto vendere libri, ma rimanere in maniera indelebile nella mente di chi legge, anche solo per una frase, o un personaggio, o un gesto, un’azione. O almeno, è quello che penso io quando scrivo.

Keret è un po’ come la musica di Battiato: dietro a un suo album (Gommalacca, 1998) è riportata questa frase

“..sono suoni di superficie, di striscio.. Solo i cantanti e gli indovini li praticano, solo i fortunati li ascoltano”.

Immagine presa da stefanofiorucci.altervista.org
Immagine presa da stefanofiorucci.altervista.org

Penso la stessa cosa di Keret: libro che al primo impatto spiazza, ma con una lettura attenta, che scavalca le prime impressioni si possono ricevere grandi soddisfazioni.

Tuttavia è un libro che consiglio soprattutto a chi ama i racconti, a chi già compra libri di racconti e ama la brevità della narrazione, che in questo caso è inversamente proporzionale alle riflessioni che porta a fare.

Ben sapendo che alla fine della lettura ci sentiremo un po’ come gli imperatori romani: o pollice su, o pollice giu. Ma che Keret non sia per le mezze misure, lo fa ben capire dalle prime righe.

E voi, lo amate o lo odiate?

Vi lascio con una sua intervista, presa dal sito http://www.hounlibrointesta.it (e in fondo al post, nel mio p.s. trovate il nome dell’autore misterioso)

Giovanna

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Siamo a Tel Aviv: Marta Perego intervista Keret, chiacchierando di scrittura e scrittori, da Kakfa ad Amos Oz. E del suo nuovo libro che in Italia uscirà a settembre: «All’improvviso bussano alla porta» (Feltrinelli).

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Lo so, questa rubrica si chiama «Incontri ravvicinati del tipo scrittore famoso». Lo so, davvero. Però in questo caso, come già avevo fatto conJennifer Egan, voglio prendermi di nuovo la licenza di scommettere su un nome che io sono sicura (ma dico sicura sicura sicura) che tra tre mesi sarà sulla bocca di tutti.

Sto parlando di Etgar Keret, scrittore 45enne nato, cresciuto e pasciuto a Tel Aviv. Ha già pubblicato in Italia con e/o sette raccolte di racconti, in settembre pubblicherà la nuova, All’improvviso bussano alla porta per Feltrinelli.

I suoi racconti sono surreali, divertenti, spaccano la realtà andando oltre, prendendola un po’ in giro ma nello stesso tempo vivisezionandola. Perché l’ironia e l’assurdo, ci insegnano i grandi maestri come Pinter, Beckett ma anche Woody Allen, sono il miglior modo per catturare il presente. Soprattutto se stiamo parlando di uno dei paesi più complicati del mondo, Israele.

Etgar Keret è un simpatico, sorridente riccioluto, ha lavorato per la tv e il cinema. Non si dà nessun tono, né aria di grande bestellerista consumato anche se il suo Suddenly a Knock at the door è stato un grandissimo successo in patria e anche all’estero, soprattutto negli Stati Uniti, dove la versione tradotta dal grande Nathan Englander, sta vendendo centinaia di migliaia di copie.

Io lo incontro nella sua amata Tel Aviv, in uno dei bar più trendy della città. Tra un sorso di caffè (nero, bollente e lunghissimo come a Londra) e una passeggiata mi racconta un po’ di cose , poco prima che sua moglie, l’attrice Shira Geffen arrivi per ritirarlo e trascinarlo alla sua lezione di pilates perché, mi rivela: «sono un po’ ingrassato negli ultimi anni, sarà stato a causa di mio figlio».

Qual è il tuo rapporto con la tua città, Tel Aviv?

Io ho un fortissimo legame con la mia città, molto più che con il mio paese. Tel Aviv è diversa rispetto al resto di Israele. È una città libera, cosmopolita, gay friendly, ha il mare, le spiagge, molto viva, dinamica. Gli arabi vivono con gli israeliani, non ci sono discriminazioni. Secondo me Tel Aviv è l’esempio di come dovrebbe essere tutto lo stato di Israele.

