“Chi si autopubblica è uno che va a comprarsi la coppa in un negozio..”

Qualche sera fa, verso l’ora di cena, è squillato il mio cellulare. Convinta che fosse il mio compagno, in viaggio verso casa, ho risposto senza manco guardare il mittente.

Era una casa editrice.

Come ho già raccontato, dopo la laurea in scienze e tecnologie per lo studio e la conservazione dei beni culturali e dei supporti dell’informazione (che vince il premio per il nome più lungo di tutta l’università italiana) sono finita nel mondo dei libri e dell’editoria.

Ho avuto il piacere di lavorare in una libreria che già conoscevo: una libreria indipendente, di proprietà di una casa editrice, che lascia ai pochi (ma buoni) dipendenti numerose funzioni. Ho imparato tanto sia sul vendere i libri ma anche su quello che ci sta dietro.

Per questo ho voluto seguire un corso per diventare editor: per conoscere i meccanismi delle case editrici, e cosa significhi pubblicare un libro.

Successivamente sono finita in una casa editrice “grossa”, dove mi sono occupata anche di beni culturali. Soprattutto ho avuto modo di parlare con numerose persone che mi hanno confermato quanto avevo imparato in precedenza .

Comunque, la casa editrice che mi ha telefonato aveva ricevuto il mio CV, sul quale ovviamente parlo dei miei studi e della mia laurea, con una tesi che ha un titolo in linea con il mio corso di studi: molto lungo anche quello.

Ricevuto il mio CV, la casa editrice mi ha chiesto via mail una versione pdf della mia tesi: volevano leggerla. E’ una tesi dedicata alla mia esperienza presso un Archivio Storico: tesi fatta con il cuore, costata tanta fatica, ma pur sempre una tesi di laurea. Non mi è mai passato per la testa che potesse diventare un libro. Nell’ambito dei beni culturali, nello specifico dell’archivistica, potrebbe avere una certa utilità, ma rimane pur sempre una monografia.

Invece, a detta loro, con le opportune modifiche, era pubblicabile. Peccato che loro non abbiano manco aperto il mio CV, e non sapessero che io, nel mondo dell’editoria, non sono proprio l’ultima arrivata.

E peccato anche che io, nel frattempo, mi sono guardata bene il loro sito, per scoprire che per le opere scientifiche chiedono 500 euro agli autori, come “contributo di stampa”.

Ah ecco. Ecco perché la mia tesi è così interessante.

Così, quando ho risposto al telefono, ho ascoltato la loro proposta, che parlava soprattutto di una piccola spesa di impaginazione, con la quale il mio libro otteneva ISBN, altri codici, spazio in non so quali archivi, e una bicicletta con il cambio Shimano portata a casa mia direttamente da Mastrota.

Al che ho subito spiegato che ho approfondito il loro modo di lavorare, e che non combacia con il mio. Quindi, se vogliono pubblicare la mia tesi, io non sgancerò un centesimo. La ragazza mi ha risposto che nel mio caso le spese sarebbero state quasi dimezzate. Le ho ribadito che non ero interessata, che sono fortemente contraria all’”editoria a pagamento”.

Probabilmente se le avessi dato della laziale se la sarebbe presa meno (visto che chiamava da Roma): ha replicato elencandomi le differenze tra l’editoria a pagamento (che a detta sua riguarda solo la narrativa) e i contributi per le pubblicazioni scientifiche, che essendo più difficili da promuovere non si reggono sulle proprie gambe. Che loro fanno di tutto per aiutare gli esordienti (termine che personalmente odio) a pagare il meno possibile e a recuperare i soldi “investiti” per la pubblicazione.

Diciamoci la verità: davanti al Politecnico di Milano c’è una copisteria dove posso stampare la mia tesi con codice ISBN.  E numerosissime case editrici offrono il codice ISBN.

