Alessandro Baricco – Seta

Ciao a tutti! Eccomi come promesso con uno degli ultimi libri che ho finito di leggere.

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Si tratta di Seta di Alessandro Baricco. Il libro è del 1996, pubblicato da Feltrinelli. Costa 7 euro e ha 108 pagine. Leggevo che nel 2007 è stato realizzato il film omonimo: devo procurarmelo. Qualcuno l’ha visto?

Ho ricevuto il libro come regalo di compleanno: amo ricevere libri! Indubbiamente si rischia di regalare libri non graditi, ma è anche un modo per conoscere la persona che te li regala, i suoi gusti in fatto di letture. E’ diverso dal consigliare un libro, dal dire: “leggilo, è bellissimo”. Per me è come dire: “voglio che tu abbia questo libro, nella speranza che tu possa trovarci le cose che sono piaciute a me”. Presuppone anche un momento di dialogo, di confronto: cosa assai rara, ormai.

Certo, non bisogna allontanarsi troppo dai gusti di chi lo riceve (se ricevessi un fantasy mi farei qualche domanda sul grado di amicizia che mi lega a quella persona), ma tra amici è giusto osare. Basta regalare pigiami e cioccolatini. Regalatemi libri! 🙂

Piccolo appello a parte, passiamo a Baricco. Avevo letto solo un altro libro di questo autore, ed è Novecento. L’ho letto in terza media, e ricordo che ero gasatissima all’idea di comprare un libro nel reparto “adulti” (detta così sembra brutta, ma ci siamo capiti). Nessuna copertina variopinta, nessun protagonista giovane, nessun elemento fantastico. Ero un po’ stufa di tutto ciò. Comunque, nel tenere in mano il volume, provai le stesse emozioni di quando indossai un lucidalabbra per la prima volta: trasgressione e curiosità.

Ho finito di leggerlo in poche ore, quanto basta per considerarlo uno dei miei libri preferiti di sempre (e dopo 16 anni non ho ancora cambiato idea).

Non so perché dopo non abbia più letto altro di Baricco. Un po’ perché al liceo venivano imposti altri libri, un po’ per paura di rimanere delusa. C’è anche da dire che ciclicamente leggo e rileggo Novecento, con lo stesso gusto di allora, placando del tutto la mia curiosità nei confronti del suo autore.

Comunque, il giorno del mio compleanno ho messo fine a tutto ciò: ho letto Seta.

Sebbene nella mia mente già si facevano strada richiami a Novecento (entrambi i libri sono di poche pagine) ho cercato di non fare paragoni, tantomeno di andare a caccia di tutto ciò che mi ha fatto amare quel libro.

Il protagonista è Hervé Joncour, un negoziante francese di bachi da seta. Ha 32 anni, una moglie, e vive nella Francia meridionale. La storia inizia nel 1861: “Flaubert stava scrivendo Salammbô, l’illuminazione elettrica era ancora un’ipotesi e Abramo Lincoln, dall’altra parte dell’oceano, stava combattendo una guerra di cui non avrebbe visto fine”.

Questa è una precisazione che l’autore fa nella prima pagina: sebbene lui dichiari l’anno, ritiene doveroso sottolineare il concetto, riportando alcuni fatti storici. Durante la lettura non ci avevo nemmeno fatto caso. In realtà, con questa precisazione, l’autore ci accoglie nel libro, ma contemporaneamente ci congeda. Avevo appena messo lo zucchero nel tè che mi ha offerto, che già mi sbatte fuori di casa!

Mi ritrovo quindi sul pianerottolo con ancora la tazza fumante in mano, perplessa e spaesata, che vengo richiamata in una storia che di reale, concreto, riconoscibile non ha niente: niente più anni ben scanditi, riferimenti storici che tutti conoscono. Si entra in una fiaba.

Si sa solo che il protagonista è costretto a recarsi in Giappone per comprare i bachi da seta, a causa di un’epidemia che ha rovinato le coltivazioni locali.

Il Giappone nel libro è definito “la fine del mondo”. Per raggiungerlo bisogna andare sempre dritto di là, fino alla fine del mondo. Indicazioni vaghe, da racconto per bambini. In netto contrasto, appunto, con la precisazione circa l’epoca, fatta all’inizio.

Joncour parte ad ottobre; raggiunge il Giappone; contratta con Hara Kei,un importante uomo d’affari; compra le uova e riparte, per arrivare in tempo alla Messa grande, che si tiene la prima domenica di aprile.

Il senso della fiaba è rimarcato dal ripetersi di questo copione, anno dopo anno. Persino nella descrizione del viaggio vengono usate sempre le stesse parole (a ritroso per il ritorno).

Con Hara Kei c’è però una ragazza, che non ha gli occhi a mandorla. Joncour se ne accorge, perché i loro sguardi si incrociano una volta. Una volta sola. Questo sarà l’elemento di disturbo al copione della fiaba: se tutto sembra svolgersi, anno dopo anno, nella medesima maniera, il protagonista a poco a poco cambia.

Il cambiamento esplode alla fine, quando le conseguenze di questo sguardo trasformano il copione del viaggio andata-ritorno Francia-Giappone. L’autore prova a usare le stesse parole per descrivere il viaggio e la trattativa, ma qualcosa è cambiato per sempre. Dopo questo ultimo viaggio, diverso nelle parole e nel contenuto, si avrà il rapido epilogo.