La cosa che più ami e la cosa che più odi di Tel Aviv.

Le cose che amo di più sono due: la spiaggia e il fatto che non abbia storia. In medio Oriente la storia è la causa principale dei conflitti. Quella che odio? Non saprei. In realtà nulla, è casa mia e a casa tua in fondo ami tutto, anche i difetti.

Perché hai iniziato a scrivere?

Ho iniziato a scrivere durante il servizio militare, in Israele siamo tutti obbligati a fare il servizio militare per tre anni. Io sono stato il peggior soldato della storia di Israele, credo. Ero sempre in ansia, avevo continuamente attacchi di panico. Poi ho letto Kafka è ho scoperto qualcuno ancora più arrabbiato di me, con ancora più problemi psicologici di me. Allora mi sono detto, perché non inizio a raccontare la mia rabbia? Perché non inizio a mettere sulla carta le mie ansie? E così ho iniziato a scrivere. Grazie a Kafka e grazie, purtroppo, al servizio militare…

In tutte le tue raccolte l’ironia gioca un ruolo fondamentale.

Io penso che l’ironia sia fondamentale per sopravvivere. Tutti abbiamo delle paure: la morte, la malattia, la paura di perdere i nostri cari. Le reazioni possono essere due: o si vive nel terrore, o si cerca di esorcizzare queste paure. Attraverso l’umorismo. Io ho scelto questa strada.

Perché la scelta della forma del racconto?

Perché io privilegio l’aspetto istintivo della scrittura. Il racconto è molto più istintivo di un romanzo. Quando incontri un amico per strada gli racconti una storia, non un romanzo! Io credo che raccontare storie sia antico quanto l’uomo. Dagli antichi sciamani che raccontavano storie nelle tribù. Poi le forme cambiano dal racconto orale si passa a quello scritto, dal libro alla tv e poi il cinema Ma l’essenza è sempre la stessa: raccontare emozioni, situazioni, pensieri in una storia che sia godibile e piacevole.

Un approccio molto diverso rispetto agli altri scrittori israeliani che conosciamo (e amiamo) in Italia (Amos Oz, David Grossman, Abraham Yehoshua).

Io amo questi scrittori, soprattutto Amos Oz, che credo sia uno dei massimi scrittori viventi al mondo. Ma i miei riferimenti sono altri, scrittori ebrei (per lo più yiddish) più che israeliani. Come Bashevis Singer, oppure Kafka. Io credo che quando decidi di fare lo scrittore le strade che puoi percorrere sono due: o decidi di fare il mentore, l’insegnante, l’educatore. Oppure l’amico. Essere quello che incontri in treno e che ti dice: sai, ho dei problemi con mio figlio… Per me non è stata una scelta. Mi viene così: io non mi sento più intelligente dei miei lettori. Mi sento un amico che vuole condividere, idee, emozioni, sorrisi.

Sembra anche che nei suoi libri non ci siano idee politiche sullo stato di Israele, cosa che invece troviamo negli autori che citavo prima.

Io mi vedo più come uno psicoterapeuta che come un consigliere politico. Israele è una società piena di paure. Per esempio noi viviamo costantemente sotto l’ombra del genocidio della seconda guerra mondiale, o dell’esilio che abbiamo vissuto per secoli. È un fardello storico che condiziona le nostre vite. E questo causa fenomeni di stress e aggressività. Io non ho paura a dirlo e a raccontare i meccanismi mentali che portano certe persone a comportarsi in un certo modo magari per vendicare la morte in un lager di un loro bisnonno. Sono più interessato a questi fenomeni che sono intimi, privati, mentali. Piuttosto che riflettere sui sistemi politici di cui non mi sento in grado di parlare.

Nella nuova raccolta di racconti uno dei temi fondamentali è la morte e la resurrezione. Come in uno dei racconti più divertenti,Cheesus Christ, dove un uomo viene pugnalato per aver comprato un panino senza formaggio.

