Carlos Ruiz Zafon – L’ombra del vento

Immagine presa da ibs.it
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Ciao a tutti! Buona estate a tutti! Finalmente è arrivata, anche se qui a Milano oggi non fa proprio caldissimo. Peccato, speravo in un weekend in piscina. 😦 Mi consolerò con un bel libro, eheh!

Oggi voglio parlarvi di un libro che mi ha deluso tantissimo. Mi aspettavo grandi cose, ma non tanto per il successo che ha avuto, ma per i pareri entusiastici che avevo raccolto tra parenti e amici.

Il libro è “L’ombra del vento” dello scrittore spagnolo Carlos Ruiz Zafon (1964). Pubblicato nel 2001, in Italia è arrivato nel 2004 (Mondadori). Lo si può definire il suo romanzo d’esordio, avendo scritto, prima di allora, solo per bambini e ragazzi.

Il protagonista, all’inizio del libro, è un bambino di 11 anni, Daniel, figlio di un libraio. Ha perso la mamma, e vive nell’angoscia di non ricordarsi più il suo volto. Un giorno il padre lo porta nel cimitero dei libri dimenticati, un posto che si presenta subito oltre i confini della realtà. Daniel sceglie un libro, promettendo di prendersene cura. Questo libro lo appassiona così tanto che decide di cercare altri libri dello stesso autore, scoprendo così che c’è qualcuno che vuole farli sparire. Le avventure di Daniel si intrecceranno con quelle di questo personaggio misterioso, con caratteristiche fisiche grottesche e surreali.

Fa da sfondo una Barcellona che è reduce dagli avvenimenti storici del periodo (siamo nel 1945), senza però, a mio parere, spiccare e assumere una posizione di rilievo. Nel senso che se ambientava la stessa storia a Cesano Boscone, secondo me poco cambiava.

L’idea di base, ovvero l’unire le ricerche di Daniel attorno a questo libro ai fatti stessi narrati nel libro, che si ripropongono senza una spiegazione apparente, non è male: è una di quelle idee che permette un intreccio solido, sviluppabile senza previsioni.

Ma dopo i primi capitoli, in cui l’autore cerca di accompagnare per mano il lettore nella storia, presentandogli chiaramente i personaggi, il luogo e l’epoca, il lettore viene abbandonato. Ci si sente un po’ come Alice nel paese delle meraviglie quando fa affidamento a ambigui cartelli (“di là”, “di qua”), chiedendo aiuto a un gatto che compare e scompare. L’autore sembra proprio lo stregatto: compare e scompare quando vuole lui, senza avvisare e senza aiutare il lettore a infilarsi nella storia.

Immagine presa da pinterest.com/pripripride
Immagine presa da pinterest.com/pripripride

Infatti vengono introdotti personaggi e storie che alla fine non sono di supporto alla storia principale, e tantomeno non danno elementi utili alla risoluzione finale. Ad esempio la figura di Clara, ragazzina più grande di Daniel, per la quale sembra provare attrazione. Dico “sembra” perché non ci viene fatto capire. A un certo punto i due personaggi si conoscono, non hanno grandi contatti, ma per il fatto che lui la sorprende tra le braccia di un altro, il lettore è portato a pensare che lui ci sia rimasto male. E quindi che provasse qualcosa per lei. Di quello che Daniel prova durante la sua conoscenza, non viene detto niente. In questo episodio sembra una pedina mossa senza il minimo slancio emotivo, verso una meta che rimarrà ignota, anche a libro finito. Il contributo che questo personaggio, questa presunta delusione di Daniel, dà alla storia, io non l’ho capito.

La storia prosegue con la lettura del libro scelto dal Cimitero dei libri dimenticati, e ci si accorge quasi subito che Daniel presto si ritroverà a vivere proprio le avventure narrate in quel libro, facendo sospettare quasi da subito un finale certo.

Sono numerosi i richiami al fantasy: lo confesso, non sono un’amante del genere. Non li ho apprezzati molto.

Ma al di là del gusto personale, anche qui ci si chiede perché questo luogo venga arricchito di elementi che lo rendono fantastico. Più volte mi è stato detto che in un libro vanno messi solo elementi essenziali, cose che servono alla storia (o subito, o nel corso dei fatti). O elementi che possano indurre il lettore a una chiave di lettura (un’allegoria, ad esempio). Ma in questo caso il richiamo al fantasy è solamente il frutto di una voglia di inventare, descrivere, e abbandonarsi al piacere della scrittura, più che di creare “personaggi”, elementi di supporto.

A mio parere doveva tratteggiare meglio il protagonista, Daniel. Sappiamo poco di lui. All’inizio il lettore scopre chi è, quanti anni ha, dove vive. Dati riconducibili a una carta d’identità. Il lettore scopre che ha perso la mamma, ma, al di là di un’ossessione per il suo volto, non si percepiscono emozioni in merito. Subito dopo arriva Clara, che, come detto poco fa, probabilmente vuole comunicare al lettore qualcosa.

