10 libri da regalare a Natale

A Natale siamo tutti più buoni, o almeno è quello che proviamo quando andiamo in giro per negozi alla ricerca del regalo perfetto. A mio parere, il libro rimane sempre e comunque uno dei regali migliori che si possa fare (e ricevere), e non è vero che bisogna per forza conoscere i gusti di chi lo riceverà! Il libro è un azzardo che si può correre a cuor leggero, ma siccome anche io mi sento molto buona sotto Natale, ho compilato per voi un elenco di libri dal sicuro successo. Pronti a prendere appunti?

Cliccando sulle copertine si aprirà il link diretto per comprare on line, quindi anche il più incallito dei Grinch non avrà più scuse per non fare regali!

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Ken Follet – I pilastri della Terra

Ciao a tutti! Finalmente posso riprendere a scrivere sul blog con una certa frequenza: il trasloco è finito, mi hanno messo internet a casa e da ieri ho pure una bella scrivania tutta per me!

Nonostante le mille cose da fare non ho abbandonato la lettura, anzi! Mi sono concessa un libro che rientra tra quelli del tag 12 titoli, 365 giorni, forse quello che temevo di più: un libro con oltre 500 pagine.

I pilastri

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Piero Chiara – La spartizione

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Ciao!

Ieri pomeriggio mentre cercavo il libretto di istruzioni del ferro da stiro (che sembrava posseduto) ho notato nella libreria un libro letto da poco, di cui devo assolutamente parlarvi!

E’ un romanzo di Piero Chiara (1913-1986), che si intitola “La spartizione”. Lo stesso autore ci tiene subito a precisare che non è la spartizione di una torta appena sfornata, o di un ricco bottino, aggiungendo un sottotitolo: “la comica avventura di un uomo diviso fra tre donne”.

La versione che ho io è un’edizione del 1973, comprata per pochi euro in una libreria famosa proprio per i libri usati. Fu pubblicato per la prima volta nel 1964 da Mondadori.

Il protagonista, ovvero l’uomo conteso dalle tre donne, si chiama Emerenziano Paronzini. E’ un uomo di mezza età, funzionario statale, che dopo il trasferimento a Luino decide di prendere moglie, per garantirsi una vita tranquilla, serena, consona a un uomo del suo rango.

La sua curiosità va a posarsi su tre sorelle, che possiamo comunemente chiamare “zitellone”. Pur essendo abbastanza ricche di famiglia non hanno marito, probabilmente per via del loro aspetto. Il Paronzini (come veniva chiamato in paese) vede nei loro sguardi tutte le caratteristiche che la sua moglie ideale deve avere, e decide di approfondire la conoscenza.

Come lui stesso ammette, la moglie ideale deve “essere persona, natura compiuta anche se distorta, da manomettere e da sommuovere senza pietà, crudelmente, come egli pensava si dovesse operare con le donne per trarne i sapori più forti”.

Insomma, una concezione quasi preistorica del concetto di donna e moglie. 😀

Scopre quindi che hanno perso il padre, vivono tutte e tre insieme nella casa di famiglia e si occupano di varie attività legate alla chiesa e alla comunità.

Ma soprattutto scopre che, nonostante la loro bruttezza, ognuna ha qualcosa di bello da offrire: una caratteristica estetica (mani, gambe, capelli) che lo convince del tutto a iniziare una corte serrata al gruppo, per decidere in seguito chi sposare.

Si introduce in casa loro con il pretesto di aiutarle con dei documenti, ed è molto divertente vedere come un piccolo elemento di disturbo possa generare il caos in un equilibrio che non è mai stato intaccato, e che ha resistito compatto e saldo fino ad allora.

Dopo attente riflessioni sceglie la sorella più grande, ma, non contento, proverà a conquistare anche le altre due..

Il titolo, a partire da questo punto della storia, fa anche riferimento alle tre sorelle, che si spartiscono i mille ruoli che una moglie ricopre.

Le situazioni assurde in cui il protagonista si ritrova sono volutamente ironiche, dando al lettore la sensazione che non ci sia niente di strano, di poco normale in tutto ciò.

In realtà tutto il romanzo è una provocazione alle concezioni del periodo, all’idea di “peccato”, a quell’apparenza che andava sempre mantenuta, di cui il Paronzini è ricercatore e trasgressore allo stesso tempo.

