Giuseppe Culicchia – E così vorresti fare lo scrittore

E così vorresti fare lo scrittore

Ciao!

Oggi avevo voglia di proporvi qualcosa di veramente divertente, uno di quei libri che non si possono leggere in treno, per via delle risate che è impossibile contenere. 🙂

Il libro in questione è “E così vorresti fare lo scrittore”, di Giuseppe Culicchia, edito da Laterza.

Il titolo fa il verso a una poesia di Bukowski, che verrà riportata alla fine del libro, che potremmo definire “la ciliegina sulla torta”.

Anche questo è uno dei tanti libri comprati con un’offerta lampo: conoscevo Culicchia, sebbene non avessi letto niente di suo, e mi sembrava una buona occasione per iniziare a leggere qualcosa.

Continua a leggere “Giuseppe Culicchia – E così vorresti fare lo scrittore”

Paola Mastrocola – Una barca nel bosco

Immagine presa da lafeltrinelli.it
Immagine presa da lafeltrinelli.it

Buon sabato a tutti!

Qualche tempo fa ho acquistato un libro con le “Offerte lampo” di Amazon, e l’ho appena finito.

Il libro in questione è “Una barca nel bosco”, di Paola Mastrocola. Avevo tanto sentito parlare di lei, ma non avevo mai letto niente di suo. E’ una scrittrice torinese, ma anche un’insegnante di lettere in un liceo.

Il libro è uscito nel 2003, con la casa editrice Guanda. Nel 2004 ha vinto il Premio Campiello.

Quando ho iniziato a leggere questo libro ho pensato: “si vede, eccome, che insegna in un liceo!”.

Infatti il protagonista è Gaspare, ragazzo timido ma molto intelligente, che abbandona la sua isoletta del sud per trasferirsi a Torino, per poter studiare in un liceo. Decisione presa grazie alle spinte della sua professoressa delle medie, che vede in lui un grande potenziale.

Il cambiamento è brusco: dovrà adattarsi a una scuola che non conosce, e che delude le sue aspettative, a dei compagni con i quali non riesce a legare, per via della sua bravura nel latino, alla difficoltà di farsi accettare per quello che è, cercando di adeguarsi a dei canoni che non capisce. Alla fine risulterà sempre così fuori posto, proprio come “una barca nel bosco”, come spesso gli viene ripetuto dalla zia.

La storia inizia con il suo arrivo al liceo, e finisce molto dopo, con la fine dell’università e l’ingresso nel mondo del lavoro.

Il punto di vista è quello di Gaspare, così come la voce narrante. Più che voce narrante è un flusso di pensieri ben costruito, che non annoia mai e non confonde. Poche volte ho letto capitoli interi con flussi di pensieri ben fatti, figuriamoci un libro intero! Sembra quasi di vedere un film, da quanto risulta coinvolgente.

Il fatto poi che la scrittrice sia un’insegnate rende il tutto molto reale: io ho finito il liceo ormai dieci anni fa, ma è stato come riviverlo di nuovo. Ci sono delle cose che secondo me solo un’insegnante nota, e che rimangono immutate nel tempo.

La storia non presenta particolari colpi di scena, azioni di suspense o intrecci da dipanare: è soltanto la crescita di Gaspare. Ci si chiede sempre dove voglia arrivare la scrittrice, oltre a intrattenere i suoi lettori con una magistrale prova di bravura. Ci si aspetta quindi un finale dove succede qualcosa.

Quello che succede è in realtà un monologo, un bilancio di tutti gli anni passati a Torino, tra aspettative che aveva Gaspare, i suoi genitori, e quello che realmente è diventato. Sembra banale detto così, ma non lascia affatto il lettore insoddisfatto. A tutti sarà capitato, primo a poi, di trovarsi nei panni di Gaspare e chiedersi come mai la propria vita sia finita su binari diversi da quelli progettati. E il fatto di averli progettati, desiderati, spesso fa pensare di poterli percorrere, ignorando i vari bivi che in maniera più o meno inconscia siamo chiamati a percorrere.

Una volta finito il libro si ha la voglia di rileggerlo al contrario, e ricostruire i binari di Gaspare, con tutti i vari snodi, per capire se e quando avrebbe potuto fare scelte diverse.

In realtà secondo me qui c’è quasi una lezione di filosofia: con il senno di poi, ovvero ripercorrendo il libro al contrario, siamo tutti capaci di capire dove e quando si potevano fare scelte diverse. Quello che la scrittrice vuole sottolineare è che se sono state fatte quelle scelte da Gaspare è perché proprio non ne poteva fare di diverse, altrimenti le avrebbe fatte. Le condizioni del momento lo hanno portato a fare quelle scelte, e quindi a percorrere quei binari.