Ci ho messo dieci anni a scrivere questo libro. Molte cose sono cambiate nella mia vita. Mi sono sposato, ho avuto un figlio, ho un mutuo, insegno all’Università. Insomma tutte cose che mai mi sarei sognato di fare quando ero giovane. Quando ero più giovane se qualcuno mi avesse detto: un giorno avrai un mutuo e un’assicurazione sulla vita sparati. Ora ho tutte queste cose e sono felice. È una specie di nuova vita: per questo ho inserito tutte queste resurrezioni. Come metafora del mio nuovo modo di vivere.

Altro tema importante è il rapporto tra reale, surreale e fiction…

La struttura del libro è quella un po’ di le Mille e una notte. Inizia con un uomo che deve raccontare una storia per sopravvivere e finisce con uno che deve raccontare una storia per salvare suo figlio. Io penso che l’immaginazione ci salvi. A volte la realtà è davvero troppo difficile. Raccontare storie io credo sia fondamentale per salvarci, soprattutto per salvare la nostra psiche e la nostra anima.

Un’ultima domanda, come vede il suo futuro Etgar Keret?

Guarda, non lo so. Io sono una persona che continua a stupirsi. Non solo dalle mie storie ma anche dalla mia vita. Quindi sto qui e aspetto di essere ancora una volta stupito. Poi, si vedrà.

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P.S. : lo scrittore misterioso è  Dino Buzzati

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Jonathan Coe – La famiglia Winshaw

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Immagine presa da lafeltrinelli.it

Ciao a tutti!

Dopo un bel classico oggi vorrei passare a qualcosa di contemporaneo. Chi di voi conosce Jonathan Coe?

Confesso che fino a qualche anno fa manco sapevo chi fosse.. Poi un mio amico mi ha consigliato un suo libro e da allora è stato amore a prima vista (o meglio, a prima lettura)! E’ uno scrittore inglese, nato nel 1961. Il suo punto di forza è il riuscire a mostrare spaccati della società, gli influssi politici, le problematiche di un determinato periodo in maniera molto realistica. Con i suoi libri riesce a far provare, anche a chi è nato dopo, cosa significasse vivere in un certo periodo.

Il libro di oggi è “La famiglia Winshaw” (1994). In Italia è pubblicato da Feltrinelli.

Sono molto legata a questo libro, perché mi ha fatto compagnia durante il mio periodo passato a Roma per uno stage (ma questa è un’altra storia): vivo in un paesino tranquillo in provincia di Milano, e ritrovarmi nel bel mezzo del casino del traffico romano è stato un trauma! Fiumi di macchine giorno e notte, per non parlare del pub con la musica a tutto volume. Mi ha tenuto compagnia soprattutto in quelle notti insonni! 🙂

Il protagonista è Michael Owen, un introverso e timido scrittore “fallito”, che spera di riscattarsi scrivendo la biografia di una importante famiglia, e al contempo indagare su alcuni fatti poco chiari che la riguardano. Le vicende di Michael e quelle della famiglia sembrano scorrere su binari paralleli, ma mano a mano che si va avanti nella storia, il lettore scopre che forse questi binari tanto paralleli non sono..

Non è un libro semplice da leggere: il protagonista fa spesso dei richiami al passato (sfruttando soprattutto l’ossessione per un film che ha visto da bambino), e quando si inizia a indagare nella famiglia Winshaw i personaggi in gioco sono tanti. Confesso anche che mi ha spaventato la presenza dell’albero genealogico dei Winshaw presente all’inizio del libro.

C’è anche da dire però che l’autore agevola il più possibile la lettura, dividendo il libro in due parti: una parte dedicata alla famiglia Winshaw e una parte ricreata come un romanzo dentro al romanzo (con tanto di capitoli e titoli di capitoli – azzeccatissimi), che rappresenta le ultime pagine, e che sono di fatto capitoli di azioni.

