Lezione 10 – Azione e descrizione

Ciao a tutti, ci ho messo un po’ più del previsto a tornare, ma con un bimbo piccolo in casa gli imprevisti sono all’ordine del giorno: come vi dicevo, riservo al mio blog il sabato (giorno in cui il bimbo va in piscina), e se per qualche motivo la giornata si riempie, sono costretta a rimandare. Comunque sono riuscita a portarmi avanti, quindi per un po’ non prevedo sorprese (speriamo non siano le ultime parole famose, eheh).!

Oggi parleremo dell’esposizione: in particolar modo del rapporto tra azione e descrizione, di come bilanciare questi due aspetti.

Nella narrazione di una storia può presentarsi la necessità di fare ricorso all’esposizione, ovvero al procedimento mediante il quale l’autore costruisce il contesto della storia stessa, fornendo agli eventi narrati prospettiva e credibilità mediante informazioni e riscontri oggettivi. Il problema principale riguarda proprio l’individuazione della misura. Bisogna spiegare con intelligenza: le parti espositive devono essere limitate allo stretto indispensabile, essere brevi e fortemente connesse con la vicenda per non appesantire l’azione o diminuirne l’efficacia. Non meno essenziali sono la scelta del punto della storia in cui inserire un’interruzione descrittiva e l’uso di appropriate tecniche della descrizione. L’esposizione non è sempre diretta: essa può emergere da un dialogo fra i protagonisti o anche dalle riflessioni di un singolo personaggio, ma in ogni caso è importante che coinvolga il lettore evitandogli di doverla subire passivamente come una noiosa lezione.

Nel momento in cui iniziate a scrivere la vostra storia, dovete decidere in quale modo fornire gli elementi che fanno da sfondo e che determinano il contesto. L’esposizione deve necessariamente interrompere l’azione per fornire delle informazioni e può occupare un paragrafo come un’intera pagina. Insomma, è l’autore che fa capolino e si rivolge al lettore per riferirgli qualcosa ma, attenzione, riferire non significa mostrare. Come abbiamo già spiegato, dire, o riferire, costituisce una scelta assai meno efficace che non quella di mostrare. Ne consegue che l’esposizione possiede meno forza drammatica e intensità di una scena narrata. Così, come per tutti gli elementi principali della narrazione, occorre approfondire la natura del problema e trovare appropriate soluzioni.

A questo punto, vi chiederete: se l’esposizione è così inefficace, perché non scegliere piuttosto di affidarsi a delle scene? Potete farlo, se la storia lo permette. Ci sono tantissimi racconti brevi costituiti da una singola scena, con al massimo una o due frasi di esposizione o di descrizione. I racconti di Hemingway sono quasi tutti di questo genere, per esempio. Alcuni romanzi possono essere narrati sempre al presente, senza apparente approfondimento, e tuttavia risultare a loro modo molto convincenti. Ma eliminare del tutto l’esposizione può costituire un problema. Non tutti gli scrittori vogliono imitare Hemingway e non tutte le storie possono limitarsi ad azione immediata e diretta, senza accennare un antefatto, a un contesto o a una visione di insieme.

Hernest Hemingway

Per loro stessa natura, le scene hanno una prospettiva ravvicinata, e costruire una storia formata solo da scene sarebbe come girare un film con una sequenza ininterrotta di primi piani, senza inquadrature di insieme, carrellate o campi lunghi sul paesaggio che rivelano la presenza di altri elementi o persone a distanza: alla lunga l’effetto sarebbe sfocato e un po’ ossessivo. Una buona esposizione fornisce l’ampiezza e il necessario contesto perché gli eventi sullo sfondo abbiamo un senso. Leggere un’opera narrativa lunga e complicata, costituita solo da un susseguirsi di scene, sarebbe come cercare di seguire un’intera partita di calcio con il binocolo: vedrai sicuramente molto movimento, ma farete parecchia fatica a capire lo svolgimento del gioco nel suo complesso. Infatti, fare a meno di qualsiasi spiegazione vuol dire rinunciare a descrivere una persona o un luogo con più di una o due frasi; rinunciare a saltare o a riassumere tempi morti e situazioni in cui non succede nulla di importante; non poter inquadrare una confusa serie di eventi a prospettiva ravvicinata, per fare poi un passo indietro e spiegare il significato al lettore; non poter illustrare adeguatamente lo sfondo o le precedenti esperienze di ciascuno dei personaggi.