Se non ricordo male già nell’antica Grecia qualche filosofo aveva provato a spiegare tutto ciò.

Si passa dalla delusione per le scelte del protagonista a una profonda condivisione dei suoi pensieri, portandoci finalmente a simpatizzare per lui.

L’unica cosa che non mi  piaciuta è l’esasperazione della passione per le piante di Gaspare. A un certo punto si appassiona di botanica, e decide di riempire la casa di piante. La situazione degenera in una maniera quasi surreale. E porterà Gaspare su nuovi binari. Probabilmente è stata esasperata apposta, per ribadire che tra i mille binari possibili, c’è sempre in agguato il più strano e imprevedibile. Però al momento della lettura l’ho trovato un po’ forzato.

A parte questo, è un libro che mi è piaciuto tantissimo, e che mi ha fatto venire voglia di leggere altri libri di Paola Mastrocola. Lo trovo molto interessante anche per i ragazzi: è a modo suo un romanzo di formazione, ma richiede un’attenzione particolare durante la lettura.

Anche se, nell’intervista che trovate qui (http://www.infinitestorie.it/frames.speciali/speciali.asp?ID=257), viene definito “romanzo di Sformazione”: definizione molto divertente!

Giovanna

“Chi si autopubblica è uno che va a comprarsi la coppa in un negozio..”

Qualche sera fa, verso l’ora di cena, è squillato il mio cellulare. Convinta che fosse il mio compagno, in viaggio verso casa, ho risposto senza manco guardare il mittente.

Era una casa editrice.

Come ho già raccontato, dopo la laurea in scienze e tecnologie per lo studio e la conservazione dei beni culturali e dei supporti dell’informazione (che vince il premio per il nome più lungo di tutta l’università italiana) sono finita nel mondo dei libri e dell’editoria.

Ho avuto il piacere di lavorare in una libreria che già conoscevo: una libreria indipendente, di proprietà di una casa editrice, che lascia ai pochi (ma buoni) dipendenti numerose funzioni. Ho imparato tanto sia sul vendere i libri ma anche su quello che ci sta dietro.

Per questo ho voluto seguire un corso per diventare editor: per conoscere i meccanismi delle case editrici, e cosa significhi pubblicare un libro.

Successivamente sono finita in una casa editrice “grossa”, dove mi sono occupata anche di beni culturali. Soprattutto ho avuto modo di parlare con numerose persone che mi hanno confermato quanto avevo imparato in precedenza .

Comunque, la casa editrice che mi ha telefonato aveva ricevuto il mio CV, sul quale ovviamente parlo dei miei studi e della mia laurea, con una tesi che ha un titolo in linea con il mio corso di studi: molto lungo anche quello.

Ricevuto il mio CV, la casa editrice mi ha chiesto via mail una versione pdf della mia tesi: volevano leggerla. E’ una tesi dedicata alla mia esperienza presso un Archivio Storico: tesi fatta con il cuore, costata tanta fatica, ma pur sempre una tesi di laurea. Non mi è mai passato per la testa che potesse diventare un libro. Nell’ambito dei beni culturali, nello specifico dell’archivistica, potrebbe avere una certa utilità, ma rimane pur sempre una monografia.

Invece, a detta loro, con le opportune modifiche, era pubblicabile. Peccato che loro non abbiano manco aperto il mio CV, e non sapessero che io, nel mondo dell’editoria, non sono proprio l’ultima arrivata.

E peccato anche che io, nel frattempo, mi sono guardata bene il loro sito, per scoprire che per le opere scientifiche chiedono 500 euro agli autori, come “contributo di stampa”.

Ah ecco. Ecco perché la mia tesi è così interessante.

Così, quando ho risposto al telefono, ho ascoltato la loro proposta, che parlava soprattutto di una piccola spesa di impaginazione, con la quale il mio libro otteneva ISBN, altri codici, spazio in non so quali archivi, e una bicicletta con il cambio Shimano portata a casa mia direttamente da Mastrota.

Al che ho subito spiegato che ho approfondito il loro modo di lavorare, e che non combacia con il mio. Quindi, se vogliono pubblicare la mia tesi, io non sgancerò un centesimo. La ragazza mi ha risposto che nel mio caso le spese sarebbero state quasi dimezzate. Le ho ribadito che non ero interessata, che sono fortemente contraria all’”editoria a pagamento”.

Probabilmente se le avessi dato della laziale se la sarebbe presa meno (visto che chiamava da Roma): ha replicato elencandomi le differenze tra l’editoria a pagamento (che a detta sua riguarda solo la narrativa) e i contributi per le pubblicazioni scientifiche, che essendo più difficili da promuovere non si reggono sulle proprie gambe. Che loro fanno di tutto per aiutare gli esordienti (termine che personalmente odio) a pagare il meno possibile e a recuperare i soldi “investiti” per la pubblicazione.