Inoltre ogni capitolo dedicato a un componente della famiglia inizia con un disegnino, molto ben fatto, del soggetto in questione. E’ raro trovare disegni in un libro per adulti, e l’ho apprezzato molto! Chi l’ha detto che non ci possono essere disegni nei libri per adulti? In questo caso poi accentuano la divisione dei capitoli, ricordano di chi si stia parlando, e forse suggeriscono anche un’interpretazione del personaggio, che verrà fuori, in maniera quasi allegorica, per rimarcare determinati aspetti.

Una volta metabolizzato lo stile del libro, la lettura scorre sempre più facile: gli intrecci, sempre più fitti, scorreranno veloci e i vari personaggi si alterneranno come ballerini di valzer su una pedana da ballo: leggeri e armoniosi.

E’ presente un richiamo a un grande della letteratura, ovvero Italo Calvino. Autore che adoro e al quale sono molto legata (ma anche questa è un’altra storia).

Calvino è considerato maestro indiscusso per quanto riguarda gli intrecci di storie, e il suo libro “Il castello dei destini incrociati” ne è la prova (magari ne parlerò in un’altra recensione).

Coe indubbiamente aveva l’ambizioso progetto di ricreare una treccia perfetta per la sua storia, ammettendo le preziose ispirazioni prese da Calvino. Ma quando stai per pensare male, quando stai per pensare a un peccato di presunzione, con un moto di fastidio, (“Ecco, ora Coe si paragona a Calvino”) inizia a venirti il dubbio che venga citato soprattutto per il destino del protagonista, che per molti versi si può paragonare a quello di Calvino..

In questo libro sono proprio i fatti a generare altri fatti, ma che a ben pensare esistevano già prima. Si fa fatica a comprendere l’esatto susseguirsi (ed è per questo che vorrei rileggermelo armata di carta e penna), è il risultato è paragonabile alle incisioni di Escher. 😀 Sarebbe interessante scoprire quanto tempo ci ha messo e in che modo riesca a intrecciare le storie, nascondendo così bene il bandolo della matassa!

Escher
Escher – Relativity

Coe fornisce infine un ottimo esempio di finale breve, che avviene in poche pagine, ma che non lascia il lettore insoddisfatto, come spesso accade in finali ricchi di azioni e quindi veloci. Forse è ben riuscito proprio perché la storia è stata sviluppata quasi fino all’ultimo, un po’ come una lunghissima partita a scacchi, dove il lento spostarsi delle pedine porta all’unica mossa finale: una volta svelati i dettagli mancanti, la storia va chiusa, e Coe lo fa abilmente con l’unico finale accettabile. E con accettabile intendo un finale che il lettore non può intuire fino all’ultimo, che è credibile e che non lascia modo alla storia di risorgere dalle proprie ceneri.

In una recensione che vi allego a fine post si commenta il poco successo che ha avuto questo libro in Italia al momento dell’uscita. La teoria sostenuta è che il titolo “La famiglia Winshaw” sia poco accattivante. Nel mio corso per diventare editor mi è stato spiegato che spesso un libro non vende per colpa della copertina e del titolo (e difatti spesso non vengono scelti dall’autore ma da un team specializzato). Iil titolo originale è “What a carve up!”, in italiano riconducibile a “Che casino!”. Un titolo decisamente azzeccato, sia per il richiamo che l’autore fa a un’opera omonima, sia per l’inevitabile esclamazione che qualunque lettore si sorprende a fare almeno una volta leggendo questo libro! 🙂

 

Mi piacerebbe scoprire che tipo di riflessioni sono state fatte per scegliere il titolo dell’edizione italiana, e se all’autore piaccia. E poi, mi piacerebbe che questo libro avesse il successo che si merita.

