Giulio Mozzi – Le ripetizioni

Ci sono alcuni libri che rientrano in una categoria ben precisa, sebbene non esista ancora una parola per definirla. Parlo di quei libri che, a fine lettura, ti lasciano il dubbio di trovarti di fronte a un capolavoro indiscusso o a un testo assurdo, senza il minimo significato. Dubbio che ti accompagna magari per anni, facendoti riflettere ancora e ancora su quanto letto.

Posso tranquillamente infilare in questa categoria Le ripetizioni, di Giulio Mozzi. Pubblicato da Marsilio, è uscito nel 2021, aggiudicandosi anche una candidatura al Premio Strega. Ve ne parlo dopo più di un anno proprio per aver voluto concedere al dubbio di cui sopra del tempo, per cercare di elaborare al meglio i miei pensieri e provare a darvi una recensione che renda chiaro il mio pensiero.

Ho deciso di comprare questo libro per due motivi: il primo è che avevo voglia di un bel mattone. Intendo proprio qualcosa di consistente. Un bel libro pesante, che mi desse l’idea di tenermi compagnia per parecchio tempo. Io amo iniziare un libro e sapere che starà con me per molto. Ci sono dei momenti in cui non ho voglia di cercare libri da leggere; preferisco sceglierne uno con molta cura e sapere che per un po’ non dovrò scegliere altro da leggere. Mi rendo conto che può sembrare assurdo per una bookblogger, ma non sempre la ricerca di un libro è facile.

Come secondo motivo avevo voglia di “conoscere” Giulio Mozzi anche come scrittore. Conosco il suo ottimo lavoro come docente per la Bottega di Narrazione (qui trovate il suo sito), e tutte le volte che mi è capitato di leggere qualcosa scritto da lui, l’ho ritenuto ipnotico.

È stato così anche per questo libro. La sua scrittura è stata per me come le nuvole di fumo del Brucaliffo di Alice nel paese delle meraviglie: qualcosa di banale come aria e fumo, ma miscelate fino a formare qualcosa di assurdo e incredibile. Mozzi racconta più di una storia: abbiamo un protagonista, ma spesso si ha l’impressione che più che un protagonista sia una marionetta in mano ad altri protagonisti, nonché della vita stessa. Mario è un letterato che vive a Padova, dove conduce un’esistenza ai limiti del noioso. Una compagna, un lavoro. Lui stesso si presenta come un uomo noioso, a partire dal nome. Infatti, è strano scoprire in seguito che ha più di una vita segreta. Così come ha più di una personalità, che escono fuori nei momenti più impensabili. In alcuni casi questa pluralità di vite, di personalità, di sogni e di decisioni sembrano forzate e poco credibili, ma Mario regge la sfida: riesce ad apparire noioso e al contempo pericoloso. Riesce ad apparire piatto ma anche sensibile. Ci regala riflessioni spesso fine a sé stesse, profonde e toccanti, ed è forse proprio questa la prima magia dell’autore. Come ogni prestigiatore però, le nasconde per bene, e non sempre è semplice accorgersene.

La storia viaggia su binari più o meno paralleli, come indicano anche i titoli dei capitoli. Aiutano il lettore a far combaciare i vari temi narrativi, sottolineando al contempo la stabilità autonoma di ogni storia. Per buona parte del libro la sensazione è che siano storie raccontate per puro sfoggio narrativo. Tale sensazione, esattamente come prima, non da fastidio, perché si riconosce che l’autore può permetterselo. Per fare sfoggio di qualcosa, bisogna avere qualcosa da sfoggiare, e Mozzi ha qualcosa da sfoggiare. Non si tratta solo di una bella scrittura, di testi piacevoli. Mozzi sfoggia sé stesso attraverso le parole, e ci riesce talmente bene da perdonargli la vanità. Un po’ come di fronte a una bella ragazza che dice di essere bella.

Mozzi però, oltre a fare sfoggio, inizia, girandoci molto alla lontana, a creare piccoli collegamenti tra le varie storie, tra i vari Mario, tra le varie situazioni.

La storia quindi procede lenta, anche se a noi sembra, per buona parte del testo, ferma. Lo dimostrano le presenze di ripetizioni, che tra l’altro danno il titolo al testo. Una fra tutte? La presenza constante del 17 giugno, compleanno dell’autore: ecco di nuovo lo sfoggio, il suo ego, la sua presenza, che proprio non ci stanno a rimanere dietro le pagine, in un angolino. Ma il 17 giugno è anche – ovviamente – un giorno qualunque di un’esistenza qualunque. Un giorno a caso, messo dentro a un dagherrotipo, dove il lettore guarda. Ma soprattutto vede la banalità della vita nei giorni che si susseguono. Un ritmo quindi lento, alle volte sfiancante, di difficile lettura, che però permette all’autore di vivisezionare Mario in tutte le sue sfaccettature, ponendo però grande attenzione sul male, su ciò che di peggio la natura umana può portare a fare. Mario è quindi un moderno Dr. Jeckill e Mr. Hyde, schiavo di moderne perversioni, che sfrutta per scappare dalla banalità di una vita mostrata fin troppo bene, e nel quale il lettore spesso si riconosce.

Il bene è poco presente, e purtroppo infilato nei ricordi di Mario, ed è Mario stesso ad avere la sensazione che il Mario del passato sia morto. Che la felicità ormai sia qualcosa che non proverà più. La nostalgia che prova per sé stesso è forse la cosa più angosciante del libro, perché nemmeno le perversioni citate poco fa gli offrono una soluzione. Non so se uno dei messaggi dell’autore fosse proprio questo, ma il disincanto è uno dei regali che ci viene fatto. Il disincanto è uno dei protagonisti del libro, anzi, è il protagonista. È il disincanto a muovere tutti i personaggi presenti nel libro. Tutto ciò che fanno è colpa del disincanto, ed è per questo che non si riesce nemmeno a dare colpe.

Tutto parte quindi dal 17 giugno, e finisce il 17 giugno. Tanto succede: si arriva ai limiti dell’assurdo, dell’onirico. Si sfocia nel grottesco e nello splatter. Si sguazza nell’erotico. Si sbadiglia nel didascalico. Si intrecciano storie, si mescolano situazioni. Mozzi le prova tutte. O meglio, Mozzi le esegue tutte. Mozzi ci presenta tutto ciò. Il risultato è qualcosa di unico, difficile da etichettare. Talmente unico che ti lascia la sensazione di cui parlavo all’inizio.

Mi piace pensare che Mozzi lo abbia scritto per capire se c’è modo di liberarsi dal disincanto, se c’è modo di provare nuove felicità e non vivere ricordando quelle passate. Penso questo soprattutto perché Mozzi parla di questo libro come il suo primo e – probabilmente – ultimo libro.

Non mi è mai piaciuto giudicare un libro come “bello” o “brutto”, metterlo in una condizione binaria molto limitante. Ma come dicevo prima, non ho un parere ben preciso in merito. Sono felice di averlo letto, perché so che sarà un testo a cui penserò a lungo, e che mi farà pensare a lungo. Sono convinta che il disincanto faccia parte della vita di ognuno di noi, e che sia difficile da tenere a bada. Non saprò mai se Mozzi ci sia riuscito, se si sia preso con questa pubblicazione un momento di felicità, pura, immacolata, non contagiata da tutto quello che mostra nel libro. Ma solo per il fatto che ci regali un’opera così complessa, mi fa pensare che non abbia del tutto perso le speranze.

Giovanna

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