Diciamoci la verità: davanti al Politecnico di Milano c’è una copisteria dove posso stampare la mia tesi con codice ISBN.  E numerosissime case editrici offrono il codice ISBN.

Una tesi pubblicata è molto utile per i laureandi: arricchisce il CV con una pubblicazione a tutti gli effetti, catalogata, ricercabile e fruibile. Ha senso soprattutto per chi vuole rimanere in ambito accademico, conseguire il dottorato di ricerca per poi insegnare.

Nulla di tutto ciò è nei miei piani: sfoglio la tesi ogni tanto, per ricordarmi gli anni stupendi di università. Non ha il codice ISBN ma una bellissima stoffa color ciclamino che la ricopre, e per quel che mi riguarda, va benissimo così.

A questo punto ho risposto che per acquistare il codice ISBN posso rivolgermi a mille altre case editrici. Lei ha insistito che non offrono solo codice ISBN, ma anche la promozione, eventi dedicati, le presentazioni in giro per l’Italia, pubblicità sulle (loro) riviste etc etc..

Ho ripetuto, per l’ennesima volta, che non condivido questa linea di pensiero, e che la pubblicherò solo se sarà DEL TUTTO gratuito per l’autore.

Mi ha salutato, dicendomi che in caso di novità mi avrebbe ricontattato.

Al di là del costo del codice ISBN, qui secondo me non si parla solo di editoria a pagamento, ma anche  e soprattutto di un semplice servizio di stampa, nel mio caso nascosto da telefonate di complimenti e fantomatiche distribuzioni e promozioni.

Oggi ho ricevuto una mail di riassunto della nostra telefonata:

“Gentile Dott.ssa XXXXXXXXXXXXXXXX,
riepilogo la conversazione telefonica del 30 giugno con la Dott.ssa XXXX.

Le confermo la nostra disponibilità a pubblicare l’opera in oggetto. 

 1) Per quanto riguarda l’impaginazione e gli oneri di pubblicazione è richiesto un rimborso una tantum secondo una delle due seguenti opzioni:

 a)  impaginazione da parte dell’autore (con fornitura di file PDF pronto per la stampa) = 500 euro. Le norme redazionali possono essere scaricate al seguente link: [……]

Potrà scaricare inoltre un mastro di impaginazione nel formato da Lei scelto.

Possiamo accordarLe uno sconto di 150 euro. Il rimborso richiesto sarà quindi di 350 euro.

 b) impaginazione professionale da parte di XXXXXXXX (con fornitura di file DOC e due giri di bozze) = 500 euro.

 All’Autore saranno fornite 5 copie saggio. Ulteriori copie potranno essere acquistate con lo sconto del 20% sul prezzo di copertina riservato ai nostri autori.

 2) Le indico di seguito il link alla pagina web della nostra collana, che potrebbe ospitare il volume in oggetto: [….] 

Cordiali saluti,

XXXXX XXXXXX
direttore editoriale”

Facendo due conti: mi accordano uno sconto di 150 euro. Sconto non richiesto, visto che io ho ribadito che non mi interessa pubblicare la tesi, specie a pagamento.

Quindi 350 euro in tutto se me la impagino io.

500+350 euro se faccio fare a loro, per un totale di 850 euro.

E nella mail non si parla né di promozione, né di eventi.

Mi auguro che chiunque pubblichi una tesi, lo faccia perché gli serve per un’eventuale carriera didattica, sapendo che sta pagando principalmente per la stampa.

Ben diverso, e molto più grave, è il discorso dell’editoria narrativa a pagamento.

Ho fatto degli esperimenti in passato, copiando un pdf di Edgar Allan Poe, riempiendolo di errori grammaticali e mettendoci il mio nome. Ho provato a inviarlo a diverse “case editrici” a pagamento.

In tempi rapidissimi ho ricevuto risposta: un elogio di complimenti e un invito a pubblicare con loro, con cifre di contributo non più basse di 2000 euro.

iene

In particolare, una casa editrice mi ha chiesto di pubblicare con loro, a patto che io mi impegni a comprare almeno 180 copie del mio libro al prezzo di copertina stabilito da loro (14 euro). Loro tuttavia mi hanno garantito che ne verranno stampate almeno 500, e che le restanti le avrebbero “distribuite, promosse e pubblicizzate con ogni mezzo”. Mi è stato anche garantito un 10% di guadagno sulle copie vendute.

Quindi 180 copie x 14 euro= 2520 euro da sborsare subito. Consegna delle copie dopo quattro mesi dalla firma del contratto.