Anche i canoni come la bellezza e la bruttezza, di natura soggettiva ma universalmente classificati, vengono capovolti: scopriamo così che da tre mele marce, tagliando pezzo per pezzo, se ne può ricavare una buona, ma in uguale misura ce ne sarà una completamente composta da parti avariate, e lo sforzo per ottenerla è stato pari a quello per ottenere la mela buona.

La bruttezza diventa quindi frutto (per rimanere in tema) di una accurata ricerca, non di un destino dispettoso: concetto che è rimarcato anche dall’ossessione del padre delle tre ragazze per le verdure deturpate, storte, coltivate in modo da avere un aspetto più lontano possibile da quello che ci si può aspettare.

Il Paronzini mangia la mela ottenuta con le parti buone, ma solo all’ultimo scopriamo che era interessato all’altra mela, quella marcia, dando la sensazione di essersi preso gioco del lettore, di accettare e condividere i canoni, le regole, le imposizioni del periodo storico e sociale. In realtà ha distorto e manomesso pure quelli, a suo vantaggio.

Il finale è risolutivo: la sensazione viene confermata, il Paronzini diventa “un eroe” sociale, colui che ha dimostrato che  “con costanza, silenzio e buona tempra si possono ottenere risultati sorprendenti”.

Nonostante il cinismo che potrebbe trasparire, penso sia un personaggio molto positivo, indipendente, proiettato sui suoi obiettivi, e disposto a raggiungerli a qualunque costo. Di lui mi è rimasto soprattutto questo.

Il romanzo si legge facilmente, giusto le prime pagine risultano un pò lente, per via delle riflessioni che il Paronzini fa. Una volta fatta la conoscenza con le tre sorelle però, la storia scivola veloce come una biglia su un piano inclinato.

Peccato che sia un romanzo poco conosciuto: lo trovo molto attuale, capace di competere con i libri del momento. A tempi, comunque, ottenne un grande successo!

E’ stato tratto anche un film: “Venga a prendere il caffè da noi” (1970), diretto da Alberto Lattuada. Mio padre ha detto che è molto divertente: devo procurarmelo al più presto!

Immagine presa da http://www.incipitmania.com/wp-content/venga-a-prendere-il-caffe-da-noi.JPG
Immagine presa da http://www.incipitmania.com/wp-content/venga-a-prendere-il-caffe-da-noi.JPG

Vi lascio con una recensione presa da ilmiogiornale.org, che racconta anche le differenze tra il romanzo e la versione cinematografica.

Giovanna

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Piero Chiara maestro di ironia. Perché leggere “La spartizione”

Per chi ama Andrea Vitali, leggere Piero Chiara è quasi un atto dovuto. Quest’ultimo è, infatti, uno dei suoi “maestri” e a lui è intitolato il premio letterario che a Vitali è stato assegnato nel 1996.

In comune hanno l’ambientazione paesana e lacustre delle loro storie, ma soprattutto quello spirito di osservazione necessario per sollevare – con leggerezza – il velo dell’apparenza e smascherare – senza intenti moralistici – difetti, meschinerie, menzogne e ridicolaggini di cui pullula l’umanità. Ne deriva che i microcosmi da loro ritratti, seppure geograficamente ben definiti (Nord Italia, lago, paese), hanno una “vocazione universale”. Come non ritrovarvi, infatti, le stesse dinamiche di un qualunque paesino del Sud Italia? Quella propensione al pettegolezzo tanto più marcata quanto più riservata è la persona che ne è l’oggetto; quel moralismo di facciata che nasconde vizi e vizietti; quell’intrecciarsi tra ritmi della natura e ritmi degli uomini; quel bizzarro mescolarsi di sacro e profano, di fede e superstizione; quella tendenziale diffidenza con cui chi vivacchia guarda a chi se la passa bene e che va a braccetto con il desiderio di apparentarvisi…

Quale sia l’approccio di Chiara rispetto alle storie narrate ben lo spiega Carlo Bo nell’introduzione all’edizione Mondadori de La spartizione (1964):  «[…] non insegna, non spiega, tutto deve essere limitato a vedere meglio e quindi a capire. […] per Chiara, capire significa mettersi nelle stesse condizioni dei suoi personaggi, accettare i fatti […] lasciando […] alla vita il compito di svolgere la sua lezione di fatale semplicità e di naturalezza.» «Non si sbaglierà, dunque, a mettere l’accento finale sull’intensità dello sguardo, sulla singolarità e infine sul rispetto autentico e libero della vita che salta fuori dalle sue pagine più belle.»