Quel che è peggio, rinunciando all’esposizione si avrebbero molte difficoltà cominciare in medias res: infatti, non sarebbe possibile tornare indietro dopo la scena iniziale e raccontare come mai si è giunti a quella situazione. Anche la più bella e riuscita delle scene presenza dei problemi che devono essere risolti e degli equilibri che vanno rispettati; persino una narrazione fortemente drammatica esige un po’ di respiro, un contesto e una visione di insieme. E questa speciale funzione può essere svolta solo dal più distaccato, dal mio di mediato è più riflessivo modo di raccontare: l’esposizione. In effetti, la narrativa nasce da un buon equilibrio tra scene e commenti o spiegazioni. Se da un lato è importante non esagerare, dall’altro non c’è  nulla che possa svolgere questa funzione con altrettanta efficacia e semplicità. Come si è già detto a proposito dell’alternanza di punti di vista, anche questo aspetto deve essere affrontato con grande rispetto, attenzione e sensibilità narrativa.

Ci sono scrittori che hanno l’incubo di essere schiacciati dai passaggi espositivi, come fossero una valanga. Lo stesso può accadere a lettori, travolti da un’ondata di fatti che bloccano completamente l’azione. Non avete mai letto un saggio pieno zeppo di note a piè di pagina? Certo, sono utili, ma anche un po’ ingombranti e faticose per la lettura. L’eccessiva esposizione dei fatti è un pericolo per molta narrativa di genere, fra cui la fantascienza, il fantasy e i gialli. Nei primi due casi, c’è un intero universo da spiegare, e poi la lingua, gli usi e costumi di svariate razze immaginarie, senza parlare, per i gialli, di sospetti e alibi! I romanzi e i thriller storici, che si basano necessariamente su un accurato lavoro di documentazione, sono forse ancor più soggetti a questo problema. Se i fatti, le ricerche, l’invenzione fantastica non sono controllati e subordinati alle necessità della trama, possono prendere il sopravvento e seppellire una storia sotto una montagna di informazioni spacciate per narrativa. Per uno scrittore, concepire e dislocare il materiale di sfondo può risultare un’operazione molto divertente, ma non va assolutamente scambiata per il vero lavoro di scrittura. Gli autori di fantasy tendono a elaborare storie di reami immaginari che possono occupare centinaia e centinaia di pagine, piene di mappe, cronologie e complesse genealogie. Gli scrittori di gialli possono spendere una quantità incredibile di tempo a costruire complicati alibi per le liste dei sospettati, con tanto di orari, mappe, complessi calcoli sul tempo occorrente per andare sul luogo del delitto a piedi, in bicicletta, in macchina, addirittura in elicottero, al punto che, alla fine, non resistono alla tentazione di inserire questi elementi nelle loro storie. Possiamo definire questo fenomeno come un vizio creativo. Nelle sue forme più estreme risulta particolarmente nocivo alla scrittura narrativa, perché si tratta della crescita abnorme e incontrollata di qualcosa che in origine era innocuo, o perfino necessario. In tutti i generi il vizio si manifesta con una specie di infatuazione particolare per ciò che si è creato: l’esposizione, per sua natura statica e priva di forza drammatica, non è più subordinata alla trama, bensì la prevarica, finendo così per soffocare la storia.

