10 libri da regalare a Natale

A Natale siamo tutti più buoni, o almeno è quello che proviamo quando andiamo in giro per negozi alla ricerca del regalo perfetto. A mio parere, il libro rimane sempre e comunque uno dei regali migliori che si possa fare (e ricevere), e non è vero che bisogna per forza conoscere i gusti di chi lo riceverà! Il libro è un azzardo che si può correre a cuor leggero, ma siccome anche io mi sento molto buona sotto Natale, ho compilato per voi un elenco di libri dal sicuro successo. Pronti a prendere appunti?

Cliccando sulle copertine si aprirà il link diretto per comprare on line, quindi anche il più incallito dei Grinch non avrà più scuse per non fare regali!

Continua a leggere “10 libri da regalare a Natale”

L’unico modo per liberarsi di una tentazione..

.. è cedervi!
No, non è la citazione della domenica anticipata, ma il risultato della mia seconda spedizione alla Feltrinelli!

Il bottino
Il bottino

Raccontavo ai miei genitori di questa promozione, e il loro commento è stato: “Ma un libro da comprare lo si trova SEMPRE!”. Infatti quello a sinistra me l’hanno commissionato loro. Quello a destra l’ho scelto io, dopo un lungo giro tra gli scaffali. In barba ai miei buoni propositi di spazio! 🙂

Continua a leggere “L’unico modo per liberarsi di una tentazione..”

Trivial Pursuit Letterario

 

Ciao!

L’altro giorno ero a Milano, stazione Garibaldi, e sono entrata in una Feltrinelli dopo moltissimo tempo: a lavoro ho la libreria aziendale, che frequento spesso (pur avendo il kindle), che però ha solo libri della casa.

Quindi, approfittando del fatto che ero in anticipo, ho voluto fare un giro per vedere e toccare con mano le ultime novità. Mentre curiosavo tra gli scaffali, ho notato una graziosa scatola di metallo rosso.

Continua a leggere “Trivial Pursuit Letterario”

Hilma Wolitzer – Un uomo disponibile

Immagine presa da lafeltrinelli.it
Immagine presa da lafeltrinelli.it

Buon lunedì a tutti!

Ho finito da qualche giorno il libro “Un uomo disponibile” di Hilma Wolitzer (Feltrinelli). E’ uscito lo scorso settembre, e già da allora lo avevo puntato. Mi capita raramente, ma ci sono dei libri che mi conquistano al primo sguardo. Come li prendo in mano, devo comprarli. Non so da cosa dipenda, se sia merito della copertina, o del frontespizio. Mi è stato spiegato che se un libro vende poco è soprattutto colpa della copertina, che è uno strumento di marketing a tutti gli effetti. Capita solo a me? Ditemi di no, vi prego!

Con questo libro probabilmente è stato fatto un ottimo lavoro, perché, come dicevo, appena l’ho visto l’ho desiderato. Poi magari passano mesi prima che lo inizi, ma intanto so che ce l’ho.

Il protagonista è uno stimato professore di scienze, Edward Schuyler, che si ritrova improvvisamente vedovo. Perde la moglie in pochi mesi per colpa di un tumore, e lui si ritrova, volente o nolente, di nuovo “sulla piazza” a sessant’anni. Da qui il titolo del libro: la sua condizione di uomo libero da legami, single, lo rende disponibile. Nonostante lui non voglia nemmeno pensare di innamorarsi di nuovo, si trova attorno numerose donne, anche per colpa dei figli della moglie, che mettono un annuncio sul giornale a nome suo.

Il romanzo quindi è una lotta continua tra i sentimenti che legano Edward alla moglie e la voglia, che cresce poco a poco, di innamorarsi di nuovo, di conoscere nuove persone e le nuove sorprese che la vita sarà in grado di regalargli.

Dovrà anche affrontare Laura, il suo grande amore giovanile, che sbuca fuori da un passato lontano e doloroso: lei non si è comportata proprio bene con lui, ma farà di tutto per conquistare di nuovo Edward.

Il finale, sebbene non sia scontato, lo si può intuire a un certo punto. O meglio: ci si chiede cosa manchi a Edward per poter trovare una nuova compagna, e si presuppone che prima o poi la troverà.

L’autrice non vuole sconvolgere il lettore con trame complicate, fatti che si susseguono l’un l’altro. La storia non presenta grandi colpi di scena, ed è raccontata dallo stesso Edward: ci si immedesima benissimo in lui, e siamo curiosi quanto lui di vedere come andrà avanti.

In questo modo l’autrice riesce a raggiungere il suo scopo, ovvero far riflettere sull’imprevedibilità della vita, e di come di fronte agli imprevisti si ha voglia di conquistare di nuovo la felicità, nonostante non ci siano motivi per essere ottimisti.

Inoltre ho trovato bellissima tutta la prima metà del libro, ovvero il ricordo constante della moglie attraverso piccole cose: molto struggente ma bellissima!

E’ un libro però anche molto divertente, scritto con ironia, originalità e leggerezza: si legge facilmente e strappa numerose risate.

Lo considero un libro leggero, poco impegnativo proprio per questo, ma l’immedesimazione nel protagonista è inevitabile, e questo lo rende non proprio una lettura da “ombrellone”. Non saprei come definirlo!

Mi ha colpito molto una recensione di questo libro del “The Washington Post”: Hilma Wolitzer mescola il dolce e l’amaro con grande abilità e accuratezza. Dopo averlo letto sono d’accordo con questo parere e non posso che consigliarlo caldamente: offre numerosi spunti per riflettere e per emozionarsi. Non nego che qualche lacrima me l’abbia fatta scendere..

Anche in questo caso, vi prego, ditemi che non sono l’unica! 🙂

Vi lascio con una intervista all’autrice (in inglese), in cui racconta anche del suo amore per la scrittura, e di come le storie che lei vuole raccontare arrivano sulla carta stampata. Mi fa piacere vedere che anche lei, scrittrice di successo, abbia avuto il “blocco dello scrittore”, e del fatto che sia convinta che le storie nascano nella nostra mente prima ancora di decidere che le vogliamo scrivere.

