10 libri per 10 album

Ciao a tutti! Qualche giorno fa, sul sito Exlibris20 (un sito che adoro), mi sono imbattuta in un articolo molto carino, dove si chiedeva di provare ad abbinare dieci libri a dieci album. Qui trovate l’articolo, che ho trovato molto interessante! Tra l’altro l’autore cita un brano che cito anche io, eheh! Si possono fare abbinamenti per i motivi più vari, non per forza citando brani presenti nei testi.. L’autore avverte che, come tutte le cose semplici a parole, risulta poi di fatto difficile da fare. Io ci ho provato, mettendoci effettivamente più tempo di quello che pensassi!

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Jonathan Coe – Disaccordi imperfetti

Buon giovedì a tutti! Eccomi con il primo libro delle letture estive. Si tratta di “Disaccordi imperfetti” di Jonathan Coe. Ha 128 pagine, costa 10 euro ed è pubblicato da Feltrinelli. La traduzione è di Delfina Vezzoli.

La mia copia, in spiaggia.. Quanto è bello leggere al mare? :-)
La mia copia, in spiaggia.. Quanto è bello leggere al mare? 🙂

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Jonathan Coe – Expo 58

Immagine presa da ibs.it
Immagine presa da ibs.it

Buon lunedì a tutti!

Oggi torno a parlare di Jonathan Coe, più precisamente del suo ultimo libro: “Expo 58”.

In Italia è stato pubblicato da Feltrinelli nel settembre del 2013.

L’anno scorso, di questi tempi, lavoravo per una libreria e non scorderò mai la felicità nel ricevere da un rappresentate della Feltrinelli gli opuscoli di anteprima per i librai.

Sono opuscoli dove c’è una piccola trama, una copertina definita “provvisoria” (che spesso è quella definitiva), le dimensioni del libro, il numero di pagine, una breve biografia dell’autore. Vengono anche riportati i “numeri” dello scrittore, ovvero le copie vendute, gli anni passati da un libro e l’altro: informazioni che aiutano il libraio a decidere quante copie ordinarne. Inoltre si possono ordinare una serie di accessori, come la sagoma di cartone a grandezza naturale dell’autore, l’espositore dedicato, i segnalibri pubblicitari.. Il libraio non si limita solo a sistemare i libri! 🙂

Comunque,  quegli opuscoli significavano una sola cosa: presto sarebbe uscito un nuovo libro di Coe.

Già mi immaginavo gli intrecci per i quali è famoso, personaggi fantastici, avventure coinvolgenti.

Ho passato l’estate a fantasticare su tutto ciò!

Il protagonista del libro è Thomas Foley, impiegato del Central Office of Information di Londra, che viene spedito a Bruxelles in occasione dell’Expo del 1958, per supervisionare un pub del padiglione inglese. Sarà, a sua insaputa, catapultato in missioni di spionaggio, e le sue avventure andranno di pari passo con quelle dell’Expo, e dei personaggi che ruotano attorno al pub.

La delusione è stata forte:

La spy story si prestava molto per creare un bell’intreccio tra i vari personaggi. Non mi aspettavo una spy story ma un pretesto per fare i suoi soliti “destini incrociati”. I personaggi vengono presentati senza un reale collegamento con la storia: si capisce subito che sono lì in attesa di fare la loro parte nella storia. Un po’ come se piovessero attori su un palco. Si intrecciano poco, in maniera forzata, e smascherano quasi subito le caratteristiche peculiari di ognuno, dando al lettore la sensazione si avere degli “stereotipi” (tipo “il cattivo”, la “finta svampita”).

Questa sensazione è confermata nel momento in cui Thomas conosce due spie segrete: le classiche macchiette. Ricordano i gemelli di “Alice nel paese delle meraviglie” (che sta diventando un pozzo senza fondo dal quale attingere per spiegarvi i miei pensieri): buffi, assurdi nei loro ruoli. Addirittura si completano le frasi a vicenda: davvero surreali!

Magari c’è un motivo dietro a questa caratterizzazione, io non ne ho visti.

Lo stesso passaggio da romanzo a storia di spionaggio avviene in maniera molto surreale: Thomas viene rapito, bendato, e poi narcotizzato, per risvegliarsi in una casa in mezzo al verde, senza nessuno che lo sorvegli, incrociando solo una cameriera. Un’atmosfera che ricorda quelle palle di vetro da scuotere.