Quello che può accadere allo scrittore è proprio questo: spesso si innamora della propria creazione mentre questa prende vita sotto i suoi occhi. Gli scrittori abbagliati dal fascino di elaborate costruzioni a volte dimenticano che il loro scopo principale è quello di raccontare una storia e non semplicemente di dare sfogo all’immaginazione. Il processo di invenzione è relativamente semplice: basta proiettare la propria conoscenza approfondita di un argomento qualunque nel creare un intero universo. Ma non è detto che un’attività diverta chi la fa allo stesso modo di chi la guarda. Non commettete l’errore di credere che il vostro divertimento nello sprigionare liberamente la fantasia corrisponda all’apprezzamento automatico del prodotto finale da parte del lettore. Inventare è facile, mentre raccontare è difficile. Ma è proprio una storia che il lettore ha il diritto di aspettarsi.

Se ben utilizzati, note e appunti sullo sfondo e sull’antefatto – che spesso sono il frutto di ricerche scrupolose – rappresentano l’intero iceberg, mentre la storia è solo la punta che emerge in superficie. La storia deve essere sorretta e confortata da una grande quantità di riscontri e informazioni per acquisire sostanza e solidità, tutte cose che l’autore deve conoscere a fondo, ma che non deve per questo riversare in modo indiscriminato sul lettore. È sicuramente consigliabile ad esempio compilare schede sui vari personaggi della storia, dove potrete inserire tutte le informazioni sul loro conto, dal soprannome che avevano da bambini ai gusti in fatto di cibo, perché in seguito vi potranno essere utili. Ciò vi permetterà di conoscere meglio i vostri personaggi prima di scrivere su di loro. Ma queste schede sono degli esercizi di riscaldamento, non fanno parte della scrittura vera e propria. Il personaggio di una storia deve svolgere un ruolo attivo, non è un mero elenco di dati caratteristici. Resistete alla tentazione di includere nella vostra storia delle note di questo tipo, per quanto lunghe, dettagliate e fantasiose. L’iceberg deve rimanere sott’acqua per ancorare l’insieme, non affiorare facendo affondare tutto quanto. Interrompere la storia con lunghe spiegazioni e descrizioni è fatale, particolarmente all’inizio e soprattutto nella narrativa di genere, dove una trama diretta e immediata che procede in modo spedito è pressoché d’obbligo .

Se non riuscite ad accantonare le vostre note e appunti di lavoro, inserite  il materiale in appendice, o lasciate questo compito ai posteri, eheh! Infilate tabelle, glossari e documenti in un cassetto, o dove volete, ma assolutamente non fatele confluire in blocco nella vostra storia. Il primo passo, che è anche quello più importante, per controllare l’esposizione è proprio la consapevolezza che essa deve essere controllata. Poi non vi capiterà tanto facilmente di fermarvi proprio all’inizio o in un momento cruciale per rivelare al lettore perché il protagonista durante la sua infanzia fosse stato terrorizzato da un grosso cane o raccontare per filo e per segno la storia dell’edificio dove è stato commesso l’omicidio. In secondo luogo, al lettore interessa saperne di più solo dopo che è stato incuriosito da qualcosa che richiede una spiegazione. Presentate il vostro personaggio, lasciate che agisca, si mette in mostra e si conquisti le simpatie e la curiosità del lettore: solo a quel punto raccontate il suo passato, se la storia lo richiede. A metà di una storia, l’esposizione può servire per preparare qualcosa che avverrà soltanto in seguito; ma, nel suo immediato contesto, deve apparire una logica conseguenza di ciò che è accaduto. Se così non fosse, potrebbe sembrare una semplice digressione senza alcuna rilevanza, oppure una goffa anticipazione che richiama l’attenzione del lettore accennando apertamente a quello che sta per accadere. È una forma di intrusione da parte dell’autore che è consigliabile gestire con prudenza. Inserite tutti gli accenni che ritenete opportuni, ma senza farvi notare troppo, in modo che rimangano degli accenni, appunto, senza che diventino interventi prevaricatori.