Ipotizziamo che decida di accettare. Al mio libro non viene fatto il minimo lavoro di editing: quindi verrà pubblicato un libro di Poe, pieno di errori. Un mio ex collega mi disse che spesso usano un analizzatore lessicale per assicurare l’assenza di parole “calde”, che siano riconducibili a discorsi di razzismo, odio, sesso, violenza. Ma a parte questo, nessun lavoro verrà fatto sul mio manoscritto. Mettiamola così: nessuno leggerà mai il mio manoscritto.

Mi viene chiesta una foto e una breve biografia, oltre alla copertina. Decido tutto io. Quindi posso anche inventarmi che sono la figlia di Calvino (con la quale ho in comune il nome).

Dopo quattro mesi mi arrivano per corriere i miei libri. Bene. Ora inizia la mia lenta e logorante azione di auto pubblicazione, dove invito chiunque conosca a comprare il mio libro.

Chi potrebbe comprarlo? Quante persone che io conosco lo comprerebbero? Aiutata dall’elenco dei miei amici su Facebook, che comprende chiunque abbia avuto a che fare con me almeno una volta nella vita, faccio un conto. Venderei circa 100 copie. Ho considerato tutti i miei parenti (una copia per nucleo familiare)  e le persone con le quali sono più in confidenza, ovvero quelle persone alle quali avrei il coraggio di chiedere soldi per una copia del mio libro. Perché nel momento in cui ci si sente chiedere “vorresti una copia del mio libro?” è difficile dire di no.

Quindi 100 copie a 14 euro l’una fanno 1400 euro recuperati (e di riflesso 1120 non recuperati). Magari delle rimanenti ne vendo altre cinque o sei a 10 euro, tanto per venderle. Altri 60 euro recuperati (e quindi 1060 euro non recuperati).

L’editore, decaduti i termini del contratto, mi dice che ha venduto 20 copie. Tralasciando i conti per un momento, 20 copie vendute sarebbe comunque un buon risultato per un esordiente, dal punto di vista della qualità. Vuol dire che venti persone hanno visto il mio libro e lo hanno ritenuto meritevole a tal punto da spendere 14 euro e comprarlo. Un caso molto ottimistico.

Su queste copie ho il 10% di guadagno, cioè 28 euro. Sommati a quanto ho perso fin’ora fanno 1032 euro di perdita. Ovvero dalla mia cifra iniziale, dal mio investimento mi manca ancora da recuperare 1032 euro. Mettiamola così: vendere 126 libri, di cui solo 20 a non conoscenti, mi è costato per ora 1032 euro.

Dico per ora perché prima o poi l’editore, decaduti i termini del contratto, mi dirà cosa voglio fare delle copie restanti. Lui ne ha stampate 500, 180 sono le copie che ho comprato io da contratto, 20 le ha vendute lui: ne sono rimaste 300. “Le mando al macero o le compri tu??”

E quale scrittore vorrebbe vedere le proprie copie al macero?

Nel caso in cui l’opera non trovi più smercio sul mercato, l’editore potrà procedere al macero delle copie. In ogni caso l’editore, prima di procedere al macero, è tenuto a chiedere all’autore se intenda acquistare i volumi al prezzo di svendita o di macero. Tale obbligo è desumibile dalla protezione del diritto morale dell’autore a non veder l’opera distrutta o venduta sottocosto”

Vengono vendute all’autore al prezzo di costo, cioè ipotizziamo a metà prezzo. 300 copie a prezzo pieno costerebbero 4200 euro. A metà prezzo? 2100 euro.

Quindi sommati a quanto non ho recuperato (1032 euro) fanno 3132 euro pagati di tasca mia.

Mettiamola così: vendere 126 libri, di cui solo 20 a non conoscenti (in un’ipotesi ottimistica – ripeto) mi costa 3132 euro (e mi ritrovo oltre 300 copie in eccesso).

E quanto ci ha guadagnato l’editore? Il costo reale di una tiratura di 250 copie, se mi baso sui dati che mi ha fornito la casa editrice che vorrebbe pubblicare la mia tesi, è di 750 euro circa.

L’editore ne ha stampate 500, pagando 1500 euro. Ne ha vendute 180 copie a me a 2520 euro. Ne ha vendute 20 guadagnandoci il 90% del prezzo di copertina (visto che il 10% l’ho preso io), cioè 252 euro. E ne ha vendute 300 a me a prezzo di costo, stabilito come metà prezzo di copertina, guadagnandoci altri 2100 euro. Totale? 2520+252+2100= 4872 euro.

Dai quali togliere i 1500 euro di spese sostenute per la stampa: 4872-1500= 3372 euro guadagnati dall’editore.