È chiaro, dunque, che quelle de La spartizione sono pagine che, tra una risata e l’altra, offrono parecchi spunti di riflessione. E lo fanno persino su temi abbastanza improbabili quali, ad esempio, “la dignità del brutto”. Significativo in proposito un passaggio ripreso anche nella trasposizione cinematografica Venga a prendere il caffè da noi, diretta nel 1970 daAlberto Lattuada (che, peraltro, vi interpreta anche una piccola parte, quella del dr Raggi): «Tanto il bello quanto il brutto […] sono frutto di un uguale sforzo creativo e sono qualità raggiunte. E non è che sia facile ottenere una cosa veramente brutta: è difficile come ottenerne una bella. La valutazione dei risultati è una pura questione di gusto.»

La trama stessa, del resto, ruota intorno alla bruttezza: tre sorelle tutt’altro che avvenenti (Fortunata, Tarsilla e Camilla Tettamanzi) si contendono le attenzioni di un uomo (Emerenziano Paronzini) che della bruttezza si scoprirà essere amante, al pari del defunto padre delle tre “grazie”A questa tresca principale si annodano altre vicende amorose e altri episodi che, pur oltrepassandone le rassicuranti mura, hanno sempre in casa Tettamanzi il loro epicentro.

A raccontar queste esilaranti vicende è un narratore disincantato e irriverente, che, però, non lascia il lettore a secco di poesia. Attenti, tuttavia, a non farsi prendere dal romanticismo perché l’incanto dura poco. Emblematico questo passaggio che vede per protagonista il perdigiorno e dongiovanni Paolino: «”Dio ha voluto così” concluse. E guardando il cielo dove le stelle sembravano eccitate dal vento che rumoreggiava tra i faggi, pensò a Dio, tanto per pensare a qualche cosa di astratto, come gli pareva giusto in quell’immensità.
“Ci sarà proprio Dio?” si domandò. “Se c’è” si rispose “tiene mano al Paronzini.»

Accennavamo prima al film che da questo romanzo è stato tratto: nonostante Piero Chiara abbia collaborato alla sceneggiatura (e vi abbia anche recitato nei panni del rag. Pozzi, amico intimo del Paolino), la versione cinematografica non è del tutto fedele all’originale letterario.
Innanzitutto, La spartizione è ambientata in epoca fascista, mentre Venga a prendere il caffèda noi è ambientato in epoca successiva. Uno scostamento che priva la pellicola di alcune perle di sarcasmo con cui Chiara delizia il lettore e che prendono di mira proprio il fascismo. Mancano, inoltre, alcune delle scene più comiche, anche se il film risulta comunque godibile: il segreto per apprezzarlo a pieno è non aspettarsi una riproduzione pedissequa del romanzo.

Se, infatti, la storia e i personaggi perdono qualcosa rispetto alla versione letteraria (Tarsilla qui non è poi così brutta e le sue gambe non così belle; Emerenziano qui è tutt’altro che insignificante), per altro verso nel film acquistano nuove e interessanti caratteristiche. Più di tutti l’Emerenziano che – grazie ad uno straordinario Ugo Tognazzi, esilarante quanto nei panni del Conte Mascetti in Amici miei di Monicelli –  acquista più charme, più nerbo … e più fastidiose abitudini. Degna di nota, però, è anche l’interpretazione che di Camilla Tettamanzi fa Milena Vukotic: sottomessa, ingenua e anche più isterica del personaggio letterario.

Il consiglio è quindi di cominciare con la lettura del libro (avendo la pazienza di attendere che il ritmo acceleri in un crescendo di ridicoli colpi di scena) e poi, dimenticandolo per un attimo, passare alla visione del film

 

Piero Chiara maestro di ironia. Perché leggere “La spartizione”

Carlos Ruiz Zafon – L’ombra del vento

Immagine presa da ibs.it
Immagine presa da ibs.it

Ciao a tutti! Buona estate a tutti! Finalmente è arrivata, anche se qui a Milano oggi non fa proprio caldissimo. Peccato, speravo in un weekend in piscina. 😦 Mi consolerò con un bel libro, eheh!