Date precedenza alla storia: non dovete ritenere che la vostra responsabilità in quanto scrittori sia di fornire minuziosi dettagli di ogni trauma, malattia o relazione che un personaggio ha avuto dal momento della nascita, e nemmeno quella di esporre ogni dettaglio storico o ambientale del luogo in cui vive e agisce. Dovete spiegare solo le cose importanti, necessarie a chiarire il significato della vostra storia. Curate l’esposizione, in modo che l’inclusione di ogni singolo elemento sia giustificata non solo nell’economia complessiva della narrazione, ma anche nella circostanza in cui si rende necessaria. L’importante è non dilungarsi più di quanto serva: assicuratevi che l’esposizione abbia svolto il suo compito, poi tornate il più presto possibile alla trama principale.

Arrivati a questo punto, avete deciso cosa serve per gettare le basi della storia e avete avviato la narrazione, prima di concedervi un paio di paragrafi per inserire una breve esposizione. Ora il problema che dovete risolvere e come presentarla. Se il contesto lo consente, cercate di inserire l’esposizione direttamente in una scena. Se è importante che il protagonista sia stato sposato, inventate qualche espediente (per esempio riceve dal Tribunale l’atto di divorzio) o, ancora, un breve scambio di battute che riveli il fatto senza che questo debba essere spiegato in maniera esplicita. Cercate anche di fare in modo che ogni scena serva a più di uno scopo: introdurre o sviluppare personaggi, movimentare la trama, stabilire subito il necessario sfondo. Se dovete spiegare qualcosa di più di un semplice fatto, e quindi avete la necessità di dilungarvi maggiormente, risulterebbe confuso e problematico farlo all’interno di una scena. In questo caso, la via più semplice è inserire l’esposizione tra una scena e l’altra, con frequenti riferimenti a ciò che precede e segue. Ma ricordate, siete voi il narratore, che vede e sa tutto pur rimanendo impersonale e invisibile, quindi limitatevi a fornire le informazioni che il lettore è interessato ad avere in quel momento. Questa è la scelta più ovvia per lunghi brani di esposizione, probabilmente quella a cui ricorrerete più spesso. Un’altra possibilità è quella di lasciare che siano i personaggi a esporre i fatti: un personaggio domanda e l’altro spiega oppure, senza bisogno di domande, un personaggio parla spontaneamente. Altri frammenti di esposizione possono emergere un po’ alla volta, magari in qualche discussione, non per forza nella stessa scena. Tutto questo può funzionare se l’esposizione è abbastanza breve e svolge in contemporanea altre funzioni (per esempio rivelare qualcosa dei personaggi coinvolti); in altre parole, se è utile ai fini della trama o della caratterizzazione, oltre che a quelli dell’esposizione stessa. In questo modo la storia procede ugualmente: non si tratta di una brusca interruzione, come quando la voce dell’autore/narratore interviene e si rivolge direttamente al lettore. Ma se l’esposizione è lunga o dettagliata, o se si tratta di qualcosa di cui i vari personaggi sono già perfettamente a conoscenza, una soluzione di questo tipo può risultare poco convincente. Non fate mai pronunciare personaggi frasi dove l’unico scopo è quello di informare il lettore. È una scelta troppo ovvia e l’unico risultato sarà quello di trasformare i vostri personaggi in altrettanti burattini che fanno discorsi scontati.