Giovanna

_______________________________________________________________________________________________________

Q & A With Hilma Wolitzer: A 30-Year Love Affair With Writing

“Learn what you know by writing.” – Hilma Wolitzer

Hilma Wolitzer, author of fourteen books, published her first poem at age nine, and then her first novel at 44. Here’s more from this prolific author, whose newest novel, An Available Man, is a comic novel about late-in-life dating.

Jennifer Haupt: Had you been writing all along, or was writing a passion you rediscovered?

Hilma Wolitzer: There were some published short stories in between, but that’s still a pretty long hiatus, isn’t it? I could say I was busy raising my kids, teaching, and caring for my ailing parents—all true!—but that’s no excuse. One of my favorite writers, Grace Paley, never blamed her political activism for her small (but glorious) literary output. She was right; you can’t really blame anyone or anything else for your own lack of productivity.

I like to think that I was writing in my head during my fallow years, but just not able to get it down on paper. That’s what I still tell myself, anyway, whenever I’m blocked. And it may be a valid conclusion, because sometimes long passages of prose arrive in a flash while I’m preparing dinner, crossing the street, or taking a shower. I’ve jotted sentences down in my checkbook, the margin of a newspaper, and even on the back of my hand. A sympathetic friend once gave me crayons that write on wet tile. Despite my dry spells, the work fairly flows once I get started. My entire first novel, Ending, was written in only a few months, but it was probably simmering for a while on an unconsciouns level, waiting to rise to the surface.

JH: An Available Man is your fourteenth published novel. Are there themes that run through all of your work? A question you’re trying to answer for yourself?

HW: An Available Man is actually my ninth published novel (but it is my fourteenth book). There are a few repeated themes in my work—like love and loss and redemption—although I often need readers to point them out, because I’m immersed in my characters and their lives. These are pretty universal themes. Everyone who’s ever loved someone knows from experience or intuition about loss—I’m certainly no exception—and we all hope for the solace of redemption. The latter can take many shapes.

In my novel Hearts, a shared loss eventually leads to a strong bond between a woman and the teenaged stepdaughter who hates her at the beginning of the book. It’s a road novel, so there was a preordained geographical destination for the characters-their emotional destination was something that took them (and me) by surprise. Edward Schuyler, the hero of An Available Man, loses his beloved wife Bee and is consumed by grief. Others try to pull him out of that darkness into the light and joy of a new love, but he resists, at least for a while. He’s torn between a lingering loyalty to Bee and a growing desire to start over again with somebody else. I guess that, like Edward, I’m always trying to figure out how best to live.

JH: What has kept you writing novels for more than 30 years? And how do you keep your writing fresh?

HW: I try to practice what I tell my workshop students: don’t write about what you know; find out what you know by writing. I often think, after I’ve finished a manuscript, that I’ve written myself out, that I couldn’t possibly know anything else, and I feel bereft when I have to leave my characters on the final page. Maybe that’s why I’ve written a couple of sequels. But writing fiction is an ongoing act of discovery, and new characters inspire new ways of telling a story. My characters always arrive first, before even the inkling of a plot.

At the risk of sounding like Joan of Arc, I have to say I hear their voices in my head. I begin to wonder who these people are and what they want, and then all the rest—their inner lives and the action—eventually follows. I’ve never done a formal outline, although I know that works for others. I tend to write the way I read, to find out what happens. Reading other writers helps the writing process, too. They refresh my vocabulary and excite my imagination.

JH: What other books would you recommend to someone who’s lost faith in love?

HW: Any novel by Jane Austen in which love trumps financial necessity. A few others are The biblical story of Jacob and Rachel, The Little Disturbances of Man, by Grace Paley, Good to a Fault, by Marina Endicott, and A Home at the End of the World, by Michael Cunningham.

JH: An Available Man is about finding love in later life. Have you drawn on your own experiences?

HW: Not directly. I never do, in my fiction; it’s much more fun to make things up. And I’ve been married for a very long time to my (one and only) husband. But I’ve observed divorced and widowed friends trying to connect with someone a second time around. It’s not easy—especially for older women, who tend to outlive their mates and are far less in demand than younger women.

I’ve heard several horror stories (and a couple of hilarious ones) about online dating from people for whom the word “dating” itself seems like an anachronism. A few of my female friends have become dispirited by the situation and simply given up. Somehow, though, I decided to tell the story from a male point of view. Loneliness is not a gender-specific condition.

JH: What is the One True Thing you learned from Edward about love?

HW: May I say Two True Things? One: that there are different kinds of gratifying love—for family and friends for instance, as well as amorous attachments. Two: that it’s never too late to find a soul mate.

Hilma Wolitzer is the author of several novels, including Summer Reading, The Doctor’s Daughter, Hearts, Ending, and Tunnel of Love, as well as a nonfiction book, The Company of Writers. She is a recipient of Guggenheim and NEA fellowships, an Award in Literature from the American Academy of Arts and Letters, and the Barnes & Noble Writer for Writers Award.  She has taught writing at the University of Iowa, New York University, and Columbia University.

 

http://www.psychologytoday.com/blog/one-true-thing/201202/q-hilma-wolitzer-30-year-love-affair-writing

Jonathan Coe – Expo 58

Immagine presa da ibs.it
Immagine presa da ibs.it

Buon lunedì a tutti!

Oggi torno a parlare di Jonathan Coe, più precisamente del suo ultimo libro: “Expo 58”.

In Italia è stato pubblicato da Feltrinelli nel settembre del 2013.

L’anno scorso, di questi tempi, lavoravo per una libreria e non scorderò mai la felicità nel ricevere da un rappresentate della Feltrinelli gli opuscoli di anteprima per i librai.

Sono opuscoli dove c’è una piccola trama, una copertina definita “provvisoria” (che spesso è quella definitiva), le dimensioni del libro, il numero di pagine, una breve biografia dell’autore. Vengono anche riportati i “numeri” dello scrittore, ovvero le copie vendute, gli anni passati da un libro e l’altro: informazioni che aiutano il libraio a decidere quante copie ordinarne. Inoltre si possono ordinare una serie di accessori, come la sagoma di cartone a grandezza naturale dell’autore, l’espositore dedicato, i segnalibri pubblicitari.. Il libraio non si limita solo a sistemare i libri! 🙂

Comunque,  quegli opuscoli significavano una sola cosa: presto sarebbe uscito un nuovo libro di Coe.