Eccovi la recensione, presa da “L’indice” (una rivista molto bella):

recensione di Papuzzi, A., L’Indice 1995, n.11
recensione pubblicata per l’edizione del 1995

Per il “Times” è un libro “che fa rivivere la memoria di Charles Dickens, perché è tutto ciò che un romanzo dovrebbe essere: coraggioso, provocante, divertente, triste, e popolato da un bel gruppo di personaggi”. “What a Carve Up!”, titolo originale che significa a un dipresso “Che casino!”, è il dono d’un romanzo “spassoso, intricato, furibondo, commovente”, per il critico di “The Guardian”, mentre è una dichiarazione di impegno politico “con una sorta di furia raramente vista sulla nostra sfiancata scena domestica”, per il critico di “The Independent”. E sul “Daily Telegraph” si poteva leggere che la narrativa di Coe “è come un ‘patchwork’ di diverse forme, un ‘medium’ brillantemente seducente, per il suo sobrio messaggio”. Ai riconoscimenti della critica – non solo quelli qui citati – si sono aggiunte le cinquemila sterline vinte con il premio “The Mail on Sunday / John Llewellyn Rhys” e contratti di traduzione in almeno dieci paesi (tra cui Francia, Germania, Spagna, Svezia); ma questo giovane scrittore inglese, nato a Birmingham, trentaquattro anni, autore di altri tre romanzi e di due biografie cinematografiche dedicate a Humphrey Bogart e James Stewart, ha conosciuto anche un ragguardevole successo di pubblico, vedendo la sua creatura affermarsi nei primi posti dei ‘Top Ten’.
Insomma il romanzo di Coe ha sfondato. Ma in Italia no; tempestivamente edito nei “Canguri” di Feltrinelli, “La famiglia Winshaw” non ha avuto fortuna, nè‚ presso la critica nè‚ presso il pubblico. Uscito a maggio, fino a settembre ne hanno parlato, consigliandone la lettura, Paolo Bertinetti su “Linea d’Ombra”, Silvio Mizzi su “Cuore” e anche Alessandra Casella nella sua rubrica su “Oggi”. Per il resto, silenzio. Anche noi dobbiamo recitare il ‘mea culpa’, perché il romanzo è rimasto dimenticato sul mio tavolo, finché un giorno ho cominciato a leggerlo e non ho più smesso. La cosa singolare è che “La famiglia Winshaw”, ricchissimo di citazioni, sia cinematografiche – “What a Carve Up!” è il titolo di un vecchio film – , sia letterarie, è un agghiacciante e insieme esilarante ritratto di una famiglia thatcheriana, di banchieri, industriali, politici, galleristi, giornalisti, faccendieri, che si adatta perfettamente anche a un certo ceto italiano degli anni ottanta, tuttora arrembante, fra televisioni, finanziarie, giornali, partiti e chi più ne ha più ne metta. A prima vista, Coe possiede lo stesso gusto sferzante del paradosso che troviamo in Vonnegut, con la differenza che i paradossi fanno parte della normalità e della quotidianità: ridi, ridi, ma a ben pensarci quella che è in gioco è la nostra pelle. Non a caso la conclusione della storia sarà piuttosto malinconica.
Prima domanda: perché “La famiglia Winshaw” da noi è stato trascurato? Perché la recensione dell'”Economist”, pubblicata sul risvolto di copertina – che loda “la straordinaria abilità” nel fondere ‘detective story’ e horror gotico, farsa e satira – , non ha convinto i recensori e lettori italiani? In effetti “Che casino!” avrebbe incuriosito un po’ di più.

L’Indice dei Libri del Mese

Ribadisco che è una lettura impegnativa, ma se siete lettori “forti”, amate le storie ricche, avvincenti e coinvolgenti correte a comprarlo!

Giovanna

Alexandre Dumas – La signora delle camelie

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Immagine presa dal mio account Amazon

 

Cosa c’è di meglio per iniziare, se non un bel classico?

Non so voi, ma quando sono indecisa sul libro da leggere, spesso mi fiondo su un classico. Difficilmente mi deludono. Forse perché, se sono considerati tali, e si leggono da quando sono stati scritti, qualcosa di bello e universale lo devono avere.