Quindi, a questo punto, il protagonista diventa un burattino inanimato, trascinato da dei fili ben visibili, da una storia che si autorivela pagina dopo pagina, con degli imprevisti che Daniel supera spesso e volentieri grazie al caso e con un finale di tre pagine, che chiarisce i pochi dubbi rimasti al lettore grazie a una lettera ricevuta da un personaggio che compare e interagisce sempre in maniera del tutto fortuita.

Anche in questo caso mi viene da pensare a quello che mi è stato detto dal mio professore del corso di editor: mai scrivere finali che risolvono le cose con l’arrivo degli alieni, un mio modo di dire per descrivere un evento casuale, fortuito, imprevedibile, che toglie al lettore la possibilità di sentirsi gabbato dallo scrittore, di poter dire “Caspita, potevo arrivarci da solo”, disseminando tutti gli elementi utili nel corso della storia.

Mi è stato spiegato anche che se uno scrittore ricorre a un finale del genere, è perché lui stesso non ha elementi buoni per risolvere la storia, ovvero ha sviluppato gli intrecci, le storie dei vari personaggi dimenticandosi qualcosa.

Un po’ come iniziare una treccia e ritrovarsi alla fine con due lembi. Allora con le forbici si sale di qualche centimetro, tagliando, sperando di recuperare anche il terzo intreccio. Invece di pettinare di nuovo i capelli, dividere meglio le ciocche e intrecciarle con più cura, di pari passo. Un intervento drastico non spiega perché la treccia è venuta male.  Anzi, provando a sciogliere una treccia del genere mi ritroverei con dei capelli irregolari. A riprova che manca qualcosa.

In un post precedente ho detto che secondo me uno scrittore fa centro quando, nel corso degli anni, un lettore ricorda qualcosa del suo libro come se l’avesse letto ieri. Che può voler dire anche solo un personaggio, o un atteggiamento di esso, un pensiero.. Oppure un luogo, una sensazione..

Con questo libro non mi è rimasto impresso niente, nemmeno quelle poche frasi che ormai sono diventate aforismi, e che vedo in numerosi link sui social network.

Non posso dire che scriva male, ma non basta una sintassi impeccabile e dei periodi costruiti bene per diventare scrittori.

Dopo questo libro ne ha scritti altri, ma io ho voluto fermarmi a questo. E voi invece, avete letto altro? Cosa ne pensate di questo?

Vi saluto con una sua intervista, presa da ilgiornale.it nella quale parla del successo di questo libro, e di come gli ha ispirato una serie di libri collegati, dando vita a una saga intitolata proprio al cimitero dei libri dimenticati. Anche qui rimarca i suoi inserti fantasy, portandomi a chiedere se nei libri successivi siano sviluppati e contestualizzati meglio. Una curiosità che per il momento non ho intenzione di soddisfare.

Giovanna

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Intervista a Carlos Ruiz Zafòn:gli scrittori non hanno etichette

L’autore catalano tradotto in 40 lingue rifiuta il concetto di “genere”. Perché “ciò che conta è la mente del lettore”. E rivela: “Attraverso percorsi ambigui cerco la realtà”

Colleziona draghi, il 47enne catalano Carlos Ruiz Zafón. Oggi ne porta sulla maglietta uno d’argento, un po’ kitsch, appuntato sul petto come una medaglia al valore.

Esclama con orgoglio: «Sono io, il drago» e con un piccolo ruggito sfodera artigli virtuali. Il mercato editoriale lo considera davvero un drago: è tradotto in 40 lingue e ogni suo romanzo va a segno in classifica, dall’esordio con L’ombra del vento, ormai dieci anni fa, fino all’ultimo, cui è dedicato il tour italiano, Il prigioniero del cielo, uscito da pochi giorni in Italia (Mondadori, pagg. 350, euro 21, traduzione di Bruno Arpaia). È il terzo della quadrilogia prevista del Cimitero dei Libri Dimenticati, una saga per cui si sono verificati fenomeni alla Harry Potter: pagine di commenti su Facebook, attesa spasmodica dei fan, osanna e delusioni adolescenziali.

I lettori sono in delirio: li ha fatti aspettare tre anni per questo nuovo episodio e ne ha promessi almeno altri tre di attesa per l’ultimo. Ma sarà l’ultimo?
«Lo sarà, ve lo assicuro. Anche perché quella era l’idea originale. Nei miei romanzi gli archi temporali si possono tirare un po’ in lungo, ma non troppo. Non sfornerò di certo sette volumi».

Sarà. Ma i librai Sempere e i loro fantasmi, lo scrittore David Martin e gli altri personaggi di quella Barcellona sospesa amata da milioni di fan non le hanno preso la mano?
«Il rischio di farsi trascinare c’è. Ma il bello dei quattro libri che ho progettato è che sono quattro porte diverse per entrare in storie diverse, anche se collegate. E aspettatevi un Gran Finale».