Prima l’autore si prende la briga di dare al suo rapimento un senso di urgenza, pericolo, segretezza e poi lo lascia senza manco un custode? Il lettore è confuso.

L’altro protagonista, ovvero Anneke, hostess dell’Expo, gioca un ruolo chiave nella storia. Ma di lei non traspare quasi niente. Eppure, come prevedibile, instaurerà un rapporto sempre più intimo con Thomas. Anche lei sembra piovuta dal cielo sul palco, solo con una parte più lunga, un copione ancora più banale e prevedibile. Toccherà a lei portare avanti la storia fino ai giorni nostri, con uno stratagemma da risultare irritante da quanto è prevedibile: un po’ come l’unico sopravvissuto dopo una catastrofe aliena. Quanto è fastidioso un finale del genere??

Per tirare le fila dei suoi intrecci mal riusciti usa indizi disseminati nella storia: indizi che sono pochi, creati male e nascosti male. Se vedo un flash dalla finestra, in una giornata di sole, penso a un lampo di un temporale o a qualcos’altro, tipo un fotografo? Ecco, appunto.

Tra questi indizi ci sono anche oggetti, che vengono introdotti abbastanza bene, ma che fanno comunque percepire un coinvolgimento nella storia. Il lettore è propenso a credere a quello che legge, ma nutre una forma di scetticismo: alcuni capitoli si ha voglia di leggerli non per il piacere di andare avanti con la storia ma di scoprire se questo scetticismo sia giustificato o meno, rendendo il tutto ancora più distaccato e poco coinvolgente.

Tra la fine della storia (ambientata nel 1958) e l’arrivo ai giorni nostri c’è un salto di 55 anni che avviene in poche pagine attraverso una cronologia sterile e asettica, che riporta fatti e luoghi.

Noiosa da seguire. Mi è sembrato un modo veloce e poco impegnativo di saltare un bel po’ di anni da raccontare. Come se il lettore dovesse accontentarsi di risolvere un unico mistero lasciato in sospeso, facilmente intuibile per i motivi che ho riportato poco fa.

E se la storia di Thomas trova fine dopo 58 anni, in questo modo asettico, il momento clou della spy story si consuma in una manciata di secondi, il tempo di sgranocchiare un pacchetto di patatine, grazie agli stessi attori piovuti sul palco, ansiosi di dire la loro parte prima che se la possano dimenticare, per poi tornare dietro le quinte e cambiarsi.

Una parte degna di nota è lo scambio di lettere tra la moglie e Thomas: divertente, utile e ben fatta, così come le metafore sparse in tutto il libro: i pochi segni riconoscibili della bravura di Coe, che con questo libro mi ha davvero deluso.

Non mi è passata comunque la speranza che possa tornare presto un nuovo romanzo, con tutte le caratteristiche che l’hanno reso famoso e amato in tutto il mondo.

Vi lascio con un articolo dedicato, preso da linkiesta.it

Giovanna

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18/09/2013

Expo 58, la ricerca del tempo perduto di Jonathan Coe

Un romanzo intriso di nostalgia e ironia. Coe mette in mostra il tempo che se ne va, inesorabile

 
Il nuovo libro – Incontro con l’autore

Era il migliore dei tempi, era il peggiore dei tempi. Era il 1958. Un anno per molti versi straordinario, degno di un incipit di Charles Dickens: la Comunità Economica Europea è appena nata; sovietici e americani mandano in orbita i primi satelliti (il nome Sputnik vi dice niente?); Bertrand Russell lancia la sua campagna per il disarmo nucleare; la Svezia rischia di vincere i Mondiali di calcio (ma perde, 2 a 5, contro il Brasile di Pelé); nell’Italia del boom viene pubblicato, da Feltrinelli, Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

E proprio presso la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli,Linkiesta ha incontrato, insieme a una batteria di agguerrite giornaliste e blogger, un grande scrittore inglese che al 1958 ha dedicato un romanzo: Jonathan Coe. Nato nel 1961 in un sobborgo di Birmingham, Coe possiede quell’autoironia tutta britannica che gli ha permesso di scrivere bestseller pungenti come “La banda dei brocchi” o “I terribili segreti di Maxwell Sim”.

Coe è autore anche di saggi, e ama moltissimo la musica, ma è soprattutto un romanziere. E sulla letteratura ha le idee chiare. «Penso che ogni romanzo abbia una funzione morale o sociale. Una delle funzioni del buon romanzo è aiutare il lettore a pensare più liberamente, a immaginare più liberamente. Qualsiasi sia l’argomento del libro, leggerlo deve essere una specie di atto politico».