Autore= 3132 euro PERSI

Editore=  3372 GUADAGNATI

Il fatto poi che il mio libro si troverà solo in cinque o sei librerie in Lombardia e basta mi fa capire che l’editore non scucirà un euro per la distribuzione, che è la cosa più importante per uno scrittore.

Grandi distributori come PDE o ME.LI (Messaggerie) garantiscono una distribuzione ovunque in Italia. Non è importante avere 300 copie in una libreria, ma una copia nel maggior numero di librerie possibili, e solo grandi distributori garantiscono tutto ciò.

Per questo è importante rivolgersi alle case editrici non a pagamento. Se l’editor di turno ritiene che il manoscritto che ha tra le mani sia meritevole, sarà il primo a fare tutto il possibile affinché si venda: vi garantirà un costante aiuto nella stesura definitiva, la scelta del titolo più accattivante, la copertina più esplicativa, la promozione massiccia, la distribuzione su larga scala.

E non è vero che un libro, fisicamente fatto e finito, ha più possibilità di girare e farsi notare da una casa editrice importante: arrivano ogni giorno centinaia di manoscritti da visionare, un editor non ha né il tempo né il bisogno di cercare altrove.

Certo, farsi pubblicare è molto difficile: significa aver scritto un libro che necessita di poche modifiche, che piaccia alla casa editrice e che abbia una possibile collocazione nel loro catalogo.

Credo stia “tutta” qui la differenza: tra il voler stringere tra le mani dei fogli rilegati con il proprio nome o fare di tutto per far stringere questi fogli a più mani possibili.

Voi cosa ne pensate?

Vi lascio con un articolo molto illuminante, che parla anche del fenomeno del self-publishing, la nuova alternativa all’editoria a pagamento che però, come spiega l’autore, rimane una scorciatoia, una fuga dal giudizio.

Si potrà sfuggire dal giudizio della casa editrice, ma mai da quello dei lettori. Prima o poi qualcuno ce lo dovrà dire, se siamo bravi scrittori o no.

Giovanna

_____________________________________________________________________________________________________

pubb

Self-publishing: perché sentirsi scrittori non equivale a esserlo

Hai passato giorni e notti a scrivere un romanzo che nessun editore vuole pubblicare. «Non rientra nelle nostre linee» dicono. Prima di te quei volponi hanno avuto l’ardire di respingere Oscar Wilde, Proust, Svevo, Moravia, Pasolini e valanghe di altri, figuriamoci. Ma vuoi vedere il tuo nome sulla copertina di un libro e non basterà un no a fermarti. Cosa puoi fare, se non vuoi buttare soldi per un’edizione a pagamento? Vai su una piattaforma digitale, carichi il file di testo, scegli titolo e copertina, e in pochi minuti il romanzo è in una vetrina virtuale, pronto per essere acquistato e letto da chiunque al costo di pochi euro. Niente di più facile, e non hai dovuto chiedere aiuto a nessuno – agenti, editori, tipografi, distributori, librai. E poi, diciamolo senza vergogna: perché dovresti spartire la torta con tutta questa gente? Se ti pubblichi da solo, puoi tenerti fino al 70% dei diritti: insomma, se vendi ci guadagni pure.

Ragionamento sacrosanto e, in linea teorica, non fa una piega.
Però.
I riverberi delle nuove tecnologie generano pericolose illusioni:

1) l’idea che il self publishing sia una sorta di rivoluzione che svincola la cultura dalle regole dell’industria è affascinante ma poco veritiera. «Pubblicare tutti, pubblicare qualunque cosa» non è un principio democratico, è la fuga dal giudizio, la nascita di una repubblica delle lettere autoeletta;

2) che tutti possano pubblicare significa anche che la concorrenza sarà immensamente più ampia e indistinta, quindi i frutti migliori rimarranno più che mai confusi nel mucchio. Nella letteratura, aumentare l’offerta non corrisponde ad aumentare la domanda, ma soltanto a disperderla;

3) non sempre, ma in molti casi il self publishing è unicamente un modo per compiacere la propria libido scrivendi e illudersi di poter raggiungere direttamente un pubblico, cosa impossibile nella pratica (perché servono gli strumenti) ma anche nella logica (il talento per la scrittura non si abbina quasi mai al talento di autoeditarsi e autopromuoversi);

4) sottrarsi al criterio di scelta dell’editore, cedendo al narcisismo e facendo a meno di qualunque valutazione critica del proprio lavoro, non significa sottrarsi al giudizio dei lettori, anzi esporvisi senza un’adeguata preparazione;

5) «hai scritto, va stampato» incita uno dei servizi online più noti. «Stampare», appunto, non «pubblicare»: la differenza c’è ed è pesante. Sentirsi scrittori non equivale a esserlo;

6) pubblicare non è un diritto, è un obiettivo che va conquistato;

7) fare a meno dell’editore non significa rinunciare soltanto a un produttore finanziario, ma anche al suo mestiere, al perfezionamento dell’opera che passa attraverso il confronto. Come nello sport e in tutte le arti, il talento da solo non basta, va allenato duramente e facendosi consigliare da professionisti;

8) non a caso il sogno di chi mette la propria opera online resta quello di uscire per un editore tradizionale: il buon vecchio libro di carta non ha ancora perso la sua magia.