Una tesi pubblicata è molto utile per i laureandi: arricchisce il CV con una pubblicazione a tutti gli effetti, catalogata, ricercabile e fruibile. Ha senso soprattutto per chi vuole rimanere in ambito accademico, conseguire il dottorato di ricerca per poi insegnare.

Nulla di tutto ciò è nei miei piani: sfoglio la tesi ogni tanto, per ricordarmi gli anni stupendi di università. Non ha il codice ISBN ma una bellissima stoffa color ciclamino che la ricopre, e per quel che mi riguarda, va benissimo così.

A questo punto ho risposto che per acquistare il codice ISBN posso rivolgermi a mille altre case editrici. Lei ha insistito che non offrono solo codice ISBN, ma anche la promozione, eventi dedicati, le presentazioni in giro per l’Italia, pubblicità sulle (loro) riviste etc etc..

Ho ripetuto, per l’ennesima volta, che non condivido questa linea di pensiero, e che la pubblicherò solo se sarà DEL TUTTO gratuito per l’autore.

Mi ha salutato, dicendomi che in caso di novità mi avrebbe ricontattato.

Al di là del costo del codice ISBN, qui secondo me non si parla solo di editoria a pagamento, ma anche  e soprattutto di un semplice servizio di stampa, nel mio caso nascosto da telefonate di complimenti e fantomatiche distribuzioni e promozioni.

Oggi ho ricevuto una mail di riassunto della nostra telefonata:

“Gentile Dott.ssa XXXXXXXXXXXXXXXX,
riepilogo la conversazione telefonica del 30 giugno con la Dott.ssa XXXX.

Le confermo la nostra disponibilità a pubblicare l’opera in oggetto. 

 1) Per quanto riguarda l’impaginazione e gli oneri di pubblicazione è richiesto un rimborso una tantum secondo una delle due seguenti opzioni:

 a)  impaginazione da parte dell’autore (con fornitura di file PDF pronto per la stampa) = 500 euro. Le norme redazionali possono essere scaricate al seguente link: [……]

Potrà scaricare inoltre un mastro di impaginazione nel formato da Lei scelto.

Possiamo accordarLe uno sconto di 150 euro. Il rimborso richiesto sarà quindi di 350 euro.

 b) impaginazione professionale da parte di XXXXXXXX (con fornitura di file DOC e due giri di bozze) = 500 euro.

 All’Autore saranno fornite 5 copie saggio. Ulteriori copie potranno essere acquistate con lo sconto del 20% sul prezzo di copertina riservato ai nostri autori.

 2) Le indico di seguito il link alla pagina web della nostra collana, che potrebbe ospitare il volume in oggetto: [….] 

Cordiali saluti,

XXXXX XXXXXX
direttore editoriale”

Facendo due conti: mi accordano uno sconto di 150 euro. Sconto non richiesto, visto che io ho ribadito che non mi interessa pubblicare la tesi, specie a pagamento.

Quindi 350 euro in tutto se me la impagino io.

500+350 euro se faccio fare a loro, per un totale di 850 euro.

E nella mail non si parla né di promozione, né di eventi.

Mi auguro che chiunque pubblichi una tesi, lo faccia perché gli serve per un’eventuale carriera didattica, sapendo che sta pagando principalmente per la stampa.

Ben diverso, e molto più grave, è il discorso dell’editoria narrativa a pagamento.

Ho fatto degli esperimenti in passato, copiando un pdf di Edgar Allan Poe, riempiendolo di errori grammaticali e mettendoci il mio nome. Ho provato a inviarlo a diverse “case editrici” a pagamento.

In tempi rapidissimi ho ricevuto risposta: un elogio di complimenti e un invito a pubblicare con loro, con cifre di contributo non più basse di 2000 euro.

iene

In particolare, una casa editrice mi ha chiesto di pubblicare con loro, a patto che io mi impegni a comprare almeno 180 copie del mio libro al prezzo di copertina stabilito da loro (14 euro). Loro tuttavia mi hanno garantito che ne verranno stampate almeno 500, e che le restanti le avrebbero “distribuite, promosse e pubblicizzate con ogni mezzo”. Mi è stato anche garantito un 10% di guadagno sulle copie vendute.