Già mi immaginavo gli intrecci per i quali è famoso, personaggi fantastici, avventure coinvolgenti.

Ho passato l’estate a fantasticare su tutto ciò!

Il protagonista del libro è Thomas Foley, impiegato del Central Office of Information di Londra, che viene spedito a Bruxelles in occasione dell’Expo del 1958, per supervisionare un pub del padiglione inglese. Sarà, a sua insaputa, catapultato in missioni di spionaggio, e le sue avventure andranno di pari passo con quelle dell’Expo, e dei personaggi che ruotano attorno al pub.

La delusione è stata forte:

La spy story si prestava molto per creare un bell’intreccio tra i vari personaggi. Non mi aspettavo una spy story ma un pretesto per fare i suoi soliti “destini incrociati”. I personaggi vengono presentati senza un reale collegamento con la storia: si capisce subito che sono lì in attesa di fare la loro parte nella storia. Un po’ come se piovessero attori su un palco. Si intrecciano poco, in maniera forzata, e smascherano quasi subito le caratteristiche peculiari di ognuno, dando al lettore la sensazione si avere degli “stereotipi” (tipo “il cattivo”, la “finta svampita”).

Questa sensazione è confermata nel momento in cui Thomas conosce due spie segrete: le classiche macchiette. Ricordano i gemelli di “Alice nel paese delle meraviglie” (che sta diventando un pozzo senza fondo dal quale attingere per spiegarvi i miei pensieri): buffi, assurdi nei loro ruoli. Addirittura si completano le frasi a vicenda: davvero surreali!

Magari c’è un motivo dietro a questa caratterizzazione, io non ne ho visti.

Lo stesso passaggio da romanzo a storia di spionaggio avviene in maniera molto surreale: Thomas viene rapito, bendato, e poi narcotizzato, per risvegliarsi in una casa in mezzo al verde, senza nessuno che lo sorvegli, incrociando solo una cameriera. Un’atmosfera che ricorda quelle palle di vetro da scuotere.

Prima l’autore si prende la briga di dare al suo rapimento un senso di urgenza, pericolo, segretezza e poi lo lascia senza manco un custode? Il lettore è confuso.

L’altro protagonista, ovvero Anneke, hostess dell’Expo, gioca un ruolo chiave nella storia. Ma di lei non traspare quasi niente. Eppure, come prevedibile, instaurerà un rapporto sempre più intimo con Thomas. Anche lei sembra piovuta dal cielo sul palco, solo con una parte più lunga, un copione ancora più banale e prevedibile. Toccherà a lei portare avanti la storia fino ai giorni nostri, con uno stratagemma da risultare irritante da quanto è prevedibile: un po’ come l’unico sopravvissuto dopo una catastrofe aliena. Quanto è fastidioso un finale del genere??

Per tirare le fila dei suoi intrecci mal riusciti usa indizi disseminati nella storia: indizi che sono pochi, creati male e nascosti male. Se vedo un flash dalla finestra, in una giornata di sole, penso a un lampo di un temporale o a qualcos’altro, tipo un fotografo? Ecco, appunto.

Tra questi indizi ci sono anche oggetti, che vengono introdotti abbastanza bene, ma che fanno comunque percepire un coinvolgimento nella storia. Il lettore è propenso a credere a quello che legge, ma nutre una forma di scetticismo: alcuni capitoli si ha voglia di leggerli non per il piacere di andare avanti con la storia ma di scoprire se questo scetticismo sia giustificato o meno, rendendo il tutto ancora più distaccato e poco coinvolgente.

Tra la fine della storia (ambientata nel 1958) e l’arrivo ai giorni nostri c’è un salto di 55 anni che avviene in poche pagine attraverso una cronologia sterile e asettica, che riporta fatti e luoghi.

Noiosa da seguire. Mi è sembrato un modo veloce e poco impegnativo di saltare un bel po’ di anni da raccontare. Come se il lettore dovesse accontentarsi di risolvere un unico mistero lasciato in sospeso, facilmente intuibile per i motivi che ho riportato poco fa.

E se la storia di Thomas trova fine dopo 58 anni, in questo modo asettico, il momento clou della spy story si consuma in una manciata di secondi, il tempo di sgranocchiare un pacchetto di patatine, grazie agli stessi attori piovuti sul palco, ansiosi di dire la loro parte prima che se la possano dimenticare, per poi tornare dietro le quinte e cambiarsi.

Una parte degna di nota è lo scambio di lettere tra la moglie e Thomas: divertente, utile e ben fatta, così come le metafore sparse in tutto il libro: i pochi segni riconoscibili della bravura di Coe, che con questo libro mi ha davvero deluso.

Non mi è passata comunque la speranza che possa tornare presto un nuovo romanzo, con tutte le caratteristiche che l’hanno reso famoso e amato in tutto il mondo.

Vi lascio con un articolo dedicato, preso da linkiesta.it

Giovanna

_____________________________________________________________________________________________________

18/09/2013

Expo 58, la ricerca del tempo perduto di Jonathan Coe

Un romanzo intriso di nostalgia e ironia. Coe mette in mostra il tempo che se ne va, inesorabile

 
Il nuovo libro – Incontro con l’autore

Era il migliore dei tempi, era il peggiore dei tempi. Era il 1958. Un anno per molti versi straordinario, degno di un incipit di Charles Dickens: la Comunità Economica Europea è appena nata; sovietici e americani mandano in orbita i primi satelliti (il nome Sputnik vi dice niente?); Bertrand Russell lancia la sua campagna per il disarmo nucleare; la Svezia rischia di vincere i Mondiali di calcio (ma perde, 2 a 5, contro il Brasile di Pelé); nell’Italia del boom viene pubblicato, da Feltrinelli, Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

E proprio presso la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli,Linkiesta ha incontrato, insieme a una batteria di agguerrite giornaliste e blogger, un grande scrittore inglese che al 1958 ha dedicato un romanzo: Jonathan Coe. Nato nel 1961 in un sobborgo di Birmingham, Coe possiede quell’autoironia tutta britannica che gli ha permesso di scrivere bestseller pungenti come “La banda dei brocchi” o “I terribili segreti di Maxwell Sim”.