Chiuderei con una frase di Stefano Mauri, presidente del gruppo GEMS: «Uno scrittore contrattualizzato da un editore che vende bene il suo libro vince un campionato. Chi arriva primo a un concorso letterario e poi pubblica, vince la Stramilano. Chi si autopubblica è uno che va a comprarsi la coppa in un negozio»

Self-publishing: perché sentirsi scrittori non equivale a esserlo

Piero Chiara – La spartizione

IMG-20140625-00491

Ciao!

Ieri pomeriggio mentre cercavo il libretto di istruzioni del ferro da stiro (che sembrava posseduto) ho notato nella libreria un libro letto da poco, di cui devo assolutamente parlarvi!

E’ un romanzo di Piero Chiara (1913-1986), che si intitola “La spartizione”. Lo stesso autore ci tiene subito a precisare che non è la spartizione di una torta appena sfornata, o di un ricco bottino, aggiungendo un sottotitolo: “la comica avventura di un uomo diviso fra tre donne”.

La versione che ho io è un’edizione del 1973, comprata per pochi euro in una libreria famosa proprio per i libri usati. Fu pubblicato per la prima volta nel 1964 da Mondadori.

Il protagonista, ovvero l’uomo conteso dalle tre donne, si chiama Emerenziano Paronzini. E’ un uomo di mezza età, funzionario statale, che dopo il trasferimento a Luino decide di prendere moglie, per garantirsi una vita tranquilla, serena, consona a un uomo del suo rango.

La sua curiosità va a posarsi su tre sorelle, che possiamo comunemente chiamare “zitellone”. Pur essendo abbastanza ricche di famiglia non hanno marito, probabilmente per via del loro aspetto. Il Paronzini (come veniva chiamato in paese) vede nei loro sguardi tutte le caratteristiche che la sua moglie ideale deve avere, e decide di approfondire la conoscenza.

Come lui stesso ammette, la moglie ideale deve “essere persona, natura compiuta anche se distorta, da manomettere e da sommuovere senza pietà, crudelmente, come egli pensava si dovesse operare con le donne per trarne i sapori più forti”.

Insomma, una concezione quasi preistorica del concetto di donna e moglie. 😀

Scopre quindi che hanno perso il padre, vivono tutte e tre insieme nella casa di famiglia e si occupano di varie attività legate alla chiesa e alla comunità.

Ma soprattutto scopre che, nonostante la loro bruttezza, ognuna ha qualcosa di bello da offrire: una caratteristica estetica (mani, gambe, capelli) che lo convince del tutto a iniziare una corte serrata al gruppo, per decidere in seguito chi sposare.

Si introduce in casa loro con il pretesto di aiutarle con dei documenti, ed è molto divertente vedere come un piccolo elemento di disturbo possa generare il caos in un equilibrio che non è mai stato intaccato, e che ha resistito compatto e saldo fino ad allora.

Dopo attente riflessioni sceglie la sorella più grande, ma, non contento, proverà a conquistare anche le altre due..

Il titolo, a partire da questo punto della storia, fa anche riferimento alle tre sorelle, che si spartiscono i mille ruoli che una moglie ricopre.

Le situazioni assurde in cui il protagonista si ritrova sono volutamente ironiche, dando al lettore la sensazione che non ci sia niente di strano, di poco normale in tutto ciò.

In realtà tutto il romanzo è una provocazione alle concezioni del periodo, all’idea di “peccato”, a quell’apparenza che andava sempre mantenuta, di cui il Paronzini è ricercatore e trasgressore allo stesso tempo.

Anche i canoni come la bellezza e la bruttezza, di natura soggettiva ma universalmente classificati, vengono capovolti: scopriamo così che da tre mele marce, tagliando pezzo per pezzo, se ne può ricavare una buona, ma in uguale misura ce ne sarà una completamente composta da parti avariate, e lo sforzo per ottenerla è stato pari a quello per ottenere la mela buona.

La bruttezza diventa quindi frutto (per rimanere in tema) di una accurata ricerca, non di un destino dispettoso: concetto che è rimarcato anche dall’ossessione del padre delle tre ragazze per le verdure deturpate, storte, coltivate in modo da avere un aspetto più lontano possibile da quello che ci si può aspettare.