Il libro di cui voglio parlare oggi è “La signora delle camelie” di Alexandre Dumas (1824 – 1895). L’autore è figlio dell’omonimo padre, passato alla storia per capolavori come “I tre moschettieri” e “Il Conte di Montecristo”.

Il figlio invece, viene ricordato soprattutto per il romanzo in questione. La storia ha ispirato diverse riprese cinematografiche, nonché “La traviata” di Giuseppe Verdi.

Già dal titolo si capisce che saremo alle prese con un personaggio femminile, Marguerite Gautier, ovvero una cortigiana, forse la più bella di Parigi. Di lei si invaghisce Armand Duval, che farà di tutto pur di conoscerla e poterle dichiarare il suo amore.

L’epoca in cui si svolge non fa da semplice sfondo: diventa un’antagonista a tutti gli effetti, ponendo davanti ai protagonisti numerose prove da affrontare.

Non voglio rovinare la lettura a chi non l’ha ancora letto, rivelando il finale. Anche perché ritengo che la storia che racconta, per quanto bella e coinvolgente, non sia quello che si ricorderà una volta finito il libro.

Quello che colpisce è soprattutto il modo in cui l’autore fa provare al lettore le emozioni. Infatti, sin dalle prime pagine del libro, è chiaro che a narrare non sarà uno dei due protagonisti, ma una terza persona.

La storia infatti inizia con l’incontro tra questa persona e Armand Duval, il quale inizierà a raccontargli dal principio il suo incontro con Marguerite e l’evolversi della loro conoscenza. In questo modo il narratore ne sa quanto noi, e l’immedesimazione è massima. Soprattutto perché Armand Duval dosa bene le cose da raccontare, senza mai dimenticare di trasmettere le sensazioni, emozioni che i ricordi generano. Di pari passo con le emozioni che provoca il raccontare questi ricordi.

E’ un libro che inizia “lento”, proprio perché è una persona estranea ai fatti a narrarlo. Infatti le prime righe servono proprio a spiegare bene il ruolo del narratore, che rimarca da subito l’essere un semplice narratore:

“Non avendo ancora raggiunto l’età nella quale si inventa, mi accontento di riferire”

I primi contatti con la storia di Marguerite e Armand arriveranno molto dopo, ma devo dire che la mia attenzione non è mai calata. L’attesa alla fine è stata premiata, perché il “punto di non ritorno” a un certo punto arriva (cioè quel momento in cui non si riesce più a smettere di leggere). Il fatto poi di vestire subito i panni del narratore serve anche a non oscurare la storia.

Una volta che il narratore incontra Armand, questo, come dicevamo, gli racconta la sua storia. In questo caso é lui che diventa narratore: ed è proprio qui che la storia inizia a farsi più coinvolgente, a scorrere sempre più veloce. Il punto di vista diventa quindi quello di Armand. Quello che sappiamo di Marguerite passa attraverso i suoi occhi, e ho apprezzato tantissimo l’immagine di lei che ci ha fornito. Nonostante i sentimenti che lui prova per lei, cerca sempre di descriverla come potrebbe descriverla qualsiasi persona che la incontri, basandosi su comportamenti, reazioni che lei ha. Sebbene lui racconti una storia che ha vissuto, da la sensazione di riviverla nel momento stesso in cui la racconta. E’ un narratore che sa più di quello che racconta, ma racconta come se non sapesse niente della storia, come se la stesse vivendo in quel momento.

Per questo dico che la vera bellezza di questo libro non consiste nella storia, che comunque è pilotata dall’antagonista che dicevamo prima (ovvero l’epoca). E’ un libro creato alla perfezione, curato nei minimi dettagli. Nulla è lasciato al caso, nemmeno la scelta dei nomi dei personaggi: nel caso del narratore infatti manca del tutto, come a sottolineare il suo ruolo “impersonale”. Se il nome è presente, spesso è evocativo del ruolo che il personaggio ricopre (“Prudence” e “Blanche” ad esempio). Se il nome serve per evitare confusione, sono presenti solo le iniziali.