Coe è autore anche di saggi, e ama moltissimo la musica, ma è soprattutto un romanziere. E sulla letteratura ha le idee chiare. «Penso che ogni romanzo abbia una funzione morale o sociale. Una delle funzioni del buon romanzo è aiutare il lettore a pensare più liberamente, a immaginare più liberamente. Qualsiasi sia l’argomento del libro, leggerlo deve essere una specie di atto politico».

Questo tuttavia non significa che la narrativa di Coe sia monodimensionale. «Quando ero un giovane scrittore, un giornalista, avevo una visione molto semplicistica della relazione tra romanzo e società, e nei miei scritti ero poco paziente con i romanzi che non si occupavano dell’oggi, dei problemi del presente. Ora però capisco che ci sono molti modi diversi di scrivere del presente. Esistono temi connessi non solo alla natura umana ma all’economia e alla politica, che sono ricorrenti nella storia».

L’ultima fatica letteraria di Coe, edita in Italia da Feltrinelli, si intitola “Expo 58”. Il perché è presto detto: nel 1958 il Belgio ospitò, non lontano da Bruxelles, un’esposizione universale. Ora: che uno scrittore brillante come Coe abbia visto nel Belgio di fine anni ’50 uno scenario ideale per una spy comedy, non deve stupire. In fondo si tratta di un regno surreale per natura, notoriamente bersagliato dalle barzellette dei francesi (e dalle invasioni dei vicini in generale).

Quando poi si scopre che obiettivo dell’Expo 58 era nientemeno che generare “una genuina unione dell’umanità”, e che il nome del padiglione belga era “Belgique Joyeuse” (il “Belgio gaio”, nel libro), allora si capisce che ironizzare sull’argomento è come sparare ai pesci in un barile. Certo, la vis comica di Coe non è mai volgare. Conserva sempre una piacevole leggerezza che ben si sposa con la duplice natura del libro. «Il romanzo è ambientato nel 1958 ma contiene anche dei rimandi all’oggi. Tuttavia ho cercato di mantenere un tono delicato e lieve, non volevo spingere troppo con i paragoni».

Protagonista del romanzo è Thomas Foley. Un trentenne di bell’aspetto, sposato e con figlioletta, che si guadagna il pane scrivendo opuscoli informativi per conto del governo britannico. Un borghese piccolo piccolo, insomma, che Coe non esita a definire «ingenuo e stupido». I suoi superiori lo spediscono all’Expo 58 per supervisionare la gestione del Britannia, il finto pub in “autentico stile inglese” che correda il padiglione britannico. Ma tra una birra tiepida e un cartoccio unto di fish and chips, Thomas dovrà vedersela con spie idiote, funzionari incapaci e soprattutto affascinanti hostess belghe che nulla sanno del suo matrimonio in terra d’Albione.

Vero protagonista del romanzo, però, è l’Expo 58. A cominciare dall’Atomium, l’imponente costruzione a forma di cristallo di ferro realizzata proprio per l’esposizione, e a cui i belgi sono ancora oggi così legati da effigiarla pure nelle monete da due euro. È stato l’Atomium, peraltro, ad aver ispirato in Coe “Expo 58”.

L’Atomium, nel parco Heysel a Bruxelles

«È solo negli ultimi anni che mi sono iniziato a interessare di architettura. Si tratta di una disciplina che non ho mai studiato. Riconosco che mi è difficile scrivere un libro ispirato da un edificio piuttosto che dalla gente o da eventi sociali, ma di fronte all’Atomium ho avuto una risposta molto emotiva, il che è stato insolito per me. La prima cosa a cui ho pensato vedendolo è il tempo, che è il grande tema in tutti i miei libri. Si tratta, a mio parere, di un edificio realizzato per esprimere speranza nel futuro, ma che ora è parte del passato. Una duplice prospettiva, insomma: una costruzione che guarda avanti e allo stesso tempo riporta indietro, al 1958. È questo ad avermi commosso».

E come una macchina del tempo, “Expo 58” riesce a trasportare il lettore in un’epoca che oggi sembra essere lontana anni-luce. L’Europa in pieno sviluppo, che sogna di unificarsi dopo secoli di guerre. La fiducia nell’energia atomica. Il mito della prosperità senza fine («Gran parte del nostro popolo non è mai stata così bene» è la celebre frase del primo ministro inglese Harold Macmillan nel 1957).

E anche se la Guerra Fredda è sempre più gelida, all’Expo 58 i belgi tentano di esorcizzarla mettendo il padiglione statunitense e quello sovietico l’uno di fronte all’altro. «L’Expo 58 fu in parte una fiera commerciale, ma fu anche un evento molto idealistico – riconosce Coe – Difficile, oggi, fare un Expo che non sia molto più cinico di quello del ‘58, perché viviamo in un periodo meno innocente».

Leggendo “Expo 58” si ha la sensazione di tenere tra le mani un libro intriso di nostalgia. Di rimpianto per un’epoca in cui tutto era più semplice, genuino, spontaneo. Un’epoca in cui per fare felice una ragazza bastava portarla a ballare in birreria, e con gli amici ci si parlava di persona, e non attraverso Facebook. Il perbenismo abbondava (il rapporto di coppia tra il protagonista Thomas e la moglie casalinga ne è un esempio), ma non bastava ad avvelenare un’atmosfera di moderato edonismo. La gente non era ancora ossessionata dal salutismo (nel libro tutti bevono e fumano con grande entusiasmo, il cancro ai polmoni è meno temuto dei calli ai piedi), il consumismo delle masse si riduceva al sogno di possedere un’utilitaria o un televisore.