Il Paronzini mangia la mela ottenuta con le parti buone, ma solo all’ultimo scopriamo che era interessato all’altra mela, quella marcia, dando la sensazione di essersi preso gioco del lettore, di accettare e condividere i canoni, le regole, le imposizioni del periodo storico e sociale. In realtà ha distorto e manomesso pure quelli, a suo vantaggio.

Il finale è risolutivo: la sensazione viene confermata, il Paronzini diventa “un eroe” sociale, colui che ha dimostrato che  “con costanza, silenzio e buona tempra si possono ottenere risultati sorprendenti”.

Nonostante il cinismo che potrebbe trasparire, penso sia un personaggio molto positivo, indipendente, proiettato sui suoi obiettivi, e disposto a raggiungerli a qualunque costo. Di lui mi è rimasto soprattutto questo.

Il romanzo si legge facilmente, giusto le prime pagine risultano un pò lente, per via delle riflessioni che il Paronzini fa. Una volta fatta la conoscenza con le tre sorelle però, la storia scivola veloce come una biglia su un piano inclinato.

Peccato che sia un romanzo poco conosciuto: lo trovo molto attuale, capace di competere con i libri del momento. A tempi, comunque, ottenne un grande successo!

E’ stato tratto anche un film: “Venga a prendere il caffè da noi” (1970), diretto da Alberto Lattuada. Mio padre ha detto che è molto divertente: devo procurarmelo al più presto!

Immagine presa da http://www.incipitmania.com/wp-content/venga-a-prendere-il-caffe-da-noi.JPG
Immagine presa da http://www.incipitmania.com/wp-content/venga-a-prendere-il-caffe-da-noi.JPG

Vi lascio con una recensione presa da ilmiogiornale.org, che racconta anche le differenze tra il romanzo e la versione cinematografica.

Giovanna

_____________________________________________________________________________________________________

Piero Chiara maestro di ironia. Perché leggere “La spartizione”

Per chi ama Andrea Vitali, leggere Piero Chiara è quasi un atto dovuto. Quest’ultimo è, infatti, uno dei suoi “maestri” e a lui è intitolato il premio letterario che a Vitali è stato assegnato nel 1996.

In comune hanno l’ambientazione paesana e lacustre delle loro storie, ma soprattutto quello spirito di osservazione necessario per sollevare – con leggerezza – il velo dell’apparenza e smascherare – senza intenti moralistici – difetti, meschinerie, menzogne e ridicolaggini di cui pullula l’umanità. Ne deriva che i microcosmi da loro ritratti, seppure geograficamente ben definiti (Nord Italia, lago, paese), hanno una “vocazione universale”. Come non ritrovarvi, infatti, le stesse dinamiche di un qualunque paesino del Sud Italia? Quella propensione al pettegolezzo tanto più marcata quanto più riservata è la persona che ne è l’oggetto; quel moralismo di facciata che nasconde vizi e vizietti; quell’intrecciarsi tra ritmi della natura e ritmi degli uomini; quel bizzarro mescolarsi di sacro e profano, di fede e superstizione; quella tendenziale diffidenza con cui chi vivacchia guarda a chi se la passa bene e che va a braccetto con il desiderio di apparentarvisi…

Quale sia l’approccio di Chiara rispetto alle storie narrate ben lo spiega Carlo Bo nell’introduzione all’edizione Mondadori de La spartizione (1964):  «[…] non insegna, non spiega, tutto deve essere limitato a vedere meglio e quindi a capire. […] per Chiara, capire significa mettersi nelle stesse condizioni dei suoi personaggi, accettare i fatti […] lasciando […] alla vita il compito di svolgere la sua lezione di fatale semplicità e di naturalezza.» «Non si sbaglierà, dunque, a mettere l’accento finale sull’intensità dello sguardo, sulla singolarità e infine sul rispetto autentico e libero della vita che salta fuori dalle sue pagine più belle.»

È chiaro, dunque, che quelle de La spartizione sono pagine che, tra una risata e l’altra, offrono parecchi spunti di riflessione. E lo fanno persino su temi abbastanza improbabili quali, ad esempio, “la dignità del brutto”. Significativo in proposito un passaggio ripreso anche nella trasposizione cinematografica Venga a prendere il caffè da noi, diretta nel 1970 daAlberto Lattuada (che, peraltro, vi interpreta anche una piccola parte, quella del dr Raggi): «Tanto il bello quanto il brutto […] sono frutto di un uguale sforzo creativo e sono qualità raggiunte. E non è che sia facile ottenere una cosa veramente brutta: è difficile come ottenerne una bella. La valutazione dei risultati è una pura questione di gusto.»

