Massimo Cassani – Mistero sul lago nero

Ciao a tutti! Ultimamente ho finito due libri molto interessanti. Oggi inizio a parlarvi di Mistero sul lago nero di Massimo Cassani. Il libro è pubblicato da Laurana, costa 15 euro e ha 251 pagine.

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Il libro mi è stato inviato: non dalla casa editrice, bensì dall’autore stesso. Avevo già recensito un suo libro (qui trovate il link) ed è stato contento dell’attenzione che ho messo nella lettura, permettendomi anche di discuterne con lui. Sono pochi gli autori che dedicano tempo ai propri lettori: Cassani è uno di questi.

Tornando al libro: il protagonista è Mario Borri, detective privato prossimo alla pensione. Ormai ha una certa età, una carriera alle spalle: è giunto il momento di andare in pensione. Riflette su queste cose mentre si trova in ufficio, durante il suo ultimo giorno di lavoro.

Entra una donna, quasi l’avesse creata il suo subconscio, voglioso di rimettersi in gioco. La donna sta cercando un investigatore privato, per affidargli un compito: deve scattare delle foto. Un lavoro facile quasi come bere un bicchiere d’acqua, per un investigatore esperto come lui. L’idea di andare in pensione non gli piace, vorrebbe almeno concedersi un ultimo caso prima di dedicarsi all’orto in giardino.

Accetta il lavoro, e si ritrova catapultato in un paese sulle sponde di un lago, ben distante dalla caotica e rassicurante atmosfera di Milano.

Sarà proprio la vita di paese l’ostacolo maggiore da affrontare, tra pettegolezzi, gente schiva e diffidente, situazioni climatiche e fauna pericolosa. Ma, come ci tiene a sottolineare, lui è un detective privato, mica un pivello di primo pelo. E in un modo o nell’altro, la verità verrà a galla.

Inizio con il dire una cosa, che spero non venga presa come spoiler: la cosa che mi ha colpito di più è che non ci sono omicidi. Non c’è il cadavere sul pavimento circondato dal gessetto. Non c’è un evento eclatante come una morte a dare il via a tutta l’indagine. Non è nemmeno un’indagine, se vogliamo.

Ho sempre saputo che se non scappa il morto non è un giallo. Al corso per diventare editor ti fanno ripetere questa frase come una preghiera quotidiana. D’altronde il morto mica può parlare, permettendo all’investigatore di fare il suo lavoro: scoprire chi è stato e perché.

Però, effettivamente, nessuno dice che è un giallo. Ok, c’è un investigatore ammicante in copertina, il titolo parla di mistero, e ricordando l’ultimo libro di Cassani, tutto faceva pensare a un giallo.

Mario Borri non porta nemmeno con se l’aura di sfiga della Signora in Giallo, che trasforma in morte tutto quello che tocca.

Ma quindi, è un giallo o no? Se prendiamo una visione generica del termine, pur non essendoci il morto, lo si può considerare un giallo. In un modo o nell’altro il protagonista si trova immerso in un mistero, e come spesso ripete, il suo cervello non può essere spento. Si troverà a porsi delle domande, a vedere cose sospette, a non capirci più niente.

Il fatto che però sia così difficile da catalogare è significatico. Mi spiego meglio facendo una piccola premessa:

Spesso si tende a parlare di “stile” di uno scrittore. Un’altra preghierina che ti fanno ripetere al corso di editor è: lo stile non esiste. O meglio: si può definire lo stile come il modo personale dell’autore di organizzare e gestire elemeti costanti di un testo come sintassi, lessico, etc etc..

Ma è troppo comodo dire: “mi piace molto lo stile di quell’autore”, “lo stile è scorrevole e piacevole” e quando leggo una frase del genere in un blog di recensioni, la freccia del mouse punta in automatico alla x in alto a destra. Sforzandosi un po’ si può essere più precisi, far capire bene cosa si intenda, senza liquidare il proprio giudizio e gusto personale con una frase che non dice niente.

Un po’ come dire: quella ragazza si veste casual. Magari è vero, ha una camicia di flanella a quadri scozzese (e qui si potrebbe anche discutere su cosa sia casual), però ha anche delle ballerine di strass ai piedi, un pantalone a zampa di elefante e un fiore tra i capelli. Non è detto che la cosa che si nota di più sia quella che definisce una persona. E non è detto che domani non si vesta con giacca e pantaloni. Certo, se mi piacciono le camicie di flanella tenderò a mettere spesso quelle, ma mai dare niente per scontato.

Proprio come i vestiti, esiste sicuramente un modo personale dell’autore di organizzare e gestire gli elementi costanti, ma può cambiare da libro a libro, con il passare del tempo o a seconda del genere.

Tutto questo panegirico per dire che ricordavo un modo preciso di organizzare e gestire sintassi, lessico, etc etc nell’ultimo libro di Cassani. Un Cassani in giacca e cravatta, se vogliamo utilizzare la metafora di poco fa. Formale, posato, quasi minimale.

Cassani in questo libro, invece, si è presentato vestito con un completo fatto si da giacca e cravatta. Ma di lino, con un cappello che sembra uscito da un film degli anni quaranta, di un colore poco comune. Un look unico, inatteso, originale e divertente. Ecco, definirei così questo libro: originale e divertente. Si ride molto, come si potrebbe ridere ad uno spettacolo di cabaret: la narrazione al passato prossimo permette al narratore (che coincide con Mario Borri, il protagonista) di aggiungere commenti, proprio come farebbe uno smagliante Brignano, istrionico e magnetico. Per niente in linea con i canoni classici del giallo.

Mi piace pensare che i riferimenti continui al suo abbigliamento siano legati in qualche modo a questa mia idea, come un leitmotiv.

La cosa bella però è che sebbene sia una narrazione al passato prossimo, risulta all’occhio del lettore come una narrazione al presente. Si ha la percezione che il protagonista stia vivendo i fatti narrati lì e subito. Ho dovuto controllare che tempo verbale abbia effettivamente usato, perché a fine lettura ero convinta fosse un presente. Questo è dovuto alle numerose esclamazioni di sorpresa, alla consapevolezza che il lettore non è a conoscenza di niente, all’assenza di altri punti di vista, a un intreccio che non coincide con la fabula nemmeno per un istante.

Ovviamente tutto ciò alimenta la curiosità per il mistero, anche perché di carne al fuoco ne viene messa molta, nel senso che sono numerose le ipotesi che il lettore può fare, in base anche agli elementi che vengono presentati e ai luoghi nei quali, volente o nolente, il protagonista torna.

Per questi motivi non mi limiterei a consigliarlo agli appassionati di gialli, ehm, misteri: è un libro che consiglio a chiunque si voglia divertire. Il mistero è solo un pretesto. Chiamarlo giallo sarebbe riduttivo.

Lo consiglio anche agli appassionati di scrittura, come ottimo esempio di intreccio che convince (non a caso l’autore tiene lezioni di intreccio narrativo), ma anche per convincersi che non si nasce con un buon “stile” (tra virgolette per rimarcare il mio totale rifiuto di questa parola).

Lo “stile”, inteso con la definizione che ho dato sopra, è frutto di un attento e meticoloso lavoro. Che solo gli ingenui o i presuntuosi ignorano. Scrivere un libro non è solo raccontare una storia. Scrivere un libro è raccontare una storia in un particolare modo. Non dimentichiamolo. Mai.

(E spero il detective Borri non si offenda per aver rubato le sue parole, ma ci stavano così bene!).

E voi cosa avete letto di Cassani? Conoscete questo libro?

Giovanna

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