Non è così. Coe si diverte a divertire il lettore con gli stereotipi degli anni Cinquanta, ma il messaggio sembra chiaro. Il 1958, come il 1989 o il 2013, è un anno con le sue luci e le sue ombre. Se oggi i più anziani provano nostalgia per gli anni Cinquanta, non è perché quegli anni erano migliori, ma perché loro erano migliori: più giovani, più sani, più forti; i sogni dell’adolescenza non ancora fatti a pezzi dalla realtà, e l’intima convinzione di poter ancora cambiare il proprio destino senza eccessivi sforzi; l’albero delle possibilità che spiega tutti i suoi rami. Il passato inganna perché la memoria inganna. Proprio come l’Expo 58, dove si costruiscono edifici, e interi villaggi, finti. Da smontare quando non servono più.

«Inizio a diventare vecchio, e mi ci sono voluti molti anni per capire quant’è difficile la ricerca della propria identità, e quanto indietro nel tempo si debba andare. Noi non siamo mutati dalle sole circostanze, ma anche determinati dalla genetica, dalla natura della nostra infanzia, dai rapporti giovanili con i nostri genitori – spiega Coe – Ho iniziato a esplorare questi temi con il romanzo “La pioggia prima che cada”, e in questo libro, “Expo 58”, non ho fissato dei confini precisi. Non è come un dipinto delimitato da una cornice, i margini della storia sono abbastanza annebbiati. Nel romanzo si scopre qualcosa di più sulla madre di Thomas, alla fine si sa qualcosa anche sul futuro del suo matrimonio. Si tratta di piccoli spazi che sto lasciando a me stesso qualora volessi tornare a scrivere di questa storia, per esplorare con maggior dettaglio. O magari no, lo deciderò in futuro».

“Expo 58” ha un che di piacevolmente nebuloso anche per il suo essere una spy comedy. E in effetti gli anni Cinquanta furono segnati dalla fascinazione per una spia, James Bond, che sarebbe poi diventato l’emblema della britannicità. «Ho visto molti film di spionaggio, che hanno avuto più influenza dei romanzi di spie sulla stesura di “Expo 58”. Non ho voluto essere troppo realistico, il libro doveva riflettere il carattere illusorio degli edifici e dei padiglioni dell’Expo 58. Ho capito che si trattava di un’opportunità per essere giocoso, indulgere in qualche fantasia. Mi sono ispirato ai miei film di spionaggio preferiti, e in particolare quelli di Hitchcock».

Con una differenza: nei film di Hitchcock il cattivo era un criminale. In questo libro è il tempo. E purtroppo non lo si può arrestare.

 

http://www.linkiesta.it/expo-58

Daniel Glattauer – Le ho mai raccontato del vento del nord – La settima onda

Immagini prese da ibs.it
Immagini prese da ibs.it

cop (1)

Ciao! Inizio la settimana riprendendo la vena polemica di sabato, ovvero parlandovi di un altro libro che non mi è piaciuto.

O meglio , i libri sono due, se considero anche il seguito. I titoli sono: “Le ho mai parlato del vento del nord” e “La settima onda”, entrambi di Daniel Glattauer (1960), scrittore austriaco. In Italia sono stati pubblicati nel 2010 da Feltrinelli.

La storia narra di una conoscenza casuale, nata da una mail inviata per sbaglio, tra Emmi e Leo. Emmi ha un marito e dei figli, Leo invece colleziona una delusione d’amore dopo l’altra.

Il libro inizia proprio con una mail, quella di disdetta da un abbonamento a una rivista, da parte di Emmi. Emmi però sbaglia a digitare l’indirizzo (per colpa di una lettera fuori posto). Dopo poche pagine si intuisce che tutto il libro conterrà solo e-mail. Infatti a seguito delle sue numerose mail di sollecito, scopre che aveva scritto a Leo, invece che alla redazione della rivista. Inizia così una fitta corrispondenza tra i due, i quali più volte, in maniera molto prevedibile, saranno tentati di conoscersi dal vivo.

Ecco l’incipit:

15 gennaio

Oggetto: Disdetta
Vorrei disdire il mio abbonamento. Mi dite, per favore, se questa è la procedura giusta? Distinti saluti, E. Rothner.

18 giorni dopo
Oggetto: Disdetta
Voglio disdire il mio abbonamento. Basta questa e-mail? In attesa di un cortese riscontro.
Distinti saluti, E. Rothner.

 

 

Il finale non lo rivelo per non rovinare la sorpresa a chi volesse leggerlo: dico solo che non è così scontato come si potrebbe pensare, ma molto più inverosimile di tutto il libro stesso.

Non è difficile conoscere persone in Internet: basti pensare a tutti i social networks che esistono, e che permettono in un istante di connettersi con chiunque. E’ molto meno probabile sbagliare un indirizzo e-mail e ritrovarsi comunque un indirizzo valido: quante probabilità ci sono che, dimenticando o aggiungendo una singola lettera a un intero indirizzo e-mail, ci si imbatta in un indirizzo valido? Perché nel libro la protagonista non usa un indirizzo invece di un altro, ma sbaglia a scriverlo.

E, anche ammesso che il nuovo indirizzo e-mail, generato dalla dimenticanza di una lettera, porti a un reale destinatario, quante probabilità ci sono che questo sia del sesso opposto, più o meno della mia generazione, che abita nella mia stessa città? Al di là di ogni ragionevole dubbio, per usare termini legali.

Per quanto una storia possa essere bella e coinvolgente, a mio parere deve posarsi su dei pilastri di credibilità.

La struttura del romanzo, ovvero il concatenarsi delle e-mail comunque coinvolge il lettore, che ha sempre più voglia di chiedersi cosa succederà. Complici anche le frasi a effetto, le metafore. Però per me questo libro rimane niente di più di un buon esercizio di “stile”.

A fine libro ero entusiasta, mi era piaciuto tanto, proprio per la capacità di catturare il lettore.