La trama stessa, del resto, ruota intorno alla bruttezza: tre sorelle tutt’altro che avvenenti (Fortunata, Tarsilla e Camilla Tettamanzi) si contendono le attenzioni di un uomo (Emerenziano Paronzini) che della bruttezza si scoprirà essere amante, al pari del defunto padre delle tre “grazie”A questa tresca principale si annodano altre vicende amorose e altri episodi che, pur oltrepassandone le rassicuranti mura, hanno sempre in casa Tettamanzi il loro epicentro.

A raccontar queste esilaranti vicende è un narratore disincantato e irriverente, che, però, non lascia il lettore a secco di poesia. Attenti, tuttavia, a non farsi prendere dal romanticismo perché l’incanto dura poco. Emblematico questo passaggio che vede per protagonista il perdigiorno e dongiovanni Paolino: «”Dio ha voluto così” concluse. E guardando il cielo dove le stelle sembravano eccitate dal vento che rumoreggiava tra i faggi, pensò a Dio, tanto per pensare a qualche cosa di astratto, come gli pareva giusto in quell’immensità.
“Ci sarà proprio Dio?” si domandò. “Se c’è” si rispose “tiene mano al Paronzini.»

Accennavamo prima al film che da questo romanzo è stato tratto: nonostante Piero Chiara abbia collaborato alla sceneggiatura (e vi abbia anche recitato nei panni del rag. Pozzi, amico intimo del Paolino), la versione cinematografica non è del tutto fedele all’originale letterario.
Innanzitutto, La spartizione è ambientata in epoca fascista, mentre Venga a prendere il caffèda noi è ambientato in epoca successiva. Uno scostamento che priva la pellicola di alcune perle di sarcasmo con cui Chiara delizia il lettore e che prendono di mira proprio il fascismo. Mancano, inoltre, alcune delle scene più comiche, anche se il film risulta comunque godibile: il segreto per apprezzarlo a pieno è non aspettarsi una riproduzione pedissequa del romanzo.

Se, infatti, la storia e i personaggi perdono qualcosa rispetto alla versione letteraria (Tarsilla qui non è poi così brutta e le sue gambe non così belle; Emerenziano qui è tutt’altro che insignificante), per altro verso nel film acquistano nuove e interessanti caratteristiche. Più di tutti l’Emerenziano che – grazie ad uno straordinario Ugo Tognazzi, esilarante quanto nei panni del Conte Mascetti in Amici miei di Monicelli –  acquista più charme, più nerbo … e più fastidiose abitudini. Degna di nota, però, è anche l’interpretazione che di Camilla Tettamanzi fa Milena Vukotic: sottomessa, ingenua e anche più isterica del personaggio letterario.

Il consiglio è quindi di cominciare con la lettura del libro (avendo la pazienza di attendere che il ritmo acceleri in un crescendo di ridicoli colpi di scena) e poi, dimenticandolo per un attimo, passare alla visione del film

 

Piero Chiara maestro di ironia. Perché leggere “La spartizione”

Benvenuti!

Ciao a tutti! Benvenuti nel mio blog!

Mi chiamo Giovanna, ho 28 anni e ho deciso di aprire questo blog per condividere le mie grandi passioni: la lettura e la scrittura.

Nome insolito, vero? Sono stata indecisa a lungo se usarlo o meno.. Non vorrei fosse scambiato per uno dei tanti blog di cucina (e io in cucina sono pericolosa)! 😀

Alla fine ho deciso di usare questo titolo proprio perché mi ricorda i primi approcci con la scrittura: una montagnetta di pezzi di carta strappati, un compagno di classe che ci rideva sopra, chiamandoli appunto “bocconcini di carta” e una frustrazione terribile per non riuscire a trovare un inizio perfetto.

Da allora non è cambiato granché, nel senso che sono ancora alla ricerca dell’inizio perfetto, senza però accanirmi sui fogli.

E’ un blog in fase di costruzione: ho già creato qualche sezione, sulla base di alcune idee che avevo da tempo. Mi piacerebbe parlare dei libri che leggo, condividendo pareri e opinioni, ma anche ricevere suggerimenti sulle prossime letture.

Ho creato una sezione dedicata alle citazioni, dove vorrei riportare le frasi che mi colpiscono di più dei libri che leggo.. Quelle frasi che mi piacerebbe leggere e rileggere.. Aspetto suggerimenti anche per le sezioni!

Vorrei infine lasciare spazio anche alla scrittura: sono sicura che nella rete ci sono tante persone che, come me, passano il tempo libero a scrivere. Forza! Fatevi coraggio! Questo spazio è anche per voi!

????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????