Sulla storia non posso dire oltre, per non rovinare la lettura. Quello che posso dire è che ogni anno, durante il suo viaggio, il protagonista va a comprare i bachi da seta, ma va anche a cercare qualcosa che a casa non ha.

Cosa vada a cercare non è chiaro nemmeno al lettore: la storia sembra sempre la stessa. Parte, contratta, torna. Una volta incrocia lo sguardo di una ragazza: si può provare nostalgia per uno sguardo? Si può provare nostalgia per qualcosa che non si ha? Per delle situazioni che non vivremo mai? Può questa nostalgia condizionare una intera vita? Può far perdere il contatto con la realtà? Domande importanti, impossibili da evitare.

Il senso del libro è proprio far riflettere su queste domande. La storia è solo un pretesto, anche perché la storia è scarna, povera. Mi ricorda una recita di teatro alla quale andai anni fa: pochissimi personaggi, un solo elemento di scenografia, nessun costume. Il vero protagonista era il messaggio, proprio come in questo libro. E il fatto che io, a distanza di anni, mi ricordi di quella sera in un teatro di periferia, significa che spesso è un buon modo per passare messaggi. Recitati o scritti che siano.

Diventa quindi difficile dare un giudizio al libro. Non è difficile però ragionare sul senso del libro: raccontando la storia del commerciante di bachi da seta, Baricco sostiene che si, assolutamente, si può provare nostalgia per qualcosa che non è mai iniziato, e che questa può influire.

Cerchiamo sul dizionario la definizione di nostalgia: stato psicologico o sentimento di tristezza e di rimpianto per la lontananza da persone o luoghi cari o per un evento collocato nel passato che si vorrebbe rivivere. Può talvolta evolvere in manifestazioni di carattere patologico.

Sono anche io dell’idea che si possa provare della nostalgia, così definita, per qualcosa che non è avvenuto, nonostante ci sia un inizio tangibile (lo sguardo tra Joncour e la ragazza). Lo stesso lettore, in quel momento, ha ipotizzato almeno venti proseguimenti possibili.

Ma può bastare un inizio, uno sguardo durato un secondo, a cambiare l’intera vita di una persona? Si può rimanere così condizionati da quello che poteva essere?

Non parlo di storie finite dopo anni di fidanzamento, o di luoghi dove si ha vissuto per decenni: parlo di episodi rapidi come lo sbattere di ciglia (e voglio pensare che l’idea di usare uno sguardo non sia casuale).

Mi è sembrato eccessivo il modo con cui cambia la vita del protagonista, quello che succede durante l’ultimo viaggio: spero l’autore abbia volutamente forzato la mano per non far passare queste domande in secondo piano.

Non voglio credere che esistano persone che si facciano condizionare così tanto dalla nostalgia. Non voglio credere che l’autore non riesca a lanciare un messaggio di speranza per tutte le persone che sono sedotte dalla nostalgia, dal seducente gioco del “cosa sarebbe successo se..”. Anche piccolo, anche nascosto, ma secondo me doveva lanciarlo quel messaggio.

Certo, il libro è suo e lui può fare quello che vuole, ma credo sarebbe stato molto più reale e ottimista: non ti liberi dalle nostalgie, ma impari a conviverci, a domarle. Poteva comunque pensare alla ragazza e intanto provare a godersi la sua vita in Francia.

Vorrei riportare un’altra definizione di nostalgia, che arriva da un film, anch’esso controverso: Che cosa avete contro la nostalgia, eh? È l’unico svago che resta per chi è diffidente verso il futuro, l’unico (La grande bellezza). A fine lettura, mi sembra molto più appropiata e convincente di quella del dizionario. Aiuta anche a fare chiarezza sul comportamento del protagonista, facendomi condividere, seppur per poco , il senso di impotenza che urla.

Provare nostalgia è giusto, vuol dire che si è in grado di dare valore anche alle cose che non sono successe. Però bisogna anche capire che si sta vivendo un’altra vita. Facendo come il protagonista vivi una vita che non hai, facendo morire quella che hai. Capisco che spesso la vita non vada proprio come si vorrebbe, ma penso che così facendo si alimenti il senso di insoddisfazione e frustrazione che si prova di fronte alle difficoltà.

E’ bello fantasticare su storie parallele: credo sia il motivo principale che rende la scrittura tanto affascinante. Ma si deve tornare alla realtà, per fantasticare di nuovo. E’ l’intermittenza delle due cose a dare l’equilibrio.

Ho discusso con più persone in merito a questo libro: sono tutti d’accordo che invece non è uno scenario impossibile, che esistono davvero nostalgie che condizionano la vita. E che questo libro è bello proprio per questo motivo, per la consapevolezza che non si è soli.

Sono quindi felice di dire che non mi è piaciuto del tutto, perché non condivido il pensiero dell’autore. Una vita migliore è sempre possibile, nonostante il passato, e nonostante i bivi che non si sono scelti.

Ma sono anche felice che tantissimi lettori abbiano amato questo libro, a riprova che non c’è un unico modo per vivere. Dubito che cambierò idea in merito, ma se mai arriverò a farmi schiacciare dalla nostalgia, posso consolarmi del fatto che qualcuno mi aveva avvisato.

 

Giovanna

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