Lezione 9 – Il punto di vista

Ciao a tutti! Come anticipato oggi parleremo di punti di vista. In realtà dietro a questo concetto ci sono due domande, due questioni che lo scrittore deve porsi: come inquadrare la narrazione in uno sguardo personale? Quali informazioni dare/non dare al lettore? Scegliendo un determinato punto di vista si risponde automaticamente a queste domande.

Esistono tre punti di vista:

  • Punto di vista a focalizzazione zero
  • Punto di vista a focalizzazione interna
  • Punto di vista a focalizzazione esterna

Nel primo caso il narratore sa più di quanto sappia uno qualsiasi dei suoi personaggi o è onniscente. In caso di narratore onniscente tutti i personaggi vengono visti da una distanza neutrale, sapendo tutto di tutti. Va precisato che questo tipo di narratore non descrive o racconta tutto. Opera una selezione del materiale da raccontare, ma dispone di arbitrio e di una capacità potenzialmente illimitata di attingere informazioni. Per il lettore è più difficile immedesimarsi in uno dei personaggi. Per questo motivo si applica raramente a un’intera storia.

Si tende a scegliere un punto di vista a focalizzazione interna, dove il narratore fonde il suo punto di vista con quello del personaggio e dice solo quello che sa quel personaggio: questo è il modo migliore per trasmettere emozioni e sensazioni, piuttosto che lo svolgimento di ciò che sta accadendo. E per questo è molto più coinvolgente.

Questo però spesso autorizza lo scrittore a usare ottomila punti di vista diversi, in base ai personaggi, generando una confusione difficilmente risolvibile. Sia per la difficoltà a differenziarli, sia per la difficoltà di passaggio: la storia deve scorrere, per ritmo e comprensione. Non avete idea di quante volte io riceva un manoscritto con diversi punti di vista: nonostante li legga armata di evidenziatori per segnare le diverse voci, spesso perdo il senso di tutta la storia. Figuratevi un lettore che legge il vostro libro in treno o poco prima di addormentarsi: si scoraggia dopo poche pagine!

Non bisognerebbe mai superare i due-tre punti di vista differenti; secondo me bisognerebbe fare il grande sforzo di sceglierne solo uno: sarà lui a subire gli effetti della vostra storia, e questa scelta caratterizzerà tutto il vostro lavoro, quindi sceglietelo bene! 😉

È una scelta che potrebbe cambiare nel corso della scrittura, perché magari vi rendete conto che non state raccontando la storia del vostro prescelto, ma di un altro personaggio che credevate marginale. È proprio chi guarda a determinare ciò che succede e come viene raccontato!

È il caso di Sherlock Holmes e del fedele Watson: è proprio Watson a parlare nei celebri libri, ma il protagonista è Sherlock. L’autore ha ritenuto che un uomo singolare e brillante come Sherlock non fosse idoneo a fornire spiegazioni e a rendersi immedesimabile: molto meglio puntare su un uomo più comune come Watson, che possa ridurre le distanze tra il lettore e il protagonista.

Se invece avete comunque deciso di usare più punti di vista dovete stare attenti alla loro alternanza: chi li padroneggia male dimostra subito di essere un principiante, e difficilmente verrete presi in considerazione dalle case editrici.

La transizione deve avvenire con criterio, sfruttando magari il cambio di scena, di capitolo o di sezione. Evitate lo stratagemma da pigri, che consiste nel chiamare il capitolo con il nome del personaggio che sta per parlare. Molto meglio iniziare con una frase che lo inquadri subito (“Marco stava percorrendo la strada come ogni mattina..”). Potrebbe essere utile anche stabilire un ritmo che aiuti il lettore: una volta che capisce che i punti di vista sono due, e che si alternano ritmicamente, sarà più facile farvi seguire!

I due personaggi poi dovranno avere lo stesso peso nella storia, per renderla equilibrata, e dovranno essere collegati tra di loro (di questo ne abbiamo parlato abbondantemente nelle lezioni dedicate alla trama e all’intreccio).

Meno comune è invece il terzo caso, ovvero il punto di vista a focalizzazione esterna: il narratore dice meno di quanto ne sappia il personaggio (o i personaggi). Il punto di vista è, quindi, quello di un narratore estraneo alla storia, in grado di descrivere esclusivamente le azioni dei personaggi, ma senza entrare nei loro pensieri, sentimenti o stati d’animo. Non può neanche muoversi nel tempo e nello spazio, rivelando quello che succede altrove nello stesso momento. È molto presente nei racconti polizieschi, perché aiuta a creare atmosfere di suspence.

Un classico esercizio per esercitarsi con i punti di vista è il seguente: scrivi una scena in cui due personaggi principali della tua storia si affrontano e discutono animatamente. Scrivi la scena prima dal punto di vista interno di un personaggio (il protagonista), usando la prima persona, poi riscrivi la scena da un punto di vista esterno (immaginando di essere accanto al protagonista) e infine riscrivi ancora una volta la scena usando la terza persona onnisciente (mettendoti a equa distanza tra i due personaggi, ma consapevole anche di quello che loro non sanno).

In questo modo ti renderai conto di come varia la distanza tra il narratore e i personaggi e tra il lettore e i personaggi a seconda del punto di vista scelto e potrai decidere quale punto di vista preferisci, o è più idoneo alla tua storia. Se volete mandarmi i vostri esercizi, io sono qui! 😊

Vi lascio come sempre con qualche testo utile:

Il punto di vista: Tecnica della distanza di Luca Blengino

Il punto di vista di Gianni Turchetta

Il punto di vista: Scrivere narrativa di Marco P. Massai

Giovanna

 

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