Infine, l’esposizione può venire attraverso le riflessioni e i pensieri di un personaggio, cioè la versione narrativa di un soliloquio. Il personaggio può pensare o ricordare qualcosa, e in questo modo lo comunica direttamente al lettore. Ma anche in questo caso la storia si interrompe e la soluzione presenta gli stessi rischi dell’esposizione inserita nel dialogo; inoltre, se esagerate, c’è lo svantaggio che il personaggio in questione possa sembrare un tipo presuntuoso e pedante che non perde occasione per dare lezioni. Evitate in qualsiasi modo che i vostri personaggi diventino dei noiosi conferenzieri. In effetti, ci sono scrittori pronti a disquisire su qualche argomento bizzarro o esoterico, oppure altri che considerano la narrativa principalmente come un’arena in cui propagandare una fede o una dottrina, sia essa politica, sociale, etica, religiosa, ecologica, o altro ancora. In parte, questo è legato alla tradizione dell’autore – narratore onnisciente, di cui abbiamo già parlato in un’altra lezione. L’intrusione dell’autore, per cui la storia rallenta allorché questi interviene o si dilunga sull’argomento che più lo interessa, era una pratica abbastanza comune in pieno Ottocento, ma oggi viene usata più di rado e, comunque, per ottenere un particolare effetto, ironico o provocatorio, cioè esattamente il contrario di quello che era l’intento originario. Anche se una storia, dall’inizio alla fine, non è altro che frutto dell’immaginazione dell’autore, leggendola ce ne dimentichiamo e la consideriamo reale, e questo vale anche per i personaggi della cui sorte ci preoccupiamo. Non importa quanto le vostre argomentazioni filosofiche siano interessanti, o quanto sia approfondita la vostra conoscenza di un determinato argomento: se concedete a essere troppo spazio, avete rinunciato a raccontare, mentre lo scopo principale della narrativa è proprio quello di raccontare una storia. Tutto il resto viene dopo. Questo significa che non si devono per nessuna ragione proiettare le proprie convinzioni o le proprie competenze specifiche in forma narrativa? Non esattamente. Ci sono sempre state storie meravigliose e commoventi che mostravano il giudizio dell’autore su aspetti di natura sociale o individuale. Pensate a Charles Dickens e ai suoi duri attacchi alla corte della Cancelleria, alle crudeltà scolastiche, alla condizione dei poveri nella città e alla barbarie sistematica dei personaggi come Scrooge.

Potremmo rintracciare decine e decine di storie che esprimono direttamente l’opinione dei loro autori su vari temi sociali e morali. Allo stesso modo, per ottenere maggior coinvolgimento, credibilità e sostanza nei vari tipi di narrativa, si deve talvolta puntare sull’impiego di nozioni specialistiche e su un minimo di gergo. In genere, chi usa dettagli di questo tipo sembra vantarsi della propria competenza, ma è anche abbastanza accorto da non sommergere la storia sotto una valanga di note. Se volete includere un’esposizione informativa o polemica, mantenetela in subordine e cercare di equilibrarla ricorrendo a tutte le risorse di tecnica narrativa che conoscete. Inseritela laddove la storia potrà assimilarla senza problemi e cercate di ravvivarla in modo che il lettore si senta coinvolto invece di subire passivamente l’intervento dell’autore o di qualche personaggio. Integratela nel tessuto che lega la storia e personaggi, in modo che prenda sostanza e diventi parte della struttura narrativa, senza rimanere una seria amorfa di definizioni, incisi o note a piè di pagina.

Comunque decidiate di affrontare l’esposizione, ricordate che la trama viene prima di ogni altra cosa: è il motore che trascina tutto il resto. Se la appesantite con troppe spiegazioni, sarà costretta a rallentare. Limitate l’esposizione all’essenziale; inseritela nel modo più semplice naturale, ripartitela tra diverse scene, se potete, dove è più pertinente e necessaria. Inoltre, assicuratevi che la storia sia bene avviata e sviluppata prima di interromperla per più di un paragrafo, e non sovraccaricate la trama per non spezzare il ritmo. In fondo, è tutta una questione di proporzioni, di equilibrio. Più la trama è solida, semplice e melodrammatica, più facilmente reggerà l’esposizione una volta ben avviata.