Questo tuttavia non significa che la narrativa di Coe sia monodimensionale. «Quando ero un giovane scrittore, un giornalista, avevo una visione molto semplicistica della relazione tra romanzo e società, e nei miei scritti ero poco paziente con i romanzi che non si occupavano dell’oggi, dei problemi del presente. Ora però capisco che ci sono molti modi diversi di scrivere del presente. Esistono temi connessi non solo alla natura umana ma all’economia e alla politica, che sono ricorrenti nella storia».

L’ultima fatica letteraria di Coe, edita in Italia da Feltrinelli, si intitola “Expo 58”. Il perché è presto detto: nel 1958 il Belgio ospitò, non lontano da Bruxelles, un’esposizione universale. Ora: che uno scrittore brillante come Coe abbia visto nel Belgio di fine anni ’50 uno scenario ideale per una spy comedy, non deve stupire. In fondo si tratta di un regno surreale per natura, notoriamente bersagliato dalle barzellette dei francesi (e dalle invasioni dei vicini in generale).

Quando poi si scopre che obiettivo dell’Expo 58 era nientemeno che generare “una genuina unione dell’umanità”, e che il nome del padiglione belga era “Belgique Joyeuse” (il “Belgio gaio”, nel libro), allora si capisce che ironizzare sull’argomento è come sparare ai pesci in un barile. Certo, la vis comica di Coe non è mai volgare. Conserva sempre una piacevole leggerezza che ben si sposa con la duplice natura del libro. «Il romanzo è ambientato nel 1958 ma contiene anche dei rimandi all’oggi. Tuttavia ho cercato di mantenere un tono delicato e lieve, non volevo spingere troppo con i paragoni».

Protagonista del romanzo è Thomas Foley. Un trentenne di bell’aspetto, sposato e con figlioletta, che si guadagna il pane scrivendo opuscoli informativi per conto del governo britannico. Un borghese piccolo piccolo, insomma, che Coe non esita a definire «ingenuo e stupido». I suoi superiori lo spediscono all’Expo 58 per supervisionare la gestione del Britannia, il finto pub in “autentico stile inglese” che correda il padiglione britannico. Ma tra una birra tiepida e un cartoccio unto di fish and chips, Thomas dovrà vedersela con spie idiote, funzionari incapaci e soprattutto affascinanti hostess belghe che nulla sanno del suo matrimonio in terra d’Albione.

Vero protagonista del romanzo, però, è l’Expo 58. A cominciare dall’Atomium, l’imponente costruzione a forma di cristallo di ferro realizzata proprio per l’esposizione, e a cui i belgi sono ancora oggi così legati da effigiarla pure nelle monete da due euro. È stato l’Atomium, peraltro, ad aver ispirato in Coe “Expo 58”.

L’Atomium, nel parco Heysel a Bruxelles

«È solo negli ultimi anni che mi sono iniziato a interessare di architettura. Si tratta di una disciplina che non ho mai studiato. Riconosco che mi è difficile scrivere un libro ispirato da un edificio piuttosto che dalla gente o da eventi sociali, ma di fronte all’Atomium ho avuto una risposta molto emotiva, il che è stato insolito per me. La prima cosa a cui ho pensato vedendolo è il tempo, che è il grande tema in tutti i miei libri. Si tratta, a mio parere, di un edificio realizzato per esprimere speranza nel futuro, ma che ora è parte del passato. Una duplice prospettiva, insomma: una costruzione che guarda avanti e allo stesso tempo riporta indietro, al 1958. È questo ad avermi commosso».

E come una macchina del tempo, “Expo 58” riesce a trasportare il lettore in un’epoca che oggi sembra essere lontana anni-luce. L’Europa in pieno sviluppo, che sogna di unificarsi dopo secoli di guerre. La fiducia nell’energia atomica. Il mito della prosperità senza fine («Gran parte del nostro popolo non è mai stata così bene» è la celebre frase del primo ministro inglese Harold Macmillan nel 1957).

E anche se la Guerra Fredda è sempre più gelida, all’Expo 58 i belgi tentano di esorcizzarla mettendo il padiglione statunitense e quello sovietico l’uno di fronte all’altro. «L’Expo 58 fu in parte una fiera commerciale, ma fu anche un evento molto idealistico – riconosce Coe – Difficile, oggi, fare un Expo che non sia molto più cinico di quello del ‘58, perché viviamo in un periodo meno innocente».

