Francesco Borrasso – La bambina celeste

Tutti noi abbiamo nel cuore un personaggio, un’ambientazione, una storia che hanno permesso a un libro di diventare indimenticabile. Indimenticabile per davvero, di quelli che a distanza di anni, persino decenni, nomini con affetto e nostalgia. Te ne accorgi subito. O meglio, te ne accorgi una volta terminate le pagine da voltare: sarai per sempre con me. La bambina celeste sarà sempre con me. Il dolore di suo padre sarà sempre con me. Francesco Borrasso sarà sempre con me. Permettetevi di presentarvi queste persone, a partire dall’ultima citata.

Francesco Borrasso è uno scrittore, nato a Caserta nel 1983. Probabilmente sarà sconosciuto a molti, come lo era per me. La bambina celeste è la sua creatura, una creatura letteraria dall’omonimo titolo. Un esserino piccolo e fragile, di quattro anni e 115 pagine. Va protetta, difesa, coccolata, rassicurata: hai la percezione che in un secondo possa svanire, con i suoi quattro anni, con le sue 115 pagine. Mi risulta difficile separare la protagonista del libro dal libro stesso, perché la fragilità che emana la bambina è la stessa che manifesta – fiero – questo piccolo libro.

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Giorgia, ovvero la bambina celeste, è la figlia di Daniel e Victoria: una logica conseguenza di un amore forte e giovane. Ben presto però si ammalerà di tumore, fino a un epilogo inevitabile. Dicendo queste cose non faccio spoiler, perché nel retro del libro già si scopre come andrà a finire la storia. Una trama lineare, quindi, senza colpi di scena, paragonabile a una valanga che rotola giù dalla montagna: impossibile da modificare nemmeno volendo, nonostante Daniel ci provi con tutte le sue forze.

Prima di iniziare la lettura mi sono chiesta cosa avesse da offrire un libro con un intreccio semplice, con solo tre personaggi e un finale già noto. Devo dire però che sul web ormai i commenti su questo libro erano ovunque, il passaparola ha trascinato anche me e ho deciso di comprarlo. L’ho letto tutto d’un fiato, ma ho passato giorni a pensare a come scrivere questa recensione, proprio perché il riassunto della storia si esaurisce in una riga. Le mie perlessità nascevano dal fatto che si dovrebbe scrivere un libro quando si ha una storia da raccontare. Tuttora lo penso. Borrasso però ha dimostrato che si può scrivere un libro quando non si ha più niente da perdere. Non lo fa quindi per raccontare una storia, ma per urlare alla vita che lui è lì, con il suo dolore, i suoi sentimenti, le sue fragilità. L’aprirsi con qualcuno – che sia un amico o un bel numero di lettori – è tuttavia un atto di coraggio, di forza: non è detto che tutti sappiano capirci, aiutarci. Non è detto che non arriveranno critiche, giudizi. Vestire questo gesto di carta e inchiostro poi, pone un altro – inevitabile – confronto: pensi davvero di poter vendere come i titoloni presenti in classifica? Pensi davvero di poter vendere a qualcuno che non sia un parente? Tu, emerito sconosciuto, che pubblichi con una piccola casa editrice, proponendo un libretto di appena 100 pagine, con una storia già svelata, cosa pensi di fare?

Non posso dire con esattezza cosa Borrasso avesse intenzione di fare, ma non penso nemmeno sia rilevante, a questo punto. Poco fa parlavo di dolore, sentimenti, fragilità. Certo, Daniel e Victoria soffrono molto per la perdita della loro bambina, ma è come vedere un teatrino di marionette. Loro rappresentano un sottile velo tra il lettore e l’anima più profonda di Borrasso, una linea di confine immaginaria che però si può superare: lo capisci quando durante la lettura non ti fai domande sul proseguire della storia, ma inizi a immaginarti l’autore sdraiato in camera la notte, in preda all’insonnia, che piange e scrive. Non ho idea di come mi sia nata quest’immagine, ma a un certo punto era così chiara che avrei potuto disegnarla nei minimi dettagli. E più andavo avanti nella lettura e più nella mia testa si creavano scene, momenti, dialoghi, soltanto che il protagonista era uno. Solo uno. Non c’era più Daniel, non c’era più Giorgia. C’era solo un protagonista, senza aspetto, senza volto, ma era presente più di tutti gli altri. Non mi è mai successo di leggere una storia e immaginare volti e luoghi che nemmeno sono narrati! Un trip mentale assurdo, impensabile, che arriva senza nemmeno volerlo: penso sia qui il potere di questo libro, in grado di arrivare a pochi. In tanti ci vedranno delle intenzioni pretenziose, o peggio ancora un “giocare facile”, facendo leva su argomenti importanti (come la malattia e la morte). Io ci vedo una magia, una magia letteraria in grado di raccontare oltre le righe. La prova l’ho avuta quando poco alla volta ho iniziato a immaginare un secondo protagonista: lui e io. Lui che urla, piangendo, al buio di notte nella sua camera e io che ascolto. Ti sembra un urlo fortissimo, da farti fermare il fiato. In realtà stai solo girando la pagina.

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