Oggi voglio parlarvi di un libro che mi ha deluso tantissimo. Mi aspettavo grandi cose, ma non tanto per il successo che ha avuto, ma per i pareri entusiastici che avevo raccolto tra parenti e amici.

Il libro è “L’ombra del vento” dello scrittore spagnolo Carlos Ruiz Zafon (1964). Pubblicato nel 2001, in Italia è arrivato nel 2004 (Mondadori). Lo si può definire il suo romanzo d’esordio, avendo scritto, prima di allora, solo per bambini e ragazzi.

Il protagonista, all’inizio del libro, è un bambino di 11 anni, Daniel, figlio di un libraio. Ha perso la mamma, e vive nell’angoscia di non ricordarsi più il suo volto. Un giorno il padre lo porta nel cimitero dei libri dimenticati, un posto che si presenta subito oltre i confini della realtà. Daniel sceglie un libro, promettendo di prendersene cura. Questo libro lo appassiona così tanto che decide di cercare altri libri dello stesso autore, scoprendo così che c’è qualcuno che vuole farli sparire. Le avventure di Daniel si intrecceranno con quelle di questo personaggio misterioso, con caratteristiche fisiche grottesche e surreali.

Fa da sfondo una Barcellona che è reduce dagli avvenimenti storici del periodo (siamo nel 1945), senza però, a mio parere, spiccare e assumere una posizione di rilievo. Nel senso che se ambientava la stessa storia a Cesano Boscone, secondo me poco cambiava.

L’idea di base, ovvero l’unire le ricerche di Daniel attorno a questo libro ai fatti stessi narrati nel libro, che si ripropongono senza una spiegazione apparente, non è male: è una di quelle idee che permette un intreccio solido, sviluppabile senza previsioni.

Ma dopo i primi capitoli, in cui l’autore cerca di accompagnare per mano il lettore nella storia, presentandogli chiaramente i personaggi, il luogo e l’epoca, il lettore viene abbandonato. Ci si sente un po’ come Alice nel paese delle meraviglie quando fa affidamento a ambigui cartelli (“di là”, “di qua”), chiedendo aiuto a un gatto che compare e scompare. L’autore sembra proprio lo stregatto: compare e scompare quando vuole lui, senza avvisare e senza aiutare il lettore a infilarsi nella storia.

Immagine presa da pinterest.com/pripripride
Immagine presa da pinterest.com/pripripride

Infatti vengono introdotti personaggi e storie che alla fine non sono di supporto alla storia principale, e tantomeno non danno elementi utili alla risoluzione finale. Ad esempio la figura di Clara, ragazzina più grande di Daniel, per la quale sembra provare attrazione. Dico “sembra” perché non ci viene fatto capire. A un certo punto i due personaggi si conoscono, non hanno grandi contatti, ma per il fatto che lui la sorprende tra le braccia di un altro, il lettore è portato a pensare che lui ci sia rimasto male. E quindi che provasse qualcosa per lei. Di quello che Daniel prova durante la sua conoscenza, non viene detto niente. In questo episodio sembra una pedina mossa senza il minimo slancio emotivo, verso una meta che rimarrà ignota, anche a libro finito. Il contributo che questo personaggio, questa presunta delusione di Daniel, dà alla storia, io non l’ho capito.

La storia prosegue con la lettura del libro scelto dal Cimitero dei libri dimenticati, e ci si accorge quasi subito che Daniel presto si ritroverà a vivere proprio le avventure narrate in quel libro, facendo sospettare quasi da subito un finale certo.

Sono numerosi i richiami al fantasy: lo confesso, non sono un’amante del genere. Non li ho apprezzati molto.

Ma al di là del gusto personale, anche qui ci si chiede perché questo luogo venga arricchito di elementi che lo rendono fantastico. Più volte mi è stato detto che in un libro vanno messi solo elementi essenziali, cose che servono alla storia (o subito, o nel corso dei fatti). O elementi che possano indurre il lettore a una chiave di lettura (un’allegoria, ad esempio). Ma in questo caso il richiamo al fantasy è solamente il frutto di una voglia di inventare, descrivere, e abbandonarsi al piacere della scrittura, più che di creare “personaggi”, elementi di supporto.