A freddo però mi sono chiesta che cosa nelle parole dei protagonisti abbia permesso di costruire un sentimento vero tra i due: i dialoghi sono banali e ridotti all’osso, ognuno dice di sé poco e niente. L’immagine che ognuno dà di sé e circoscritta alle successive azioni che seguiranno: troppo poco per giustificare un sentimento come quello descritto dall’autore. E secondo me anche il periodo temporale è troppo limitato per permettere una tale evoluzione.

L’idea è buona, anche se non originale. Basti pensare al film “C’è post@ per te”. Qui c’è maggiore credibilità, nel senso che lui sapeva a chi stava scrivendo. Il finale è decisamente più scontato, ma a conti fatti mi è piaciuto molto di più questo film rispetto alla storia narrata in questi due libri.

Doveva sfruttare meglio l’idea, creare maggior intreccio: mi ha dato la sensazione di un libro improvvisato, poco curato, che si basa sulla struttura originale delle e-mail e nient’altro.

Immagine presa da: http://lagallinabianca.it/ce-posta-per-te-col-senno-di-poi-un-film-sul-futuro-che-e-diventato-oggi
Immagine presa da:
http://lagallinabianca.it/ce-posta-per-te-col-senno-di-poi-un-film-sul-futuro-che-e-diventato-oggi

Il seguito poi, è a mio parere, un modo di sfruttare il successo ottenuto dal primo. Non c’è niente di nuovo: la storia tra i due è di nuovo tirata in ballo, decisamente per le lunghe, e l’unica questione chiave del libro è: “ci vediamo o non ci vediamo?”. Appare patetica, infantile, e noiosa.

Perché se il ritmo brillante, dettato dallo scambio di e-mail nel primo libro funziona da miccia per la curiosità del lettore, nel secondo libro appare scialbo, ormai prevedibile e sempre meno coinvolgente, generando nel lettore il desiderio di novità che però dalla storia non arriva, così come dai personaggi, che sono un riflesso ancora meno curato di quello che erano nel primo episodio. Deludendo ancora di più.

Successivamente ho letto un altro libro di Daniel Glattauer (“Per sempre tuo”) e devo dire che questo, giocando ad armi pari (ovvero non adagiandosi sugli allori di un’idea diversa) sembra meglio costruito, più curato. Non posso quindi dire che non sia un bravo scrittore, ma questi due libri mi hanno delusa tantissimo.

E voi cosa ne pensate? So che in molti non saranno d’accordo, eheh! 🙂

Vi lascio con la recensione del secondo libro (“La settima onda”) a cura de “L’indice dei libri del mese”.

Giovanna

_____________________________________________________________________________________________________

Storia d’amore dei nostri giorni quella di Leo Leike ed Emmi Rothner, per nulla banale ma molto comune di questi tempi, grazie a chat, Facebook e tanti social network, stanze virtuali che rapidamente uniscono e altrettanto velocemente separano. Botte e risposte tramite un fitto scambio di e-mail creano l’avvicendamento di un rapporto quasi impossibile: Emmi è infelicemente sposata con il pianista Bernhard e Leo si butta a capofitto in una relazione che ha sempre sognato con Pamela. La posta elettronica è rifugio privilegiato in cui germoglia e cresce un rapporto che si sviluppa grazie alla distanza virtuale ma che tentenna nel momento in cui si fa strada la sua realizzazione. Glattauer riesce a penetrare le dinamiche di relazione fra un uomo e una donna e a restituircele nella più contemporanea delle declinazioni, quella del corteggiamento via e-mail in un crescendo che racconta la metafora del titolo: “Perché ti scrivo? Perché ne ho voglia. E perché non voglio attendere in silenzio la settima onda. Sì, qui si narra la storia della settima onda, l’inflessibile. Le prime sei sono prevedibili e armoniose (…) Occhio però alla settima onda! È imprevedibile. Passa a lungo inosservata, partecipa all’assalto monotono, si adegua a quante l’hanno preceduta. Talvolta, però, fugge via. Sempre e solo lei, sempre e solo la settima onda. Perché è spensierata, ingenua, ribelle, spazza via tutto, gli dà un’altra forma. Migliore o peggiore? Possono dirlo solo quanti, afferrati da lei, hanno avuto il coraggio di raccoglierne la sfida, di lasciarsi incantare dalla sua malia”. L’epilogo del romanzo prelude alla possibilità di vivere finalmente nella realtà quell’amore. La settima onda potrebbe essere una duplice metafora: nuove frontiere comunicative, sfida di modelli ormai affermatisi socialmente, purché rimanga premessa di evoluzione e non temporaneo parcheggio di sfoghi solipsistici e avulsi dalla realtà. Espressione della forza dei sentimenti che arriva forte come un’onda improvvisa che trascina via e porta lontano. Germana Zori

L’Indice dei Libri del Mese

 

 

 

 

Edgar Keret – All’improvviso bussano alla porta

3729069
Immagine presa da lafeltrinelli.it

Ciao a tutti!

Cosa ne pensate dei libri di racconti? Li comprate? Vi piacciono?

E’ risaputo che sia un genere che vende poco: agli scrittori esordienti si consiglia di non presentarsi mai con una raccolta di romanzi.

Indubbiamente è un tipo di lettura diverso, ma non per questo meno meritevole.

Ogni tanto qualche libro di racconto lo compro: credo sia una prova delle abilità dello scrittore. Infatti scrivere un racconto per certi versi è più difficile di scrivere un romanzo intero. Bisogna concentrare il tutto senza però togliere niente alla storia. E senza cadere nella ripetitività: ogni racconto deve avere una propria personalità.

Quando ho sentito parlare di Etgar Keret, scrittore israeliano (1967) sono stata ben felice di apprendere che ha scritto solo libri di racconti, oltre a sceneggiature. Il libro che ho scelto per oggi è “All’improvviso bussano alla porta” (2012), pubblicato in Italia da Feltrinelli.

Già dalla copertina si può intuire che saranno racconti che stravolgono le regole, che presenteranno situazioni e personaggi ben oltre il limite del paradosso.

Quando ho iniziato il libro, dopo proprio le prime pagine, ho avuto la stessa sensazione che si ha quando incontri qualcuno che sai di conoscere ma non ricordi chi sia.