Leggendo “Expo 58” si ha la sensazione di tenere tra le mani un libro intriso di nostalgia. Di rimpianto per un’epoca in cui tutto era più semplice, genuino, spontaneo. Un’epoca in cui per fare felice una ragazza bastava portarla a ballare in birreria, e con gli amici ci si parlava di persona, e non attraverso Facebook. Il perbenismo abbondava (il rapporto di coppia tra il protagonista Thomas e la moglie casalinga ne è un esempio), ma non bastava ad avvelenare un’atmosfera di moderato edonismo. La gente non era ancora ossessionata dal salutismo (nel libro tutti bevono e fumano con grande entusiasmo, il cancro ai polmoni è meno temuto dei calli ai piedi), il consumismo delle masse si riduceva al sogno di possedere un’utilitaria o un televisore.

Non è così. Coe si diverte a divertire il lettore con gli stereotipi degli anni Cinquanta, ma il messaggio sembra chiaro. Il 1958, come il 1989 o il 2013, è un anno con le sue luci e le sue ombre. Se oggi i più anziani provano nostalgia per gli anni Cinquanta, non è perché quegli anni erano migliori, ma perché loro erano migliori: più giovani, più sani, più forti; i sogni dell’adolescenza non ancora fatti a pezzi dalla realtà, e l’intima convinzione di poter ancora cambiare il proprio destino senza eccessivi sforzi; l’albero delle possibilità che spiega tutti i suoi rami. Il passato inganna perché la memoria inganna. Proprio come l’Expo 58, dove si costruiscono edifici, e interi villaggi, finti. Da smontare quando non servono più.

«Inizio a diventare vecchio, e mi ci sono voluti molti anni per capire quant’è difficile la ricerca della propria identità, e quanto indietro nel tempo si debba andare. Noi non siamo mutati dalle sole circostanze, ma anche determinati dalla genetica, dalla natura della nostra infanzia, dai rapporti giovanili con i nostri genitori – spiega Coe – Ho iniziato a esplorare questi temi con il romanzo “La pioggia prima che cada”, e in questo libro, “Expo 58”, non ho fissato dei confini precisi. Non è come un dipinto delimitato da una cornice, i margini della storia sono abbastanza annebbiati. Nel romanzo si scopre qualcosa di più sulla madre di Thomas, alla fine si sa qualcosa anche sul futuro del suo matrimonio. Si tratta di piccoli spazi che sto lasciando a me stesso qualora volessi tornare a scrivere di questa storia, per esplorare con maggior dettaglio. O magari no, lo deciderò in futuro».

“Expo 58” ha un che di piacevolmente nebuloso anche per il suo essere una spy comedy. E in effetti gli anni Cinquanta furono segnati dalla fascinazione per una spia, James Bond, che sarebbe poi diventato l’emblema della britannicità. «Ho visto molti film di spionaggio, che hanno avuto più influenza dei romanzi di spie sulla stesura di “Expo 58”. Non ho voluto essere troppo realistico, il libro doveva riflettere il carattere illusorio degli edifici e dei padiglioni dell’Expo 58. Ho capito che si trattava di un’opportunità per essere giocoso, indulgere in qualche fantasia. Mi sono ispirato ai miei film di spionaggio preferiti, e in particolare quelli di Hitchcock».

Con una differenza: nei film di Hitchcock il cattivo era un criminale. In questo libro è il tempo. E purtroppo non lo si può arrestare.

 

http://www.linkiesta.it/expo-58

Jonathan Coe – La famiglia Winshaw

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Immagine presa da lafeltrinelli.it

Ciao a tutti!

Dopo un bel classico oggi vorrei passare a qualcosa di contemporaneo. Chi di voi conosce Jonathan Coe?

Confesso che fino a qualche anno fa manco sapevo chi fosse.. Poi un mio amico mi ha consigliato un suo libro e da allora è stato amore a prima vista (o meglio, a prima lettura)! E’ uno scrittore inglese, nato nel 1961. Il suo punto di forza è il riuscire a mostrare spaccati della società, gli influssi politici, le problematiche di un determinato periodo in maniera molto realistica. Con i suoi libri riesce a far provare, anche a chi è nato dopo, cosa significasse vivere in un certo periodo.

Il libro di oggi è “La famiglia Winshaw” (1994). In Italia è pubblicato da Feltrinelli.

