Paolo Roversi – Addicted

«Nessuno guarisce dalle proprie addiction. Tu dovresti saperlo meglio di chiunque altro. Le rinneghiamo, le teniamo a bada, e cerchiamo di dimenticarle relegandole in un angolo buio della nostra mente… Ma loro non se ne vanno, mai. Sono sempre pronte a ripresentarsi appena abbiamo un momento di debolezza

Ci sono libri che si ha voglia di rileggere immediatamente una volta finiti: personalmente ne ho trovati pochi. Addicted è uno di questi. Un titolo che suona come una promessa, mantenuta: questo libro ha creato in me una vera e propria dipendenza.

Paolo Roversi ha appena pubblicato con Sem un thriller unico nel suo genere, a cominciare dalla trama: Rebecca Stark è una brillante psichiatra londinese che ha messo a punto un innovativo sistema per guarire la gente dalle proprie ossessioni. Il metodo Stark è così efficace che un magnate russo, Grigory Ivanov, decide di affidarle la conduzione della Sunrise, la prima di una serie di cliniche all’avanguardia, disseminate in tutto il pianeta, che aiuteranno le persone ad affrancarsi dalle loro peggiori addiction. Viene così lanciata una campagna pubblicitaria a livello mondiale. Il primo centro apre in Italia, in Puglia, all’interno di un’antica masseria ristrutturata, circondata da campi e ulivi. Un posto perfetto per accogliere i pazienti che, come parte integrante della cura, dovranno lavorare, cucinare e dedicarsi alle pulizie. Vivranno, insomma, come una piccola comunità isolata. Fra le centinaia di richieste che arrivano vengono selezionati sette candidati da diversi Paesi: Lena Weber, ossessionata dalla perfezione fisica; Jian Chow, web designer e hacker voyeur; Rosa Bernasconi, una ragazza tecno dipendente; Claudio Carrara, giocatore d’azzardo compulsivo; Julie Arnaud, manager ninfomane; Tim Parker, trader cocainomane; e, infine, Jessica De Groot, autolesionista. All’inizio della terapia tutto sembra girare nel migliore dei modi ma, ben presto, alcuni pazienti scompaiono misteriosamente. Complice una pioggia torrenziale che tiene segregati gli ospiti, impedendogli la fuga e ogni contatto con l’esterno, comincia da quel momento un macabro gioco al massacro.

Paolo Roversi

Gli elementi per creare il massimo della suspence ci sono tutti: personaggi singolari, un mistero da risolvere, atmosfere e luoghi carichi di mistero. Le pagine si sfogliano una dopo l’altra alla velocità della luce. Eppure è un thriller atipico: il grosso dell’azione succede nell’ultima parte del romanzo. Per buona parte del romanzo si scava, si indaga, si eviscera il vissuto di ogni personaggio. Il thriller non è più thriller, ma romanzo psicologico: etichette che sto provando ad attaccare giusto per farvi capire, ma è un testo difficile da etichettare. Una qualità rara nel mondo dell’editoria.

Il richiamo a due grandi classici è inevitabile: parlo di Dieci piccoli indiani di Agatha Christie e La casa del sonno di Jonathan Coe (il primo per la storia, il secondo per l’atmosfera). Questo non è un male, perché ogni scrittore prende per forza di cose ispirazione da ciò che legge. L’importante è non copiare ma fare proprie le ispirazioni che si traggono dalle letture, e Roversi ci riesce così bene che non ha paura di manifestarle.

Il lettore prova interesse nel risolvere (o cercare di risolvere) il mistero, ma prova anche grande piacere nella lettura, fine a se stessa. Ogni singolo personaggio porta con se una storia che potrebbe quasi stare in piedi da sola. Non risulta noiosa, non risulta surreale – nonostante l’atmosfera surreale del luogo -, non risulta banale. Si gode anche del fatto che è un romanzo dove diverse persone convivono insieme, con la loro personalità, i loro pregi e difetti, offrendo uno spaccato di umanità di raro verismo e immedesimazione. Si prova odio e amore in contemporanea per ogni protagonista. È prima di tutto un viaggio attraverso le persone; il mistero può attendere, almeno per un po’.

Durante la lettura ci si fanno molte idee, ipotesi, su ciò che sta succedendo, partendo proprio dalla natura dei personaggi piuttosto che dalle azioni; puntualmente le mie ipotesi sono state distrutte, regalando al lettore anche la possibilità di giocare con l’autore (perdendo). Me lo immagino, il buon Roversi, seduto alla sua scrivania che sussurra: “Ehi lettore, facciamo un gioco!”

Si tratta di giocare a scacchi con i vari personaggi piazzati sulla scacchiera, ma ogni mossa che il lettore avanza non è quella giusta. Le mosse giuste verranno svelate a tempo debito, e – inutile dirlo – è Roversi il vincitore.

Alcune cose appaiono di facile intuizione, ma viene il dubbio che siano così per nasconderne delle altre: una curiosità che nasce pagina dopo pagina, e che a fine lettura – nonostante tutti i nodi siano venuti al pettine – è massima. Cosa succede a rileggerlo una volta che si sa come va a finire? Posso concentrarmi su questi dettagli e scoprire perché sembrano di facile intuizione?

Far venire al lettore la voglia di leggere il proprio libro è l’obiettivo principale di un autore, la sua ragione di vita. Far venire al lettore voglia di rileggere subito il proprio libro è un obiettivo che probabilmente nessun autore si pone, Roversi escluso. Perché era a questo che mirava, vero?

Giovanna

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