Mi sembrava familiare, ma senza sapere perché. Dopo qualche racconto ho capito chi mi ricordasse..

..ovvero un autore che ho “conosciuto” alle scuole medie, proprio grazie a una sua raccolta di racconti: ne rimasi affascinata, proprio perché era qualcosa di sconosciuto e poco chiaro. A 19 anni ho rispolverato il libro, per stabilire che questo autore misterioso (che rivelo a fine post, magari qualcuno vuole indovinare) stava diventando uno dei miei scrittori preferiti. E’ senza dubbio un pioniere del suo genere, e scommetto che lo stesso Keret lo adori (e abbia preso ispirazione). 😀

Sia il mio autore misterioso che Keret sfruttano il racconto non tanto per raccontare una storia, ma per passare un messaggio. Un po’ come le favole che hanno sempre la morale. Qui c’è uno (o più) significati nascosti da trovare, e non sempre è facile. Alcuni non li ho capiti, altri ho dovuto rileggerli.

Devo dire che Keret rispetto al mio autore misterioso (sebbene si possa definire contemporaneo) ha dalla sua un linguaggio più “moderno” e non si preoccupa minimamente di poter turbare o scandalizzare il lettore. E’ quindi un tipo di lettura impegnativa, sebbene alcuni racconti durino due pagine appena. Per questo ho intenzione di leggermi tutti i suoi libri, ma ben intervallati.

Credo anche che questo tipo di racconti (che a pochissimi autori escono bene), cioè racconti pieni di segreti da scovare (e da capire), situazioni surreali, oniriche, allegoriche, per essere ben riusciti devono avere un “linguaggio” in linea: un modo di proporre la storia, di introdurla, di narrarla che abbia lo stesso effetto di una ciliegina sulla torta del Cappellaio Matto.

Non si può scrivere un racconto di questo genere usando i classici metodi di narrazione: un esempio, per me, di questa categoria è “Branchie” (Ammaniti) che racconta una storia folle ma scritta normale (dedicherò un post apposito). Così come non si può scrivere in modo assurdo una storia normale, come fa ad esempio Tabucchi con “Sostiene Pereira”, sebbene mi sia piaciuto  (anche per lui farò un post).

Keret ha ben capito che tutto deve essere fuori dagli schemi e dalle righe (e per questo sono convinta che abbia imparato da uno bravo – il mio autore misterioso). In questo modo il lettore si trova doppiamente spiazzato, ma se riesce a vedere oltre, allora state pur certi che alcune frasi, alcuni momenti, alcuni personaggi di Keret non vi lasceranno più (esattamente come ha fatto su di me il mio autore misterioso).

Che poi, a mio parere, è la “mission” di uno scrittore, volendo sfruttare i termini dell’economia, che sono tanto in voga. Non tanto vendere libri, ma rimanere in maniera indelebile nella mente di chi legge, anche solo per una frase, o un personaggio, o un gesto, un’azione. O almeno, è quello che penso io quando scrivo.

Keret è un po’ come la musica di Battiato: dietro a un suo album (Gommalacca, 1998) è riportata questa frase

“..sono suoni di superficie, di striscio.. Solo i cantanti e gli indovini li praticano, solo i fortunati li ascoltano”.

Immagine presa da stefanofiorucci.altervista.org
Immagine presa da stefanofiorucci.altervista.org

Penso la stessa cosa di Keret: libro che al primo impatto spiazza, ma con una lettura attenta, che scavalca le prime impressioni si possono ricevere grandi soddisfazioni.

Tuttavia è un libro che consiglio soprattutto a chi ama i racconti, a chi già compra libri di racconti e ama la brevità della narrazione, che in questo caso è inversamente proporzionale alle riflessioni che porta a fare.

Ben sapendo che alla fine della lettura ci sentiremo un po’ come gli imperatori romani: o pollice su, o pollice giu. Ma che Keret non sia per le mezze misure, lo fa ben capire dalle prime righe.

E voi, lo amate o lo odiate?

Vi lascio con una sua intervista, presa dal sito http://www.hounlibrointesta.it (e in fondo al post, nel mio p.s. trovate il nome dell’autore misterioso)

Giovanna

_____________________________________________________________________________________________________

Siamo a Tel Aviv: Marta Perego intervista Keret, chiacchierando di scrittura e scrittori, da Kakfa ad Amos Oz. E del suo nuovo libro che in Italia uscirà a settembre: «All’improvviso bussano alla porta» (Feltrinelli).

Etgar-Keret-500x375

Lo so, questa rubrica si chiama «Incontri ravvicinati del tipo scrittore famoso». Lo so, davvero. Però in questo caso, come già avevo fatto conJennifer Egan, voglio prendermi di nuovo la licenza di scommettere su un nome che io sono sicura (ma dico sicura sicura sicura) che tra tre mesi sarà sulla bocca di tutti.

Sto parlando di Etgar Keret, scrittore 45enne nato, cresciuto e pasciuto a Tel Aviv. Ha già pubblicato in Italia con e/o sette raccolte di racconti, in settembre pubblicherà la nuova, All’improvviso bussano alla porta per Feltrinelli.

I suoi racconti sono surreali, divertenti, spaccano la realtà andando oltre, prendendola un po’ in giro ma nello stesso tempo vivisezionandola. Perché l’ironia e l’assurdo, ci insegnano i grandi maestri come Pinter, Beckett ma anche Woody Allen, sono il miglior modo per catturare il presente. Soprattutto se stiamo parlando di uno dei paesi più complicati del mondo, Israele.

Etgar Keret è un simpatico, sorridente riccioluto, ha lavorato per la tv e il cinema. Non si dà nessun tono, né aria di grande bestellerista consumato anche se il suo Suddenly a Knock at the door è stato un grandissimo successo in patria e anche all’estero, soprattutto negli Stati Uniti, dove la versione tradotta dal grande Nathan Englander, sta vendendo centinaia di migliaia di copie.

