Diario di bordo – 19 maggio 2021 – Il mio percorso con la scrittura

Più volte ho detto che spesso tendo a guardare al passato, e credo che un po’ dipenda dal fatto che ho molta memoria e ricordo tante cose, anche inutili, tipo come era vestita mia zia a Natale 1995. La cosa è utile quando qualcuno cerca qualcosa, o quando si tratta di risalire a determinati avvenimenti, ad esempio quando il mio compagno deve fare la nota spese. Sono contenta di avere buona memoria perché ho la certezza di non dimenticare momenti felici, magari anche di piccola entità. Certo, d’altro canto ricordo anche quelli meno belli, però se dovessi scegliere se non ricordare nulla o ricordare tutto, sceglierei senz’ombra di dubbio la seconda. Spesso ricordare permette anche di imparare dal passato, o semplicemente di godere di nuovo, con occhi nuovi, di qualcosa che non c’è più. A proposito di ricordi, ieri era il 18 maggio, e chi mi segue sui social sa che ogni anno pubblico una foto, la seguente.

Questa foto risale a 23 anni fa esatti. Era il 18 maggio del 1998 e si stavano svolgendo le premiazioni di alcuni concorsi letterari, divisi per classe. Io avevo vinto il mio. Eppure, prima di allora io odiavo scrivere. Lo so che suona come una cosa assurda, un insulto, una presa in giro per voi lettori, ma credetemi, era proprio così. Non sono mai stata una secchiona, ho sempre vissuto un po’ di rendita, un po’ di buona memoria, ma se c’è una materia in cui era chiaro che andavo male, questa era produzione scritta, così si chiamava alle elementari. Ricordo con grande angoscia le ore del tema, dove passavo buona parte a fare disegnini sui fogli, guardando con invidia i miei compagni che producevano pagine su pagine.
Puntualmente prendevo brutti voti, puntualmente le maestre ridevano mentre leggevano i miei temi, e io in quel momento ho giurato: “nella vita non voglio scrivere”. Quando ci veniva assegnato un tema per casa mi facevo aiutare da mio padre o da mio cugino: la differenza si vedeva e spesso mi scrivevano “non credo sia farina del tuo sacco”. Ma a me importava solo uscire dalle scuole elementari e lasciarmi questi ricordi alle spalle, anche se, come vi dicevo, con la memoria che mi ritrovo è sempre stato difficile. Gli esami di licenza elementare sono andati male proprio per colpa del tema, e io ci ho pianto una settimana. Mi ero convinta che il mio futuro sarebbe stato nella scienza, vedendomi già seduta nei banchi di un buon liceo scientifico, come era stato per mio fratello e per i miei genitori. Mi accingevo quindi a frequentare le scuole medie con questo piano, sperando di beccare professori più clementi di fronte alla mia innegabile incapacità di scrivere.

Qui accadde il miracolo, o meglio, la rivelazione. Ho avuto la fortuna di frequentare delle ottime scuole medie, con professori bravi e preparati, e questa cosa riguarda tutte le materie. Ma la sorpresa maggiore l’ho avuta proprio in italiano. Ho amato da subito la mia prof. perché ci faceva leggere molto, attività che ho sempre amato, ci faceva fare analisi dei testi, insegnandoci diversi piani di lettura. Adoravo scavare a fondo in un testo, scoprire messaggi, scopi, ma anche vita e personalità di un autore. Allo stesso modo ci insegnava a scrivere, spiegandoci che la cosa importante, quando si scrive, è avere qualcosa da dire. Ero rincuorata dai voti clementi che dava, dall’incoraggiamento e dall’apprezzamento che aveva nei confronti del mio impegno. Lei il mio impegno se lo meritava: per questo ho provato da subito a darle fiducia, ignorando – sempre a fatica – i giudizi ricevuti alle elementari. Ad esempio ci dava sempre tre titoli di temi, per farci scegliere quello che ritenevamo più interessante, e durante la stesura in classe, andavo a chiederle consigli, che poi facevo miei e che segnavo per futuri temi. Iniziava a piacermi quell’attività, e iniziavano ad arrivare anche i bei voti.

Quando venne presentato il concorso letterario, noi eravamo in palestra a fare educazione fisica: io stavo cercando di arrampicarmi sulla pertica senza grandi risultati e non stavo dando molto peso alle parole dei ragazzi promotori. Fu la mia prof. a prendermi da parte e a chiedermi se volessi partecipare. Onestamente non avevo una risposta.