A mio parere doveva tratteggiare meglio il protagonista, Daniel. Sappiamo poco di lui. All’inizio il lettore scopre chi è, quanti anni ha, dove vive. Dati riconducibili a una carta d’identità. Il lettore scopre che ha perso la mamma, ma, al di là di un’ossessione per il suo volto, non si percepiscono emozioni in merito. Subito dopo arriva Clara, che, come detto poco fa, probabilmente vuole comunicare al lettore qualcosa.

Quindi, a questo punto, il protagonista diventa un burattino inanimato, trascinato da dei fili ben visibili, da una storia che si autorivela pagina dopo pagina, con degli imprevisti che Daniel supera spesso e volentieri grazie al caso e con un finale di tre pagine, che chiarisce i pochi dubbi rimasti al lettore grazie a una lettera ricevuta da un personaggio che compare e interagisce sempre in maniera del tutto fortuita.

Anche in questo caso mi viene da pensare a quello che mi è stato detto dal mio professore del corso di editor: mai scrivere finali che risolvono le cose con l’arrivo degli alieni, un mio modo di dire per descrivere un evento casuale, fortuito, imprevedibile, che toglie al lettore la possibilità di sentirsi gabbato dallo scrittore, di poter dire “Caspita, potevo arrivarci da solo”, disseminando tutti gli elementi utili nel corso della storia.

Mi è stato spiegato anche che se uno scrittore ricorre a un finale del genere, è perché lui stesso non ha elementi buoni per risolvere la storia, ovvero ha sviluppato gli intrecci, le storie dei vari personaggi dimenticandosi qualcosa.

Un po’ come iniziare una treccia e ritrovarsi alla fine con due lembi. Allora con le forbici si sale di qualche centimetro, tagliando, sperando di recuperare anche il terzo intreccio. Invece di pettinare di nuovo i capelli, dividere meglio le ciocche e intrecciarle con più cura, di pari passo. Un intervento drastico non spiega perché la treccia è venuta male.  Anzi, provando a sciogliere una treccia del genere mi ritroverei con dei capelli irregolari. A riprova che manca qualcosa.

In un post precedente ho detto che secondo me uno scrittore fa centro quando, nel corso degli anni, un lettore ricorda qualcosa del suo libro come se l’avesse letto ieri. Che può voler dire anche solo un personaggio, o un atteggiamento di esso, un pensiero.. Oppure un luogo, una sensazione..

Con questo libro non mi è rimasto impresso niente, nemmeno quelle poche frasi che ormai sono diventate aforismi, e che vedo in numerosi link sui social network.

Non posso dire che scriva male, ma non basta una sintassi impeccabile e dei periodi costruiti bene per diventare scrittori.

Dopo questo libro ne ha scritti altri, ma io ho voluto fermarmi a questo. E voi invece, avete letto altro? Cosa ne pensate di questo?

Vi saluto con una sua intervista, presa da ilgiornale.it nella quale parla del successo di questo libro, e di come gli ha ispirato una serie di libri collegati, dando vita a una saga intitolata proprio al cimitero dei libri dimenticati. Anche qui rimarca i suoi inserti fantasy, portandomi a chiedere se nei libri successivi siano sviluppati e contestualizzati meglio. Una curiosità che per il momento non ho intenzione di soddisfare.

Giovanna

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Intervista a Carlos Ruiz Zafòn:gli scrittori non hanno etichette

L’autore catalano tradotto in 40 lingue rifiuta il concetto di “genere”. Perché “ciò che conta è la mente del lettore”. E rivela: “Attraverso percorsi ambigui cerco la realtà”

Colleziona draghi, il 47enne catalano Carlos Ruiz Zafón. Oggi ne porta sulla maglietta uno d’argento, un po’ kitsch, appuntato sul petto come una medaglia al valore.

Esclama con orgoglio: «Sono io, il drago» e con un piccolo ruggito sfodera artigli virtuali. Il mercato editoriale lo considera davvero un drago: è tradotto in 40 lingue e ogni suo romanzo va a segno in classifica, dall’esordio con L’ombra del vento, ormai dieci anni fa, fino all’ultimo, cui è dedicato il tour italiano, Il prigioniero del cielo, uscito da pochi giorni in Italia (Mondadori, pagg. 350, euro 21, traduzione di Bruno Arpaia). È il terzo della quadrilogia prevista del Cimitero dei Libri Dimenticati, una saga per cui si sono verificati fenomeni alla Harry Potter: pagine di commenti su Facebook, attesa spasmodica dei fan, osanna e delusioni adolescenziali.