Quindi 180 copie x 14 euro= 2520 euro da sborsare subito. Consegna delle copie dopo quattro mesi dalla firma del contratto.

Ipotizziamo che decida di accettare. Al mio libro non viene fatto il minimo lavoro di editing: quindi verrà pubblicato un libro di Poe, pieno di errori. Un mio ex collega mi disse che spesso usano un analizzatore lessicale per assicurare l’assenza di parole “calde”, che siano riconducibili a discorsi di razzismo, odio, sesso, violenza. Ma a parte questo, nessun lavoro verrà fatto sul mio manoscritto. Mettiamola così: nessuno leggerà mai il mio manoscritto.

Mi viene chiesta una foto e una breve biografia, oltre alla copertina. Decido tutto io. Quindi posso anche inventarmi che sono la figlia di Calvino (con la quale ho in comune il nome).

Dopo quattro mesi mi arrivano per corriere i miei libri. Bene. Ora inizia la mia lenta e logorante azione di auto pubblicazione, dove invito chiunque conosca a comprare il mio libro.

Chi potrebbe comprarlo? Quante persone che io conosco lo comprerebbero? Aiutata dall’elenco dei miei amici su Facebook, che comprende chiunque abbia avuto a che fare con me almeno una volta nella vita, faccio un conto. Venderei circa 100 copie. Ho considerato tutti i miei parenti (una copia per nucleo familiare)  e le persone con le quali sono più in confidenza, ovvero quelle persone alle quali avrei il coraggio di chiedere soldi per una copia del mio libro. Perché nel momento in cui ci si sente chiedere “vorresti una copia del mio libro?” è difficile dire di no.

Quindi 100 copie a 14 euro l’una fanno 1400 euro recuperati (e di riflesso 1120 non recuperati). Magari delle rimanenti ne vendo altre cinque o sei a 10 euro, tanto per venderle. Altri 60 euro recuperati (e quindi 1060 euro non recuperati).

L’editore, decaduti i termini del contratto, mi dice che ha venduto 20 copie. Tralasciando i conti per un momento, 20 copie vendute sarebbe comunque un buon risultato per un esordiente, dal punto di vista della qualità. Vuol dire che venti persone hanno visto il mio libro e lo hanno ritenuto meritevole a tal punto da spendere 14 euro e comprarlo. Un caso molto ottimistico.

Su queste copie ho il 10% di guadagno, cioè 28 euro. Sommati a quanto ho perso fin’ora fanno 1032 euro di perdita. Ovvero dalla mia cifra iniziale, dal mio investimento mi manca ancora da recuperare 1032 euro. Mettiamola così: vendere 126 libri, di cui solo 20 a non conoscenti, mi è costato per ora 1032 euro.

Dico per ora perché prima o poi l’editore, decaduti i termini del contratto, mi dirà cosa voglio fare delle copie restanti. Lui ne ha stampate 500, 180 sono le copie che ho comprato io da contratto, 20 le ha vendute lui: ne sono rimaste 300. “Le mando al macero o le compri tu??”

E quale scrittore vorrebbe vedere le proprie copie al macero?

Nel caso in cui l’opera non trovi più smercio sul mercato, l’editore potrà procedere al macero delle copie. In ogni caso l’editore, prima di procedere al macero, è tenuto a chiedere all’autore se intenda acquistare i volumi al prezzo di svendita o di macero. Tale obbligo è desumibile dalla protezione del diritto morale dell’autore a non veder l’opera distrutta o venduta sottocosto”

Vengono vendute all’autore al prezzo di costo, cioè ipotizziamo a metà prezzo. 300 copie a prezzo pieno costerebbero 4200 euro. A metà prezzo? 2100 euro.