Cosa significava partecipare a un concorso letterario? Lei mi disse che era una cosa bella, perché mi avrebbe permesso di mettermi in gioco con qualcosa che mi piaceva, a prescindere dal risultato. Siccome mi aveva visto poco convinta, mi propose di adattare un tema che avevo fatto di recente e che a lei era piaciuto molto. Il tema del concorso doveva essere una pagina di diario, proprio come il mio esame di licenza elementare, che come vi ho già detto, andò male. Però lei sembrava così convinta, io mi fidavo del suo giudizio, e misi mano al mio tema per sistemarlo in forma di diario. Il giorno della premiazione non pensavo minimamente di vincere, come si evince anche dal mio look estremamente sportivo. Non avevo nemmeno detto niente ai miei, altrimenti mia madre mi avrebbe costretto a mettere almeno dei jeans invece di una tuta da danza, nell’eventualità che potessi vincere. I miei compagni erano più emozionati di me, non so se avessero ricevuto qualche soffiata, ma non vedevano tutti l’ora della premiazione. Tutta la scuola andò in auditorium, la mia migliore amica mi fece sedere vicino al corridoio, “così se devi ritirare il premio esci facilmente”. La preside fece il mio nome e io andai, tra l’imbarazzato, l’incredulo e la vergogna per non aver messo dei pantaloni decenti. Il premio era un libro, sul quale ho subito scritto la data e l’occasione. Ricordo soprattutto la prof che si materializzò vicino a me e mi fece il segno del pollice, sicuramente più felice di me. O forse no. Forse ero io più felice di lei.

Tutto ciò mi sembrò folle, perché non erano passati nemmeno due anni dalle prese in giro delle mie maestre delle elementari, come era possibile che adesso vincevo un premio e senza nemmeno troppa fatica?

Era cambiato il mio approccio, era cambiato il metodo con cui mi si chiedeva di scrivere, ma soprattutto mi ero resa conto che era una cosa che mi piace. Da allora non ho più smesso, partecipando ad altri concorsi: qualche anno dopo partecipai a un concorso indetto dal liceo, dove mi diedero il terzo premio perché a detta loro era troppo bello per averlo scritto io. Probabilmente la giuria – interna al liceo – aveva chiesto i miei voti, che erano molto altalenanti. Questo mi bloccò per quasi una decina di anni, finché non decisi di riprovare con un concorso nazionale. Anche in questo caso ci fu una spinta non indifferente da parte di una persona amica, che – proprio come ha fatto la mia prof – mi ha ricordato quanto mi piaccia scrivere e quanto sia ingiusto non farlo perché qualcun altro ci dice di non farlo.
In questo concorso arrivai quinta, su oltre 500 partecipanti: inutile dire che anche qui ero abbastanza incredula, ma decisamente vestita meglio!

Dicembre 2010

Ho fatto questo post non certo per vantarmi, e non lo dico con falsa modestia, ma per spingere chiunque ami scrivere a farlo. Il trucco per fare una cosa è semplicemente farla. Del mio – ancora più travagliato – percorso lavorativo ne parlerò magari più avanti, ma ho capito una cosa, riportando alcune parole che ho usato anche su Instagram: il destino è davvero beffardo; ti mette al tuo posto, anche se ti sembra la cosa più assurda e improbabile del mondo. Anche se ti convinci per anni che il tuo campo è un altro, anche se ti fai piacere l’idea che il tuo campo sia un altro. Anche se credi che i tuoi genitori sappiano sempre cosa è meglio per te, le passioni e le attitudini sono più forti di tutto. Come certi amori fanno dei giri immensi, anche il mio rapporto con la scrittura ha fatto giri immensi, si è fermato più volte, per poi ripartire. Alle volte non ho voglia di scrivere, altre volte non farei altro. Una cosa è certa: devo tutto, ma proprio TUTTO a quel giorno di maggio e a quella prof., che oltre ad avermi fatto capire tutto ciò, mi ha fatto capire che nella vita nulla è prestabilito, e tutto può succedere.

Certo, bisogna essere pronti a farlo succedere, ad accettare che noi siamo quello che siamo. Quindi, se amate scrivere ma non lo fate per un motivo, ignorate il motivo e fatelo. Magari iniziando proprio da questo post: raccontatemi chi siete, perché scrivete, o perché avete smesso. Vi renderete conto che non siete soli, ma siete gli unici a poter cambiare questa cosa.

Giovanna

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