I lettori sono in delirio: li ha fatti aspettare tre anni per questo nuovo episodio e ne ha promessi almeno altri tre di attesa per l’ultimo. Ma sarà l’ultimo?
«Lo sarà, ve lo assicuro. Anche perché quella era l’idea originale. Nei miei romanzi gli archi temporali si possono tirare un po’ in lungo, ma non troppo. Non sfornerò di certo sette volumi».

Sarà. Ma i librai Sempere e i loro fantasmi, lo scrittore David Martin e gli altri personaggi di quella Barcellona sospesa amata da milioni di fan non le hanno preso la mano?
«Il rischio di farsi trascinare c’è. Ma il bello dei quattro libri che ho progettato è che sono quattro porte diverse per entrare in storie diverse, anche se collegate. E aspettatevi un Gran Finale».

Parte del fascino di questa saga sta anche nel considerare il libro come un oggetto fisico che racchiude misteri. Quanto di questa poesia si perderà con gli ebook?
«Il supporto con cui distribuiamo l’arte non è importante. Io ascolto sia Bill Evans che Haydn, ma non li identifico con un pezzo di plastica o un file mp3. Chissà che direbbe chi ha girato Lawrence d’Arabia per il grande schermo del fatto che oggi i ragazzini lo vedano sull’iPhone. Nel caso dei libri, per me hanno già trovato da secoli la miglior tecnologia distributiva: la carta».

Sarà vero per il mondo reale. Ma nelle sue storie?
«Il mio è un romanzo che parla di lingua, narrazione di storie, librai, ambientato negli anni Sessanta e Settanta, in un mondo di sogno, una Spagna e un’Europa che non sono nemmeno quelle reali. Sarebbe come mettere un televisore al plasma in un castello medievale. E certo una serie sul “Cimitero Digitale dei Dati” sarebbe meno romantica. Ma in fondo, perché no?».

Lei vive a Los Angeles da oltre 15 anni. Negli Stati Uniti l’editoria è stata già trasformata dal digitale.
«Stati Uniti ed Europa sono sempre più divergenti, soprattutto per la percezione della bellezza, di cinema, tv, libri. Negli anni Novanta c’erano più affinità. Ma poi l’America ha “aziendalizzato” la cultura in sancta sanctorum che detengono interessi e sensibilità troppo diverse da quelle europee. Non so spiegarle perché, ma questo mi fa pensare che l’unico vero mercato possibile per l’editoria e la letteratura in futuro sia l’Europa Occidentale. Quando torno qui, percepisco una unità culturale».

Spulciando i commenti dei suoi lettori sui social network, si scopre che la curiosità è una sola: quanto c’è di vero e quanto di soprannaturale nei suoi romanzi?
«È la solita, eterna domanda: che cosa è reale e che cosa non lo è. Prima, i generi non esistevano e maestri come Shakespeare e Dickens mescolavano tutti gli elementi per catturare il lettore. Poi, chissà perché, sono nate le etichette: crime stories, giallo, fantasy, realismo. E persino le sottobranche: iperrealismo, realismo sociale… Ma un vero scrittore usa tutto. Perché tutte le storie, anche le più reali, sono piene di fumo e di specchi e c’è sempre qualcuno dentro che sta su quel palcoscenico che è la mente del lettore».

Ci sveli almeno se la serie finirà con il prevalere dell’aldilà o dell’al di qua.
«Prenda Il gioco dell’angelo: per il lettore era la possibilità fantastica, gotica, di fare un viaggio nella pazzia di un giovane, un invito a completare la storia seguendo un demone, un gioco tra scrittore e lettore. Nell’Ombra del vento il viso della madre sembrava un particolare, poi diventa il cuore della storia. Il prigioniero del cielo offre alcune chiavi per interpretare i libri precedenti. Se però lei segue con attenzione le connessioni tra i romanzi scoprirà che, dopo aver portato il lettore verso l’ambiguità, tendono tutte verso la realtà».