Michele Vaccari – Un marito

«È al bello che non ci si abitua. Il brutto, invece, può diventarti familiare. Il brutto non ti costringe a nulla, anzi! Tutti possiamo diventare brutti, è universale. Basta che ti lasci andare e farai schifo. Il bello, invece. Il bello è difficile, pretende, spinge per la perfezione. Il bello non è di tutti.»

Per la recensione di oggi vorrei partire proprio da una frase, presa dal libro in oggetto. Frase alla quale ho pensato molto, che sembra denunciare una certa pigrizia nell’essere umano. Al primo sguardo potrebbero sembrare pigri anche Ferdinando e Patrizia, i protagonisti dell’ultimo libro di Michele Vaccari, Un marito, pubblicato da Rizzoli.

Ferdinando e Patrizia sono sposati da tanti anni, vivono a Marassi, quartiere periferico di Genova dove gestiscono una rosticceria. La descrizione della città è molto evocativa, così come la descrizione della rosticceria: in certi momenti si ha proprio l’impressione di sentire il profumo delle prelibatezze cucinate da Patrizia. Ricette tradizionali, che sfidano le nuove proposte del periodo, risultando alle volte sospese nello spazio e nel tempo. Nonostante la minuziosa descrizione di Genova, la stessa rosticceria risulta sospesa nello spazio e nel tempo, in una sorta di universo parallelo abitato dai due sposi, governato da abitudini e regole che invece di annoiare, rassicurano. Tutta la loro vita ruota attorno alla rosticceria: Patrizia tratta le sue prelibatezze come creature da difendere da tutto e da tutti, anche a costo di rimetterci soldi; il marito si rapporta ai fornitori come se stesse recitando la sua performance migliore su un palco di un teatro. Per loro la rosticceria è tutto, e ogni singolo aspetto risulta di vitale importanza: come la scena nella quale ragionano se tenere o meno l’insegna accesa tutta la notte. Dopo essersi fatti due conti capiscono che non spenderanno molto, vedendo in quella scritta luminosa un faro di speranza per chiunque passi da lì, per rassicurare che – almeno a Marassi – qualcosa di solido e duraturo c’è. Questa sensazione di vita sospesa nello spazio e nel tempo è confermata anche dai clienti:

“Alcuni, addirittura, compaiono al mattino, sono emozionati e glielo dicono: “Abbiamo visto la luce l’altra sera. Che salto nel tempo. Non siete cambiati niente, pazzesco. Li fate ancora i ripieni? E trovate sempre la maggiorana fresca? Fuori dal mondo, grandi”.

A scuotere questa routine, che però sembra piacere ai due personaggi – c’è la proposta di Ferdinando di fare un viaggio. La moglie prende male questa richiesta: teme dapprima per gli affari – come se vendere leccornie sia una questione di vita o di morte – dall’altra ha paura di modificare questa routine, ben oliata e priva di intoppi. La scelta della meta è difficile: si scarta Londra per via dell’aereo; Ferdinando pensa a Venezia, ma la moglie gli concede Milano, abbastanza vicina.

La prima parte del libro finisce così, con la partenza dei due personaggi, che si lasciano alle spalle Marassi, la rosticceria, e la loro routine. Il libro merita di essere letto anche solo per questa parte: l’autore tratteggia un luogo (Genova) e una dimensione (la rosticceria) così bene da avere la sensazione di conoscere Ferdinando e Patrizia da sempre, e – pur risultando davvero asfissiante come condizione – non si può provare che piacere per questa routine. Penso sia l’incubo di ogni essere umano, ma anche un’utopia: a chi non piacerebbe godere al massimo di una vita tranquilla, priva di turbamenti di ogni sorta?

La vicenda quindi si sposta a Milano, dove una bomba strappa alla vita Patrizia: non sto facendo spoiler perché è un’informazione che viene data già dalla quarta di copertina.

Viene subito descritto il dolore dell’uomo per la perdita, attraverso le lunghe e estenuanti sedute di psicoterapia alle quali si sottopone, sperando di riuscire ad accettare il dolore e il rimorso per aver voluto qualcosa di più, per non essersi accontentato della sua vita. Vede in quella morte una punizione per aver sfidato la sorte, che lo voleva in rosticceria per tutta la vita.

Questa parte è molto introspettiva: Ferdinando (e il lettore con lui) riflette sul senso della sua vita, delle sue paure più grandi, di quanto fosse giusto vivere all’interno di un mondo parallelo, escludendo volutamente il resto del mondo. Si ragiona anche sul concetto di felicità, di come mantenerla viva, di cosa sia, in fondo, la felicità. Alla fine è un po’ come se su quel lettino ci fossimo noi, a ragionare su queste cose. A cercare un equilibrio tra la paura di cambiare e il bisogno di andare avanti.

Infine c’è una parte “logistica”, dove l’autore riannoda i fili della storia, svela al lettore ciò che è successo quel giorno – sempre dal punto di vista di Ferdinando -, che prova quasi odio per gli altri sopravvissuti, mettendo in luce, tra le righe, che quel dolore probabilmente non lo supererà mai. Sentendosi ancora una volta in colpa per aver desiderato qualcosa di più, per aver ambito a fare qualcosa di bello. E qui ci si riallaccia alla citazione iniziale: al brutto ci si abitua, per il bello si deve fare fatica. Forse Ferdinando non supererà mai il suo dolore, ma ha capito – in maniera allegorica, grazie alla morte – cosa sia la vita. Non basta lo sforzo di un momento per rimediare ad anni di inerzia. Non basta non allontanarsi mai da casa per essere al sicuro, perché la vita di coppia è una sfida costante. Si può fingere che tutto vada bene, che tutto sia solido e al riparo da ogni perturbazione. Ma questo è sopravvivere, non vivere. Ed è tutta un’altra cosa.

Giovanna

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