Quindi sommati a quanto non ho recuperato (1032 euro) fanno 3132 euro pagati di tasca mia.

Mettiamola così: vendere 126 libri, di cui solo 20 a non conoscenti (in un’ipotesi ottimistica – ripeto) mi costa 3132 euro (e mi ritrovo oltre 300 copie in eccesso).

E quanto ci ha guadagnato l’editore? Il costo reale di una tiratura di 250 copie, se mi baso sui dati che mi ha fornito la casa editrice che vorrebbe pubblicare la mia tesi, è di 750 euro circa.

L’editore ne ha stampate 500, pagando 1500 euro. Ne ha vendute 180 copie a me a 2520 euro. Ne ha vendute 20 guadagnandoci il 90% del prezzo di copertina (visto che il 10% l’ho preso io), cioè 252 euro. E ne ha vendute 300 a me a prezzo di costo, stabilito come metà prezzo di copertina, guadagnandoci altri 2100 euro. Totale? 2520+252+2100= 4872 euro.

Dai quali togliere i 1500 euro di spese sostenute per la stampa: 4872-1500= 3372 euro guadagnati dall’editore.

Autore= 3132 euro PERSI

Editore=  3372 GUADAGNATI

Il fatto poi che il mio libro si troverà solo in cinque o sei librerie in Lombardia e basta mi fa capire che l’editore non scucirà un euro per la distribuzione, che è la cosa più importante per uno scrittore.

Grandi distributori come PDE o ME.LI (Messaggerie) garantiscono una distribuzione ovunque in Italia. Non è importante avere 300 copie in una libreria, ma una copia nel maggior numero di librerie possibili, e solo grandi distributori garantiscono tutto ciò.

Per questo è importante rivolgersi alle case editrici non a pagamento. Se l’editor di turno ritiene che il manoscritto che ha tra le mani sia meritevole, sarà il primo a fare tutto il possibile affinché si venda: vi garantirà un costante aiuto nella stesura definitiva, la scelta del titolo più accattivante, la copertina più esplicativa, la promozione massiccia, la distribuzione su larga scala.

E non è vero che un libro, fisicamente fatto e finito, ha più possibilità di girare e farsi notare da una casa editrice importante: arrivano ogni giorno centinaia di manoscritti da visionare, un editor non ha né il tempo né il bisogno di cercare altrove.

Certo, farsi pubblicare è molto difficile: significa aver scritto un libro che necessita di poche modifiche, che piaccia alla casa editrice e che abbia una possibile collocazione nel loro catalogo.

Credo stia “tutta” qui la differenza: tra il voler stringere tra le mani dei fogli rilegati con il proprio nome o fare di tutto per far stringere questi fogli a più mani possibili.

Voi cosa ne pensate?

Vi lascio con un articolo molto illuminante, che parla anche del fenomeno del self-publishing, la nuova alternativa all’editoria a pagamento che però, come spiega l’autore, rimane una scorciatoia, una fuga dal giudizio.

Si potrà sfuggire dal giudizio della casa editrice, ma mai da quello dei lettori. Prima o poi qualcuno ce lo dovrà dire, se siamo bravi scrittori o no.

Giovanna

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pubb

Self-publishing: perché sentirsi scrittori non equivale a esserlo

Hai passato giorni e notti a scrivere un romanzo che nessun editore vuole pubblicare. «Non rientra nelle nostre linee» dicono. Prima di te quei volponi hanno avuto l’ardire di respingere Oscar Wilde, Proust, Svevo, Moravia, Pasolini e valanghe di altri, figuriamoci. Ma vuoi vedere il tuo nome sulla copertina di un libro e non basterà un no a fermarti. Cosa puoi fare, se non vuoi buttare soldi per un’edizione a pagamento? Vai su una piattaforma digitale, carichi il file di testo, scegli titolo e copertina, e in pochi minuti il romanzo è in una vetrina virtuale, pronto per essere acquistato e letto da chiunque al costo di pochi euro. Niente di più facile, e non hai dovuto chiedere aiuto a nessuno – agenti, editori, tipografi, distributori, librai. E poi, diciamolo senza vergogna: perché dovresti spartire la torta con tutta questa gente? Se ti pubblichi da solo, puoi tenerti fino al 70% dei diritti: insomma, se vendi ci guadagni pure.