Io lo incontro nella sua amata Tel Aviv, in uno dei bar più trendy della città. Tra un sorso di caffè (nero, bollente e lunghissimo come a Londra) e una passeggiata mi racconta un po’ di cose , poco prima che sua moglie, l’attrice Shira Geffen arrivi per ritirarlo e trascinarlo alla sua lezione di pilates perché, mi rivela: «sono un po’ ingrassato negli ultimi anni, sarà stato a causa di mio figlio».

Qual è il tuo rapporto con la tua città, Tel Aviv?

Io ho un fortissimo legame con la mia città, molto più che con il mio paese. Tel Aviv è diversa rispetto al resto di Israele. È una città libera, cosmopolita, gay friendly, ha il mare, le spiagge, molto viva, dinamica. Gli arabi vivono con gli israeliani, non ci sono discriminazioni. Secondo me Tel Aviv è l’esempio di come dovrebbe essere tutto lo stato di Israele.

La cosa che più ami e la cosa che più odi di Tel Aviv.

Le cose che amo di più sono due: la spiaggia e il fatto che non abbia storia. In medio Oriente la storia è la causa principale dei conflitti. Quella che odio? Non saprei. In realtà nulla, è casa mia e a casa tua in fondo ami tutto, anche i difetti.

Perché hai iniziato a scrivere?

Ho iniziato a scrivere durante il servizio militare, in Israele siamo tutti obbligati a fare il servizio militare per tre anni. Io sono stato il peggior soldato della storia di Israele, credo. Ero sempre in ansia, avevo continuamente attacchi di panico. Poi ho letto Kafka è ho scoperto qualcuno ancora più arrabbiato di me, con ancora più problemi psicologici di me. Allora mi sono detto, perché non inizio a raccontare la mia rabbia? Perché non inizio a mettere sulla carta le mie ansie? E così ho iniziato a scrivere. Grazie a Kafka e grazie, purtroppo, al servizio militare…

In tutte le tue raccolte l’ironia gioca un ruolo fondamentale.

Io penso che l’ironia sia fondamentale per sopravvivere. Tutti abbiamo delle paure: la morte, la malattia, la paura di perdere i nostri cari. Le reazioni possono essere due: o si vive nel terrore, o si cerca di esorcizzare queste paure. Attraverso l’umorismo. Io ho scelto questa strada.

Perché la scelta della forma del racconto?

Perché io privilegio l’aspetto istintivo della scrittura. Il racconto è molto più istintivo di un romanzo. Quando incontri un amico per strada gli racconti una storia, non un romanzo! Io credo che raccontare storie sia antico quanto l’uomo. Dagli antichi sciamani che raccontavano storie nelle tribù. Poi le forme cambiano dal racconto orale si passa a quello scritto, dal libro alla tv e poi il cinema Ma l’essenza è sempre la stessa: raccontare emozioni, situazioni, pensieri in una storia che sia godibile e piacevole.

Un approccio molto diverso rispetto agli altri scrittori israeliani che conosciamo (e amiamo) in Italia (Amos Oz, David Grossman, Abraham Yehoshua).

Io amo questi scrittori, soprattutto Amos Oz, che credo sia uno dei massimi scrittori viventi al mondo. Ma i miei riferimenti sono altri, scrittori ebrei (per lo più yiddish) più che israeliani. Come Bashevis Singer, oppure Kafka. Io credo che quando decidi di fare lo scrittore le strade che puoi percorrere sono due: o decidi di fare il mentore, l’insegnante, l’educatore. Oppure l’amico. Essere quello che incontri in treno e che ti dice: sai, ho dei problemi con mio figlio… Per me non è stata una scelta. Mi viene così: io non mi sento più intelligente dei miei lettori. Mi sento un amico che vuole condividere, idee, emozioni, sorrisi.

Sembra anche che nei suoi libri non ci siano idee politiche sullo stato di Israele, cosa che invece troviamo negli autori che citavo prima.

Io mi vedo più come uno psicoterapeuta che come un consigliere politico. Israele è una società piena di paure. Per esempio noi viviamo costantemente sotto l’ombra del genocidio della seconda guerra mondiale, o dell’esilio che abbiamo vissuto per secoli. È un fardello storico che condiziona le nostre vite. E questo causa fenomeni di stress e aggressività. Io non ho paura a dirlo e a raccontare i meccanismi mentali che portano certe persone a comportarsi in un certo modo magari per vendicare la morte in un lager di un loro bisnonno. Sono più interessato a questi fenomeni che sono intimi, privati, mentali. Piuttosto che riflettere sui sistemi politici di cui non mi sento in grado di parlare.

Nella nuova raccolta di racconti uno dei temi fondamentali è la morte e la resurrezione. Come in uno dei racconti più divertenti,Cheesus Christ, dove un uomo viene pugnalato per aver comprato un panino senza formaggio.

Ci ho messo dieci anni a scrivere questo libro. Molte cose sono cambiate nella mia vita. Mi sono sposato, ho avuto un figlio, ho un mutuo, insegno all’Università. Insomma tutte cose che mai mi sarei sognato di fare quando ero giovane. Quando ero più giovane se qualcuno mi avesse detto: un giorno avrai un mutuo e un’assicurazione sulla vita sparati. Ora ho tutte queste cose e sono felice. È una specie di nuova vita: per questo ho inserito tutte queste resurrezioni. Come metafora del mio nuovo modo di vivere.

Altro tema importante è il rapporto tra reale, surreale e fiction…

La struttura del libro è quella un po’ di le Mille e una notte. Inizia con un uomo che deve raccontare una storia per sopravvivere e finisce con uno che deve raccontare una storia per salvare suo figlio. Io penso che l’immaginazione ci salvi. A volte la realtà è davvero troppo difficile. Raccontare storie io credo sia fondamentale per salvarci, soprattutto per salvare la nostra psiche e la nostra anima.

Un’ultima domanda, come vede il suo futuro Etgar Keret?

Guarda, non lo so. Io sono una persona che continua a stupirsi. Non solo dalle mie storie ma anche dalla mia vita. Quindi sto qui e aspetto di essere ancora una volta stupito. Poi, si vedrà.

_____________________________________________________________________________________________________

 

 

 

 

 

 

 

P.S. : lo scrittore misterioso è  Dino Buzzati