Sono molto legata a questo libro, perché mi ha fatto compagnia durante il mio periodo passato a Roma per uno stage (ma questa è un’altra storia): vivo in un paesino tranquillo in provincia di Milano, e ritrovarmi nel bel mezzo del casino del traffico romano è stato un trauma! Fiumi di macchine giorno e notte, per non parlare del pub con la musica a tutto volume. Mi ha tenuto compagnia soprattutto in quelle notti insonni! 🙂

Il protagonista è Michael Owen, un introverso e timido scrittore “fallito”, che spera di riscattarsi scrivendo la biografia di una importante famiglia, e al contempo indagare su alcuni fatti poco chiari che la riguardano. Le vicende di Michael e quelle della famiglia sembrano scorrere su binari paralleli, ma mano a mano che si va avanti nella storia, il lettore scopre che forse questi binari tanto paralleli non sono..

Non è un libro semplice da leggere: il protagonista fa spesso dei richiami al passato (sfruttando soprattutto l’ossessione per un film che ha visto da bambino), e quando si inizia a indagare nella famiglia Winshaw i personaggi in gioco sono tanti. Confesso anche che mi ha spaventato la presenza dell’albero genealogico dei Winshaw presente all’inizio del libro.

C’è anche da dire però che l’autore agevola il più possibile la lettura, dividendo il libro in due parti: una parte dedicata alla famiglia Winshaw e una parte ricreata come un romanzo dentro al romanzo (con tanto di capitoli e titoli di capitoli – azzeccatissimi), che rappresenta le ultime pagine, e che sono di fatto capitoli di azioni.

Inoltre ogni capitolo dedicato a un componente della famiglia inizia con un disegnino, molto ben fatto, del soggetto in questione. E’ raro trovare disegni in un libro per adulti, e l’ho apprezzato molto! Chi l’ha detto che non ci possono essere disegni nei libri per adulti? In questo caso poi accentuano la divisione dei capitoli, ricordano di chi si stia parlando, e forse suggeriscono anche un’interpretazione del personaggio, che verrà fuori, in maniera quasi allegorica, per rimarcare determinati aspetti.

Una volta metabolizzato lo stile del libro, la lettura scorre sempre più facile: gli intrecci, sempre più fitti, scorreranno veloci e i vari personaggi si alterneranno come ballerini di valzer su una pedana da ballo: leggeri e armoniosi.

E’ presente un richiamo a un grande della letteratura, ovvero Italo Calvino. Autore che adoro e al quale sono molto legata (ma anche questa è un’altra storia).

Calvino è considerato maestro indiscusso per quanto riguarda gli intrecci di storie, e il suo libro “Il castello dei destini incrociati” ne è la prova (magari ne parlerò in un’altra recensione).

Coe indubbiamente aveva l’ambizioso progetto di ricreare una treccia perfetta per la sua storia, ammettendo le preziose ispirazioni prese da Calvino. Ma quando stai per pensare male, quando stai per pensare a un peccato di presunzione, con un moto di fastidio, (“Ecco, ora Coe si paragona a Calvino”) inizia a venirti il dubbio che venga citato soprattutto per il destino del protagonista, che per molti versi si può paragonare a quello di Calvino..

In questo libro sono proprio i fatti a generare altri fatti, ma che a ben pensare esistevano già prima. Si fa fatica a comprendere l’esatto susseguirsi (ed è per questo che vorrei rileggermelo armata di carta e penna), è il risultato è paragonabile alle incisioni di Escher. 😀 Sarebbe interessante scoprire quanto tempo ci ha messo e in che modo riesca a intrecciare le storie, nascondendo così bene il bandolo della matassa!

Escher
Escher – Relativity

Coe fornisce infine un ottimo esempio di finale breve, che avviene in poche pagine, ma che non lascia il lettore insoddisfatto, come spesso accade in finali ricchi di azioni e quindi veloci. Forse è ben riuscito proprio perché la storia è stata sviluppata quasi fino all’ultimo, un po’ come una lunghissima partita a scacchi, dove il lento spostarsi delle pedine porta all’unica mossa finale: una volta svelati i dettagli mancanti, la storia va chiusa, e Coe lo fa abilmente con l’unico finale accettabile. E con accettabile intendo un finale che il lettore non può intuire fino all’ultimo, che è credibile e che non lascia modo alla storia di risorgere dalle proprie ceneri.