Ragionamento sacrosanto e, in linea teorica, non fa una piega.
Però.
I riverberi delle nuove tecnologie generano pericolose illusioni:

1) l’idea che il self publishing sia una sorta di rivoluzione che svincola la cultura dalle regole dell’industria è affascinante ma poco veritiera. «Pubblicare tutti, pubblicare qualunque cosa» non è un principio democratico, è la fuga dal giudizio, la nascita di una repubblica delle lettere autoeletta;

2) che tutti possano pubblicare significa anche che la concorrenza sarà immensamente più ampia e indistinta, quindi i frutti migliori rimarranno più che mai confusi nel mucchio. Nella letteratura, aumentare l’offerta non corrisponde ad aumentare la domanda, ma soltanto a disperderla;

3) non sempre, ma in molti casi il self publishing è unicamente un modo per compiacere la propria libido scrivendi e illudersi di poter raggiungere direttamente un pubblico, cosa impossibile nella pratica (perché servono gli strumenti) ma anche nella logica (il talento per la scrittura non si abbina quasi mai al talento di autoeditarsi e autopromuoversi);

4) sottrarsi al criterio di scelta dell’editore, cedendo al narcisismo e facendo a meno di qualunque valutazione critica del proprio lavoro, non significa sottrarsi al giudizio dei lettori, anzi esporvisi senza un’adeguata preparazione;

5) «hai scritto, va stampato» incita uno dei servizi online più noti. «Stampare», appunto, non «pubblicare»: la differenza c’è ed è pesante. Sentirsi scrittori non equivale a esserlo;

6) pubblicare non è un diritto, è un obiettivo che va conquistato;

7) fare a meno dell’editore non significa rinunciare soltanto a un produttore finanziario, ma anche al suo mestiere, al perfezionamento dell’opera che passa attraverso il confronto. Come nello sport e in tutte le arti, il talento da solo non basta, va allenato duramente e facendosi consigliare da professionisti;

8) non a caso il sogno di chi mette la propria opera online resta quello di uscire per un editore tradizionale: il buon vecchio libro di carta non ha ancora perso la sua magia.

Chiuderei con una frase di Stefano Mauri, presidente del gruppo GEMS: «Uno scrittore contrattualizzato da un editore che vende bene il suo libro vince un campionato. Chi arriva primo a un concorso letterario e poi pubblica, vince la Stramilano. Chi si autopubblica è uno che va a comprarsi la coppa in un negozio»

Self-publishing: perché sentirsi scrittori non equivale a esserlo

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9 thoughts on ““Chi si autopubblica è uno che va a comprarsi la coppa in un negozio..”

  1. Lavoro in una casa editrice, e confermo tutto ciò che hai scritto: una casa editrice seria non chiederà mai soldi ad un autore, nemmeno per le spese di stampa.

      1. Ad essere sincero io già prima di entrare nell’editoria avevo il forte sospetto che le richieste di denaro da parte delle case editrici non fossero indispensabili. Se posso chiedertelo: come avevi fatto a farti assumere da una casa editrice “grossa”?

    1. Beh, in ogni caso puoi scrivere sul tuo curriculum di aver lavorato per una grossa azienda. Questo su un recruiter fa colpo. Grazie per la risposta! : )

  2. Articolo meraviglioso, bravissima. Ad un certo punto mi sembrava di sentire la Gabbanelli a Report.. 😀 in bocca al lupo e ancora complimenti per il tuo post d’indagine!

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