Ad esempio, se c’è un omicidio nella prima pagina, il lettore sarà disposto ad attendere qualche capitolo, nel quale l’investigatore analizzerà le possibilità, interrogherà i sospettati, prima di un altro evento importante. Una volta che vi sarete guadagnati la fiducia del lettore con un inizio solido ed efficace, egli sarà pronto a seguirvi, perché è convinto che l’intera costruzione non sia casuale: accadrà qualcosa di importante dopo l’omicidio e di sicuro il seguito sarà emozionante. Ma se la vostra storia è complessa, atipica e povera di azione, allora dovrete cercare di limitare, diluire e subordinare l’esposizione, usandola con parsimonia. Questo è particolarmente vero nei generi più inclini all’uso dell’esposizione: fantascienza, fantasy, gialli e narrativa storica (come detto in precedenza). Se avete deciso di scrivere una storia di questo tipo, dovete fare molta attenzione al rischio di soffocare la trama con una dose eccessiva di esposizione. Non tutti i lettori sono uguali: ce ne sono alcuni molto esigenti, altri meno. Alcuni accettano lunghi brani dove sembra non succedere nulla, a patto che personaggio, lo stile della narrazione o qualche elemento della storia siano così interessanti da spingerli a continuare nella lettura. Molti apprezzano i dettagliati capitoli descrittivi di Melville sulle balene in Moby Dick.

Per costoro, la trama non è tanto decisiva quanto per i lettori della narrativa di genere; come vedremo più avanti, la prosa letteraria talvolta sostituisce al dominio della trama altri impulsi o contrasti narrativi, al punto che in alcune opere può anche non esserci una vera e propria trama alla quale subordinare l’esposizione. Se nella vostra storia avete scelto un altro nucleo dinamico come elemento dominante, allora sarà questo elemento a orientare le vostre decisioni su ciò che deve essere subordinato o indipendente. Se la vicenda si sviluppa attraverso una serie di flashback, allora personaggi e trama passano in secondo piano, mentre l’esposizione dei fatti verrà solamente al terzo posto nelle vostre priorità narrative. L’esposizione è ciò che nella narrativa più si avvicina al pensiero e meno all’azione. Quindi decidete il rapporto fra questi due aspetti in funzione dell’ elemento dominante, per garantire alla storia la massima compattezza e leggibilità.

Infine, non trascurate la componente emotiva: dal punto di vista psicologico, tendiamo ricordare meglio un’informazione veicolata da un’intensa carica emotiva. Stiamo pur sempre parlando di scrittura, non di progettazione di palazzi! 🙂 Ecco perché molte persone riescono a rammentare con precisione dove erano e cosa facevano in occasione di un evento importante (per esempio durante l’attacco alle Torri Gemelle) o quali sono state le circostanze del loro primo appuntamento amoroso. Applicato all’esposizione, questo principio si traduce nel fatto che una sequenza di brani esplicativi risulterà più agile e attraente se collocato in un contesto coinvolgente dal punto di vista emotivo. Se il personaggio vuole a tutti i costi sapere qualcosa, anche il lettore rimarrà condizionato dal suo atteggiamento e ne sarà incuriosito. Se l’informazione viene fornita in modo tale che abbia un forte impatto emotivo su qualcuno che è di scena, allora essa farà parte del contesto di quella scena, e non sembrerà affatto un semplice brano di esposizione. È possibile inoltre dare una carica melodrammatica all’esposizione, creando situazioni emotivamente intense.

Volendo riassumere quanto detto fino ad ora, ecco delle brevissime regole:

  1. rispettare l’equilibrio dinamico della vicenda;
  2. evitare un accumulo eccessivo di informazioni;
  3. subordinare l’esposizione a una trama d’azione (o a un altro nucleo narrativo dominante);
  4. associare una forte connotazione emotiva.

Alla luce di tutto ciò, un buon consiglio pratico è quello di tornare all’inizio della vostra storia, dopo aver completato la prima stesura, e tagliare a ragion veduta tutto quello che non è strettamente indispensabile : vi accorgerete che nella maggior parte dei casi si tratta proprio di brani disposizione.

Una lettura interessante in merito è costituita dal seguente libro: L’universo del romanzo – Roland Bourneuf e Réal Ouellet

Cosa ne pensate? Siete per le descrizioni o preferite una scrittura di sola azione?

Giovanna

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