Parte del fascino di questa saga sta anche nel considerare il libro come un oggetto fisico che racchiude misteri. Quanto di questa poesia si perderà con gli ebook?
«Il supporto con cui distribuiamo l’arte non è importante. Io ascolto sia Bill Evans che Haydn, ma non li identifico con un pezzo di plastica o un file mp3. Chissà che direbbe chi ha girato Lawrence d’Arabia per il grande schermo del fatto che oggi i ragazzini lo vedano sull’iPhone. Nel caso dei libri, per me hanno già trovato da secoli la miglior tecnologia distributiva: la carta».

Sarà vero per il mondo reale. Ma nelle sue storie?
«Il mio è un romanzo che parla di lingua, narrazione di storie, librai, ambientato negli anni Sessanta e Settanta, in un mondo di sogno, una Spagna e un’Europa che non sono nemmeno quelle reali. Sarebbe come mettere un televisore al plasma in un castello medievale. E certo una serie sul “Cimitero Digitale dei Dati” sarebbe meno romantica. Ma in fondo, perché no?».

Lei vive a Los Angeles da oltre 15 anni. Negli Stati Uniti l’editoria è stata già trasformata dal digitale.
«Stati Uniti ed Europa sono sempre più divergenti, soprattutto per la percezione della bellezza, di cinema, tv, libri. Negli anni Novanta c’erano più affinità. Ma poi l’America ha “aziendalizzato” la cultura in sancta sanctorum che detengono interessi e sensibilità troppo diverse da quelle europee. Non so spiegarle perché, ma questo mi fa pensare che l’unico vero mercato possibile per l’editoria e la letteratura in futuro sia l’Europa Occidentale. Quando torno qui, percepisco una unità culturale».

Spulciando i commenti dei suoi lettori sui social network, si scopre che la curiosità è una sola: quanto c’è di vero e quanto di soprannaturale nei suoi romanzi?
«È la solita, eterna domanda: che cosa è reale e che cosa non lo è. Prima, i generi non esistevano e maestri come Shakespeare e Dickens mescolavano tutti gli elementi per catturare il lettore. Poi, chissà perché, sono nate le etichette: crime stories, giallo, fantasy, realismo. E persino le sottobranche: iperrealismo, realismo sociale… Ma un vero scrittore usa tutto. Perché tutte le storie, anche le più reali, sono piene di fumo e di specchi e c’è sempre qualcuno dentro che sta su quel palcoscenico che è la mente del lettore».

Ci sveli almeno se la serie finirà con il prevalere dell’aldilà o dell’al di qua.
«Prenda Il gioco dell’angelo: per il lettore era la possibilità fantastica, gotica, di fare un viaggio nella pazzia di un giovane, un invito a completare la storia seguendo un demone, un gioco tra scrittore e lettore. Nell’Ombra del vento il viso della madre sembrava un particolare, poi diventa il cuore della storia. Il prigioniero del cielo offre alcune chiavi per interpretare i libri precedenti. Se però lei segue con attenzione le connessioni tra i romanzi scoprirà che, dopo aver portato il lettore verso l’ambiguità, tendono tutte verso la realtà».

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11 thoughts on “Carlos Ruiz Zafon – L’ombra del vento

  1. Non ho letto il libro né conoscevo l’autore, però in effetti dalla recensione sembra un mix fra La storia infinita di M. Ende e Il talismano di S. King, due libri che mi sono piaciuti tantissimo… Quindi ora oscillò fra la voglia di leggerlo e la consapevolezza che mi deluderà, arghh! Maledetta Giovanna!

  2. Beh non leggere Zafon per via di una discutibile recensione negativa credo sia una profonda ingiustizia! 🙂 Da lettore (magari poco attento allo stile e alla costruzione del racconto) ho trovato invece molta emotività nel personaggio principale. Dispiace che non hai citato la missione del cimitero dei libri abbandonati, che è una delle idee più originali e interessanti del racconto. Lunga vita a Zafon! 🙂

    1. Non l’ho citata perché ancora non ho capito cosa centri con tutto il resto della storia. Se avesse fatto un libro puramente fantasy, incentrato sul cimitero e sulla sua missione avrebbe sicuramente ottenuto un risultato più coerente, e magari meno dispersivo. 🙂

  3. La tua recensione è molto interessante e mi ha fatto riflettere molto. Capisco che le storie di alcuni personaggi potrebbero essere noiose, ma secondo me la figura di Clara nella vita di Daniel gli è servito da insegnamento, perché lui sembrava provare qualcosa per lei, lei invece ci “giocava” solamente con i suoi sentimenti e alla fine ha avuto ciò che si meritava (cioè il rimanere sola) visto che si è fatta scappare il meglio dalle sue mani.. A daniel non importava nemmeno che lei fosse cieca.. Sarà stata la prima cotta sì, ma secondo me lui provava dei veri sentimenti nei suoi confronti. Come ho detto sulla mia pagina, l’inizio mi è parso un po’ lentuccio ma poi mi è piaciuto molto! Secondo me dovresti dare un’altra possibilità a Zafón e ti consiglio il mio libro preferito “Marina”. Spero ti piaccia. A presto!

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