In una recensione che vi allego a fine post si commenta il poco successo che ha avuto questo libro in Italia al momento dell’uscita. La teoria sostenuta è che il titolo “La famiglia Winshaw” sia poco accattivante. Nel mio corso per diventare editor mi è stato spiegato che spesso un libro non vende per colpa della copertina e del titolo (e difatti spesso non vengono scelti dall’autore ma da un team specializzato). Iil titolo originale è “What a carve up!”, in italiano riconducibile a “Che casino!”. Un titolo decisamente azzeccato, sia per il richiamo che l’autore fa a un’opera omonima, sia per l’inevitabile esclamazione che qualunque lettore si sorprende a fare almeno una volta leggendo questo libro! 🙂

 

Mi piacerebbe scoprire che tipo di riflessioni sono state fatte per scegliere il titolo dell’edizione italiana, e se all’autore piaccia. E poi, mi piacerebbe che questo libro avesse il successo che si merita.

Eccovi la recensione, presa da “L’indice” (una rivista molto bella):

recensione di Papuzzi, A., L’Indice 1995, n.11
recensione pubblicata per l’edizione del 1995

Per il “Times” è un libro “che fa rivivere la memoria di Charles Dickens, perché è tutto ciò che un romanzo dovrebbe essere: coraggioso, provocante, divertente, triste, e popolato da un bel gruppo di personaggi”. “What a Carve Up!”, titolo originale che significa a un dipresso “Che casino!”, è il dono d’un romanzo “spassoso, intricato, furibondo, commovente”, per il critico di “The Guardian”, mentre è una dichiarazione di impegno politico “con una sorta di furia raramente vista sulla nostra sfiancata scena domestica”, per il critico di “The Independent”. E sul “Daily Telegraph” si poteva leggere che la narrativa di Coe “è come un ‘patchwork’ di diverse forme, un ‘medium’ brillantemente seducente, per il suo sobrio messaggio”. Ai riconoscimenti della critica – non solo quelli qui citati – si sono aggiunte le cinquemila sterline vinte con il premio “The Mail on Sunday / John Llewellyn Rhys” e contratti di traduzione in almeno dieci paesi (tra cui Francia, Germania, Spagna, Svezia); ma questo giovane scrittore inglese, nato a Birmingham, trentaquattro anni, autore di altri tre romanzi e di due biografie cinematografiche dedicate a Humphrey Bogart e James Stewart, ha conosciuto anche un ragguardevole successo di pubblico, vedendo la sua creatura affermarsi nei primi posti dei ‘Top Ten’.
Insomma il romanzo di Coe ha sfondato. Ma in Italia no; tempestivamente edito nei “Canguri” di Feltrinelli, “La famiglia Winshaw” non ha avuto fortuna, nè‚ presso la critica nè‚ presso il pubblico. Uscito a maggio, fino a settembre ne hanno parlato, consigliandone la lettura, Paolo Bertinetti su “Linea d’Ombra”, Silvio Mizzi su “Cuore” e anche Alessandra Casella nella sua rubrica su “Oggi”. Per il resto, silenzio. Anche noi dobbiamo recitare il ‘mea culpa’, perché il romanzo è rimasto dimenticato sul mio tavolo, finché un giorno ho cominciato a leggerlo e non ho più smesso. La cosa singolare è che “La famiglia Winshaw”, ricchissimo di citazioni, sia cinematografiche – “What a Carve Up!” è il titolo di un vecchio film – , sia letterarie, è un agghiacciante e insieme esilarante ritratto di una famiglia thatcheriana, di banchieri, industriali, politici, galleristi, giornalisti, faccendieri, che si adatta perfettamente anche a un certo ceto italiano degli anni ottanta, tuttora arrembante, fra televisioni, finanziarie, giornali, partiti e chi più ne ha più ne metta. A prima vista, Coe possiede lo stesso gusto sferzante del paradosso che troviamo in Vonnegut, con la differenza che i paradossi fanno parte della normalità e della quotidianità: ridi, ridi, ma a ben pensarci quella che è in gioco è la nostra pelle. Non a caso la conclusione della storia sarà piuttosto malinconica.
Prima domanda: perché “La famiglia Winshaw” da noi è stato trascurato? Perché la recensione dell'”Economist”, pubblicata sul risvolto di copertina – che loda “la straordinaria abilità” nel fondere ‘detective story’ e horror gotico, farsa e satira – , non ha convinto i recensori e lettori italiani? In effetti “Che casino!” avrebbe incuriosito un po’ di più.

L’Indice dei Libri del Mese

Ribadisco che è una lettura impegnativa, ma se siete lettori “forti”, amate le storie ricche, avvincenti e coinvolgenti correte a comprarlo!

Giovanna