Anche la scelta del titolo sembra molto studiata: la signora delle camelie è appunto Marguerite, che era solita portare con se un mazzo di camelie. Pare che dal colore delle camelie si potesse intuire la sua disponibilità o meno. Con il titolo si rimarca quindi la sua condizione di cortigiana, la sua dipendenza da una vita che non lascia molte libertà.

Non è lasciato al caso nemmeno un richiamo alla letteratura del periodo, attraverso un elenco di opere che hanno come protagonista una cortigiana (e i loro rapporti con l’amore): in questo elenco cita persino il padre. Con questo richiamo l’autore vuole spazzare via eventuali perplessità che un lettore potrebbe avere (“Oh no, libri che parlano di cortigiane e amori difficili già ne ho letti”), inducendolo ad abbandonare la lettura.

Precisazione forse doverosa per il periodo in cui è stato scritto, vista l’abbondanza di opere simili, ma che risulta appropriata anche a un lettore dei giorni nostri. Quando a un certo punto dice

“Se insisto tanto su questo punto è perché, tra quelli che mi leggeranno, forse molti sono già pronti a gettare via questo libro..”

io stavo proprio esprimendo mentalmente le mie perplessità, ma non legate all’argomento, bensì alla “lentezza” della narrazione fino a quel punto.

Mi viene da pensare che Dumas, leggendo e rileggendo il suo manoscritto, temesse una perdita di attenzione, non solo per i contenuti allora molto gettonati, ma anche per la scelta stilistica adottata.

Un gran furbone, insomma! J

E io adoro chi, oltre a raccontare una bella storia, lo fa con estrema cura, padroneggiando al meglio gli strumenti di narrazione, risultando un’abile stratega.

Vi saluto con una frase estratta dal libro che mi è piaciuta molto, un pensiero che spesso ho provato:

“Finalmente mi ripresi, e mi guardai intorno, sbalordito nel vedere che la vita degli altri continuava senza fermarsi davanti alla mia sventura”

e con un link, molto divertente:

E voi avete letto questo libro? Lo leggerete? Aspetto le vostre impressioni!

Giovanna

Benvenuti!

Ciao a tutti! Benvenuti nel mio blog!

Mi chiamo Giovanna, ho 28 anni e ho deciso di aprire questo blog per condividere le mie grandi passioni: la lettura e la scrittura.

Nome insolito, vero? Sono stata indecisa a lungo se usarlo o meno.. Non vorrei fosse scambiato per uno dei tanti blog di cucina (e io in cucina sono pericolosa)! 😀

Alla fine ho deciso di usare questo titolo proprio perché mi ricorda i primi approcci con la scrittura: una montagnetta di pezzi di carta strappati, un compagno di classe che ci rideva sopra, chiamandoli appunto “bocconcini di carta” e una frustrazione terribile per non riuscire a trovare un inizio perfetto.

Da allora non è cambiato granché, nel senso che sono ancora alla ricerca dell’inizio perfetto, senza però accanirmi sui fogli.

E’ un blog in fase di costruzione: ho già creato qualche sezione, sulla base di alcune idee che avevo da tempo. Mi piacerebbe parlare dei libri che leggo, condividendo pareri e opinioni, ma anche ricevere suggerimenti sulle prossime letture.

Ho creato una sezione dedicata alle citazioni, dove vorrei riportare le frasi che mi colpiscono di più dei libri che leggo.. Quelle frasi che mi piacerebbe leggere e rileggere.. Aspetto suggerimenti anche per le sezioni!

Vorrei infine lasciare spazio anche alla scrittura: sono sicura che nella rete ci sono tante persone che, come me, passano il tempo libero a scrivere. Forza! Fatevi coraggio! Questo spazio è anche per voi!

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